Disordini a Milano
Milano vive giorni difficili, e la cronaca racconta solo la superficie. Questo dossier raccoglie analisi, testimonianze e punti di vista per capire le radici del disagio che attraversa la città e per individuare le sfide che attendono la comunità, oltre l’emergenza e verso soluzioni condivise.
Il pifferaio della paura: quando i social trasformano i ragazzi in una folla senza controllo
Proteste giovanili, Leone XIV: «La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona»
Disordini a Milano, per Simone Feder i giovani cercavano un posto nella società
Disordini a Milano, due sacerdoti chiedono 500 educatori accanto ai militari
L'arcivescovo di Milano: "Rabbia inspiegabile. Stabilire rapporti per tendere una mano ai giovani"
Quel malessere trasversale dei giovani, che si amplifica sui social
Milano, don Burgio: ragazzi soli, gli adulti tornino a essere credibili
Disordini a Milano
Milano vive giorni difficili, e la cronaca racconta solo la superficie. Questo dossier raccoglie analisi, testimonianze e punti di vista per capire le radici del disagio che attraversa la città e per individuare le sfide che attendono la comunità, oltre l’emergenza e verso soluzioni condivise.
Il pifferaio della paura: quando i social trasformano i ragazzi in una folla senza controllo
Dopo i cortei pacifici degli studenti, Milano è stata travolta dalle violenze di ragazzini richiamati dai social. Poi sono arrivati falsi messaggi di nuove razzie, che hanno spinto molte famiglie a tenere i figli a casa. Un’insegnante riflette sul diritto di manifestare e su chi semina paura.
Proteste giovanili, Leone XIV: «La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona»
Licei francesi in mobilitazione da settembre, saccheggi a Milano con centinaia di minorenni: quattro insegnanti raccontano a Tracce ragazzi che chiedono ascolto, mentre a Lugano universitari e il filosofo Markus Krienke riflettono sul divario tra generazioni; sullo sfondo, la veglia del Papa allo Stade de France.
Disordini a Milano, per Simone Feder i giovani cercavano un posto nella società
Saccheggi, vetrine infrante e oltre duecento fermi, in gran parte minorenni: secondo lo psicologo pavese, già giudice onorario minorile ed educatore di strada a Rogoredo, la sola condanna non basta. Servono spazi di aggregazione, educatori nei quartieri e adulti capaci di porre limiti senza delegare tutto alla scuola.
Disordini a Milano, due sacerdoti chiedono 500 educatori accanto ai militari
Dopo le violenze del 17 e 18 ottobre, il governo italiano rafforza Strade sicure e inasprisce le norme sui minorenni. Il parroco del Gratosoglio e il responsabile Caritas della zona sud indicano un’altra strada: adulti presenti, famiglie sostenute, relazioni che restituiscano valore a ragazzi che si sentono invisibili.
L'arcivescovo di Milano: "Rabbia inspiegabile. Stabilire rapporti per tendere una mano ai giovani"
Pubblichiamo un estratto dell'intervista dell'Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ad 'Avvenire' dopo le violenze nel centro città del capoluogo lombardo. Sabato 17 ottobre, proprio durante gli scontri, mons. Delpini stava celebrando la Santa Messa nella festa della dedicazione del Duomo di Milano.
Quel malessere trasversale dei giovani, che si amplifica sui social
Una riflessione di Marco Dugato, criminologo e professore di Sociologia della devianza all’Università Cattolica, a partire dai fatti dello scorso finesettimana a Milano: «Si sono intrecciati vari livelli di protesta per una politica e una società che non sembrano pensare al futuro».
Milano, don Burgio: ragazzi soli, gli adulti tornino a essere credibili
Per il cappellano del carcere minorile Beccaria, alla base del fenomeno ci sono disagio sociale, fragilità emotiva e sfiducia nelle istituzioni: “Bisogna aiutare i giovani a riconoscere le proprie emozioni e restituire loro fiducia”.
