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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (28 gennaio 2026)
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  • Lo scultore Jago.

    Jago: il coraggio di insistere nella bellezza

    In quei vicoli stretti c’è sempre poca luce. Ma solo la luce del sole non riesce a insinuarsi nelle strettoie di Napoli, perché i vicoli risplendono di voci, volti e anche traffico. Il bucato è steso alle finestre e le vie brulicano di persone. I fruttivendoli fanno affari. Questo è il Rione Sanità, un affresco popolare di Napoli. Quella disordinata e caotica, in cui la povertà diventa esclusione sociale. Quella da cui è difficile uscire e che ti porti addosso come la nomea insopportabile, generalizzata a tutti, di essere un malavitoso. Ed è qui che parte il viaggio di «Strada Regina» perché a Napoli lavora e scolpisce Jago, lo scultore italiano che il «Guardian» ha definito «il nuovo Michelangelo», proprio nel quartiere Sanità, dove in una chiesa ha costruito il suo primo museo. La bellezza che salverà il mondo è qui: il museo è gestito da una cooperativa di ragazzi del quartiere che danno nuova vita e nuova fama alla zona.

    E Jago? Star dei social, imprenditore, artista contemporaneo: ma chi è veramente?
    A 24 anni è stato selezionato per partecipare alla 54a edizione della Biennale di Venezia, dove ha esposto il busto in marmo di Papa Benedetto XVI, che gli è valso la Medaglia Pontificia. Quando il Papa nel 2013 annunciò le sue dimissioni, l’opera fu spogliata degli abiti papali prendendo il nome di «Habemus Hominem».
    Jacopo Cardillo, Jago, nasce a Frosinone (Italia, Lazio), nel 1987. Ha un curriculum di tutto rispetto: oltre alla Biennale d’arte di Venezia, ha esposto a Roma, New York e Parigi e oggi vive oggi un momento di grazia: le sue opere più note, il Figlio velato, la Pietà e poi David, Venere, Aiace & Cassandra.
    Dai nomi delle sue opere, che vi mostreremo sabato sera alle 18:35 su LA1, si comprende che esse restano fedeli alle tecniche del Rinascimento italiano, ma, ne resterete stupiti, dialogano davvero con il tempo che abitano. Osservano, prima di esprimere. Trattengono, prima di comunicare. Decostruiscono, prima di costruire. «Per scolpire qualcosa bisogna prima romperla», ci dice Jago. «Camminando tra le mie opere esposte riconosco anche i miei fallimenti, che sono come le cadute che un bambino deve affrontare per imparare a camminare».

    Abbiamo avuto il privilegio di passare un po’ di tempo con lui e di vederlo all’opera: coglierne le espressioni e la dialettica. Vedere un’opera che sta emergendo dal marmo è una esperienza che meraviglia e ti cambia. E poi abbiamo ascoltato e raccolto il suo pensiero su temi che riguardano i nostri giorni e che sono legati alla sua arte: bellezza, successo, fallimento, aspettative.
    Per questa ragione abbiamo deciso di dividere il documentario su Jago: sabato 14 settembre in 18 minuti conosceremo la persona, lo scultore e i luoghi. Mentre l’appuntamento di sabato 21 settembre vedrà al centro alcune scene inedite e il suo pensiero rivolto al nostro tempo e a i giovani, commentato e arricchito in studio dal prof. Alberto Pellai. (red)

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