COMMENTO
Il pifferaio della paura: quando i social trasformano i ragazzi in una folla senza controllo
È successo a Milano in un weekend di paura dove le manifestazioni pacifiche di tanti studenti sono state travolte dalla rabbia di altri coetanei. Ma ai miei alunni lo dico sempre: il diritto a manifestare è previsto dalla Costituzione. Allora come si spiega tutta questa rabbia?
di Paola Spotorno / Famiglia Cristiana
Il diritto di manifestare è previsto dalla Costituzione, così come, è sottolineato dalla Carta, quello di riunirsi pacificamente e senz’armi. Lo spiego ogni anno ai miei studenti, insistendo con forza sul fatto che a ogni diritto corrisponde un dovere. Così si sono svolte manifestazioni convocate in molte città italiane, anche a Milano.
Peccato però che, a una prima manifestazione pacifica e rispettosa dei diritti di tutti, sia seguita una coda violenta, che non ha nulla a che fare con i cori e le richieste di studenti, insegnanti e cittadini scesi in piazza. Disordini che sono continuati e, se possibile, sono diventati ancora più violenti con il passare delle ore. Ma chi correva come un ossesso per le strade, rompendo e razziando negozi, non era chi ci aspettavamo: ragazzini giovanissimi che hanno trasformato, domenica, il centro di Milano nel palcoscenico della loro inspiegabile, almeno per il momento, follia.
Convocati dal pifferaio di Hamelin, il loro smartphone, attraverso i messaggi che facevano viaggiare sui social più frequentati dai giovani la chiamata alla rivolta. Ma c’è un seguito. Lo stesso pifferaio, l’algoritmo fantasma, il giorno dopo ha iniziato a invadere i social di studenti, famiglie e chat di classe con messaggi apocalittici, annunciando razzie e violenze di vario tipo. Anche una collega preoccupata, alla quale erano stati girati alcuni di questi messaggi, mi ha contattata chiedendomi: «Che cosa dobbiamo fare?». Le ho risposto di prendersi un attimo di tempo e, dopo aver verificato la fonte, di rivolgersi eventualmente alle forze dell’ordine.
Oggi ho avuto la conferma dagli organi di informazione che si trattava di messaggi generati soltanto per creare altro caos e mettere in ansia le famiglie, così che molti non stanno mandando i figli a scuola. Tutto questo mi ha fatto pensare a una caricatura che anni fa proponeva il comico Antonio Albanese: Il ministro della paura. Cercatela sul web. C’è una frase che mi ha colpita e fatta riflettere, anche alla luce dei fatti di questi giorni: «Una società senza paura è come una casa senza pavimento». Che il pifferaio l’abbia presa sul serio?
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Proteste giovanili, Leone XIV: «La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona»
A Évreux, in Normandia, il 6 ottobre Guillaume Boulet camminava in mezzo ai suoi studenti. Insegna storia e geografia al liceo statale Aristide Briand, che ha quasi duemila allievi ed è uno degli istituti alla testa della protesta. Da fine settembre la mobilitazione attraversa le scuole francesi: più di trecento licei coinvolti, trenta campus universitari. Il 17 e 18 ottobre è toccato all’Italia, con le manifestazioni contro il carovita degenerate a Milano in due giorni di saccheggi e 220 minorenni portati in Questura. Ne hanno discusso anche gli studenti dell’USI, con il Corriere del Ticino. Ma che cosa chiedono questi ragazzi? Alla rivista Tracce hanno risposto quattro docenti che conoscono da vicino quelle aule.
«Vogliamo essere ascoltati»
«È successo piuttosto all’improvviso», racconta Boulet. Le ragioni, però, si erano accumulate da tempo. «La norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento». La pausa pranzo dura spesso venti minuti, le lezioni possono finire alle 18, «quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa». Il collega Benjamin Gaudré era presente quando alcuni liceali sono andati dal prefetto con una lista precisa: attrezzature nuove, edifici sistemati, orari ripensati. «Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa», osserva. Alle autorità hanno detto: «Noi non vogliamo essere semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati».
Un luogo dove dirlo
Annamaria Ghinassi, già docente di italiano al Briand, porta un episodio che ha segnato la scuola: la morte di uno studente, alcuni mesi fa, e la routine delle lezioni che è andata avanti come se nulla fosse. Da lì il suo giudizio: «Dobbiamo cominciare ad ascoltarli tutti i giorni, secondo me, e dedicare tempo a questo». Altrimenti, «siccome non hai un luogo dove dirlo, né a scuola né fuori, rimane solo un posto dove urlare la frustrazione e il disagio: la strada».
La strada, in Francia come a Milano, ha portato anche vetrine spaccate, giovani feriti. Nessuno dei quattro docenti giustifica la violenza. Gaudré tiene il punto: «La maggior parte dei miei allievi vuole solo poter studiare e avere più speranza per il futuro». Sul caso milanese il vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il Settore giovani, Lorenzo Zardi, ha chiesto, parlando al SIR, la stessa distinzione tra le rivendicazioni e gli episodi di devastazione. L’antropologo Mario Pollo ha richiamato gli adulti, che da decenni «hanno smesso di considerare le nuove generazioni come il proprio futuro».
Il conflitto non è un nemico
Il luogo che manca è anche il punto di Zardi. Il nodo, per lui, è culturale: «Ci siamo disabituati all’esercizio del dissenso democratico». Il vicepresidente dell’Ac richiama Alexis de Tocqueville e il filosofo Byung-Chul Han per descrivere un potere sempre più invisibile e persuasivo. Eppure «l’omologazione non cancella la sete di libertà». A mancare sono i luoghi in cui quella libertà può organizzarsi e diventare rivendicazione collettiva. Senza di essi la frustrazione rischia di sfociare in forme «caotiche e disorganizzate, incapaci di farsi proposta politica». E aggiunge: «siamo immersi in una cultura che tende a fuggire metodologicamente dal conflitto: lo si evita, lo si anestetizza o lo si criminalizza. Al contrario, il conflitto fa parte della vita democratica e va incanalato in forme istituzionalizzate».
Ai giovani, aggiunge, non basta poter esprimere il disagio. Serve «uno spazio effettivo di corresponsabilità nella costruzione del presente e del futuro». Oggi sono spesso vittime di una «ingiustizia epistemica»: li si ritiene incapaci di produrre conoscenze rilevanti. Senza spazi in cui quel sapere venga riconosciuto, «la spinta trasformativa si trasforma in inascoltata protesta». Le sue priorità: più rappresentanza generazionale dove si decide, un dialogo tra le età «che superi il paternalismo e si fondi sul riconoscimento reciproco delle competenze», politiche di lungo periodo.
Le domande di Lugano
All’USI le voci raccolte dal CdT si dividono. Uno studente ammette: «[...] sono un po’ spaventato, perché i moti giovanili e le proteste ci sono sempre stati, ma non ne avevo mai visti di così cruenti». Una studentessa indica il nodo del lavoro: «gli stage proposti sono pochi e sottopagati». C’è anche chi pensa che una protesta pacifica non serva a niente.
Markus Krienke, professore ordinario di Filosofia moderna ed Etica sociale alla Facoltà di Teologia di Lugano, legge lo scarto tra generazioni: «Il futuro è incerto e questi giovani esprimono un sentimento che non coincide più con le certezze del mondo precedente». Finché la protesta resta pacifica, i ragazzi «hanno tutto il diritto di farlo». Contro chi sfrutta le piazze per la violenza chiede fermezza, perché la polarizzazione rischia di rendere credibili ai giovani solo le risposte estreme.
Lo stadio e la piazza
Martino Borello, docente all’università Paris 8, ricorda che il 25 settembre, pochi giorni prima dei cortei, circa 80'000 giovani avevano riempito lo Stade de France per la veglia con Leone XIV. «Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà», aveva detto loro il Papa. Per Borello, molti hanno avuto la percezione che qualcuno dicesse loro, «forse per la prima volta, che la loro vita era importante, che aveva valore». Lo stadio in festa e le piazze in rivolta sono due immagini opposte, che forse esprimono la stessa richiesta di vero ascolto.
Nella sua università i docenti hanno già deciso di muoversi: è emersa «la volontà di aprire uno spazio di dialogo con gli studenti; ne stiamo definendo le modalità». Un tavolo, un orario, qualcuno che resta in aula dopo la campanella. Gaudré è convinto che i ragazzi, marciando, «stanno facendo politica». Il Papa, allo stadio, aveva indicato l’unica arma possibile per quella battaglia: «quella dell’amore che si dona».
fonte: sir/tracce/agenzie/catt.ch
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Disordini a Milano, per Simone Feder i giovani cercavano un posto nella società
Per Simone Feder i ragazzi che lo scorso fine settimana hanno saccheggiato i negozi del centro di Milano non cercavano la rivoluzione. Cercavano un posto. Feder è psicologo ed educatore, coordina l’Area Giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia ed è stato giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Milano. Ha letto i due giorni di disordini (oltre duecento fermati, l’80 per cento minorenni) da un osservatorio che pochi hanno. C’è il bosco di Rogoredo, per anni la più grande piazza di spaccio della Lombardia, dove fa educativa di strada tra chi cerca una dose da cinque euro. E ci sono le comunità in cui arrivano i giovani per cui il resto è già crollato. Da lì vede «una sofferenza che sembra rompere gli argini». Il suo rimprovero va agli adulti prima ancora che ai ragazzi.
Entrare nel sistema, non abbatterlo
Non c’erano bandiere né portavoce. Erano adolescenti tra i tredici e i diciotto anni, chiamati da un passaparola sui social, sulla scia di proteste già viste a Parigi, Bruxelles e Berlino. Feder li legge così: «non volevano abbattere il sistema, volevano entrarci. Chi ha dato fuoco ai cestini e portato via merce dalle vetrine non cercava la rivoluzione, cercava un posto: essere riconosciuto, apparire, contare, in una società che misura le persone da ciò che possiedono. E se non si possiede, si prende. Molti saccheggi sono stati filmati con i telefonini: contare, oggi, passa anche da lì».
La scorciatoia della condanna
Comprendere non vuol dire giustificare. «La violenza va condannata e chi sbaglia risponde delle proprie azioni. Ma fermarsi alla condanna è la scorciatoia degli adulti: ci assolve in fretta, e ci dispensa dall’interrogarci sui modelli che proponiamo e sulle occasioni educative che non siamo stati capaci di offrire». Di diagnosi, osserva, ce ne sono fin troppe. Ci si blocca quando c’è da decidere che cosa fare, perché agire costa fatica e obbliga a lasciare i luoghi sicuri. Fermi e vertici sull’ordine pubblico sono strumenti dovuti. Arrivano però dopo, quando la vetrina è già a terra e un quindicenne ha davanti un’aula di tribunale.
Dove possono andare
La domanda di Feder è concreta: dove può un adolescente esprimersi, mettersi alla prova, anche sbagliare, senza ricevere subito un’etichetta? «Servono spazi di aggregazione, sport, cultura, educatori nei quartieri, occasioni vere di partecipazione: luoghi in cui la rabbia diventi parola e la protesta confronto. Le istituzioni non possono farsi vedere soltanto quando scoppia l’emergenza. I giovani non sono solo un problema di sicurezza: sono cittadini». Per lui la scelta tra sicurezza ed educazione non regge. Servono entrambe.
Il limite che gli adulti non reggono
Poi c’è un episodio minuscolo. Alcuni studenti avevano aderito a uno sciopero e dopo due ore volevano rientrare in classe. La dirigente scolastica ha rifiutato, e certi genitori l’hanno contestata con durezza. Feder si chiede «quale idea di responsabilità trasmettiamo se chiediamo alla scuola di educare e poi la delegittimiamo quando mette un limite? Educare vuol dire insegnare che ai diritti si accompagnano i doveri e che la libertà ha delle conseguenze. E gli insegnanti non possono essere lasciati soli proprio mentre fanno il loro mestiere». La domanda non riguarda solo Milano.
Meno cattedre, più strada
La formula è sua: servono «meno cattedre e più strada». Non si tratta di rinunciare allo studio, ma di metterlo al servizio dell’incontro. Feder cita il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, che viene dall’esperienza di prete di strada accanto ai giovani e ai tossicodipendenti: «Non basta vedere una persona, bisogna incontrarla. Non possiamo accorgerci dei ragazzi soltanto quando diventano un problema».
Feder ricorda anche che non esiste una sola gioventù. Alcuni ragazzi cercano riconoscimento nella paura e nel possesso. Altri protestano senza violenza, studiano, denunciano le disuguaglianze, fanno volontariato e scoprono di valere per ciò che sanno donare. Fanno meno rumore. Da loro si può ripartire, e da adulti disposti ad andare a cercare gli altri.
fonte: agenzie/famigliacristiana/catt.ch
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Disordini a Milano, due sacerdoti chiedono 500 educatori accanto ai militari
Cinquecento militari in più per le strade di Milano fino a fine anno. È la risposta del governo italiano, approvata il 20 ottobre, alle devastazioni del 17 e 18 ottobre, accompagnata da una stretta penale che tocca anche i minorenni. Dalle periferie della città, due sacerdoti che con gli adolescenti ci vivono ogni giorno rilanciano la stessa cifra cambiando una sola parola: educatori. Sono don Paolo Steffano, parroco di Santa Maria Madre della Chiesa al Gratosoglio, e don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas Ambrosiana per la zona sud di Milano. Nessuno dei due nega il bisogno di sicurezza. Entrambi dicono che non basta.
Prima il presidio, poi il resto
Don Steffano parte da un’ammissione. «Quando succede una cosa incredibile come questa, c’è una pancia che chiede una risposta immediata di questo tipo, quindi è comprensibile che il governo la faccia. Anzi, la prima risposta non può che essere presidiare il territorio, il problema è cosa viene dopo». Fermarsi lì sarebbe un errore: «La prevenzione non è solo mettere in strada più militari o forze dell’ordine, altrimenti alla fine cosa si fa, si arriva allo Stato di polizia?».
Le nuove norme sui minori gli sembrano un modo per schivare la domanda vera. «Non si può continuare a tagliare i rami, bisogna andare a vedere dove affondano le radici dei problemi. Ricordiamoci che se l’istruzione e l’educazione costano, l’ignoranza ancora di più».
Don Mapelli fissa subito il punto fermo: «La violenza va condannata, questo è fuori discussione». Capire non vuol dire assolvere. Lui le carceri minorili le conosce, e sa che un ragazzo soltanto rinchiuso rischia di uscire più arrabbiato e più solo di prima.
Ragazzi che si sentono invisibili
Steffano le periferie le conosce da tempo: prima del Gratosoglio è stato per diciotto anni parroco di Baranzate, alle porte di Milano, in un comune di quasi duecento etnie. Dietro le vetrine sfondate, per lui, non c’è un progetto. «Non è un movimento studentesco, non c’è dietro un pensiero politico organizzato, è stata un’azione selvaggia». C’è piuttosto un bisogno di esistere: «Sono ragazzi che si sentono invisibili, sembra che per farsi vedere debbano per forza fare del male e inquadrarlo». Dai colloqui con altri parroci è emersa la giustificazione più ricorrente tra chi ha saccheggiato: «era lì e si è lasciato coinvolgere». E la violenza non nasce in un fine settimana.
Una città, tante città
Mapelli vive con una quarantina di adolescenti e li incontra nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri». Ricorda minorenni accolti dopo aver abitato nei box di un quartiere popolare, mentre loro coetanei partono ogni weekend per una capitale europea. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse». E ancora: «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva».
Chi resta indietro cerca il riscatto dove può. Per quei ragazzi del box, un cappellino d’alta moda era diventato fondamentale. «Poi non è quella roba lì che te lo dà». Qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo. Sulle seconde generazioni il sacerdote non fa dell’origine un destino: il confine che conta passa tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori.
Gli adulti dove stanno?
Tra i ragazzi coinvolti c’erano anche undicenni e dodicenni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede Mapelli. Non per scaricare tutto sui genitori: per paura dello scontro, osserva, si rinuncia proprio a quel confronto educativo in cui nascono regole e fiducia. E le famiglie fragili vanno sostenute prima, non chiamate in causa il giorno dopo. «Nessuno vive su un pianeta a sé». Pesa anche il linguaggio di leader che parlano di continuo di guerre e bombe: «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa».
Steffano chiama in causa la comunità intera: «dobbiamo prima accettare che come comunità siamo di fronte al fallimento di alcuni progetti e investimenti». Agli artisti che sostengono che con le buone non cambi nulla riserva una risposta che vale per entrambi i fronti: «Cavalcano l’onda, proprio come chi, dall’altro lato, dice che bisognerebbe rimpatriarli tutti».
Cinquecento educatori
Le due voci arrivano allo stesso punto. «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice Mapelli. E propone: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori?» Steffano sa che non è una proposta da campagna elettorale: «Non arriverà mai nessuno che dirà: “Mando 500 educatori”. Ma un esercito di gente che entra in relazione con i ragazzi è più forte di un esercito che reprime e basta».
Quell’esercito, in piccolo, esiste già. Sta nei cortili del Gratosoglio, nelle case dove Mapelli divide la tavola con i suoi ragazzi, in ogni adulto che decide di restare. Lui lo dice come un avvertimento: «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri». Letta dall’altro verso, è una promessa. Vale a Milano. E vale per ogni città che abbia una periferia, anche a un’ora di treno da qui.
fonte: agenzie/vita/famigliacristiana/catt.ch
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L'arcivescovo di Milano: "Rabbia inspiegabile. Stabilire rapporti per tendere una mano ai giovani"
Una città smarrita, impreparata di fonte a una protesta tanto improvvisa quanto violenta. Che ha lasciato strascichi di paura, soprattutto in previsione dei prossimi appuntamenti annunciati. L’arcivescovo Mario Delpini, che guida la diocesi ambrosiana dal 2017, offre alcune piste di riflessione per cercare almeno di non arrendersi di fronte a tanta rabbia.
Eccellenza, a Milano sabato e domenica si sono viste scene di violenza e devastazione come non accadeva da decenni. Sorpresa e paura tra molti: lei come spiega questa esplosione di rabbia?
Da quali deserti dell’anima può venire quell’aridità che non soffre nel far soffrire? Da quale mondo virtuale può venire il far paura senza provare paura? Da quale indifferenza può venire l’aggredire senza timore di essere aggrediti, cioè senza pensare né temere le conseguenze? Io non so spiegarmi questa esplosione di rabbia. Io non so attribuire colpe e indicare colpevoli. Forse altri sapranno farlo.
Che cosa si sente di dire a una città sotto choc?
La società, i negozianti, i cittadini devono cercare di difendersi e non so come si possa fare per contenere minorenni incontenibili. Le forze dell’ordine hanno regole che i teppisti minorenni non osservano. Si dovranno quindi definire strategie legali ed efficaci. Io di questo non so niente. A me piacerebbe azzardarmi a stabilire rapporti, a condividere ore di scuola, partite di calcio, passeggiate in montagna. Ecco, per capire o almeno per tendere una mano.
Leggi l’intervista completa di Davide Parozzi sul sito di Avvenire
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Quel malessere trasversale dei giovani, che si amplifica sui social
«È ancora tutto molto recente, confuso e le indagini sono in corso», dice Marco Dugato, criminologo e professore di Sociologia della devianza all’Università Cattolica di Milano, commentando gli atti di violenza e vandalismo esplosi nei giorni scorsi in piazza Duomo. «Quello che emerge è che ci sono diversi livelli».
Quali?
Anzitutto distinguerei la manifestazione (studentesca e regolarmente autorizzata, ndr) dagli scontri, perché – seppure ci sia stata un’origine comune – poi hanno preso due direzioni completamente diverse, tant’è che gli scontri sono proseguiti anche la domenica con logiche slegate da quelle della manifestazione. E con una regia completamente differente: da un lato c’era un’organizzazione, una rivendicazione politica su alcune istanze; dall’altro, era un’auto-organizzazione estemporanea di gruppi che si aggregavano via social per andare a compiere azioni mirate, molto specifiche e con dinamiche diverse.
È allarmante anche il fatto che la maggior parte dei ragazzi fermati dalla polizia fossero minorenni, alcuni addirittura di 11-12 anni.
Questo secondo me è l’elemento comune: la fortissima presenza di ragazzi molto giovani che spesso non comprendono neanche quelle che sono le istanze come il caro-vita, pur provandole sulla loro pelle, ma indirettamente, come vissuto di una difficoltà delle famiglie. Molti non sanno neppure perché sono lì, è quanto sta emergendo adesso anche dai pochi racconti dei genitori. Questi ragazzi non erano partiti con l’idea di compiere certe azioni, ma si sono lasciati trascinare. Ripeto, si sono intrecciati diversi livelli: da una dimensione materiale a una, per esempio, performativa.
In che senso?
Il fatto che molte di queste azioni siano state organizzate online e poi filmate avevano lo scopo di essere eclatanti, non avevano un significato politico, come è stato in altre manifestazioni di qualche mese fa a Milano dove il bersaglio era la banca perché l’idea era quella di andare a colpire un simbolo del capitalismo. Qui invece è molto più estemporaneo rispetto a quel tipo di vandalismo e c’è questa dimensione performativa. In alcuni casi forse c’è anche una dimensione di emulazione rispetto a quello che è avvenuto in Francia o in altri Paesi. Inoltre si aggiunge un sentimento di disagio da parte di molti ragazzi dovuti al fatto di non sentirsi parte di una società che li valorizza, li identifica. Quindi se compiono un’azione così forte dal punto di vista della distruzione, non hanno la percezione di vandalizzare la loro città, perché in qualche maniera se ne sentono estranei.
C’è quindi anche un problema di riconoscimento…
La stessa dimensione performativa – come la chiamo io -, quindi finire sui social è un modo per essere ricordato o identificato. Un dato interessante è che si tratta di una componente legata al mondo della seconda generazione, anche se poi non riguarda solo i ragazzi svantaggiati o comunque isolati da un punto di vista identitario, ma anche gli italiani. Non è affatto facile capire cosa c’è dietro questa azione, anche per questo c’è stata la grande difficoltà di gestione della piazza, soprattutto dal punto di vista preventivo. Non voglio entrare in questioni di ordine pubblico, ma il fatto di avere a che fare non con il classico soggetto, con un gruppo sociale o politico che manifesta, ma con ragazzi che agivano sporadicamente, immagino come sia stato difficile gestire la situazione.
Tra i giovani c’è comunque un malessere diffuso, non imputabile a un unico fattore…
C’è un malessere trasversale, anche amplificato da una narrazione che viene dall’esterno e che poi si autoalimenta sui social. Non voglio dire che i social siano un male assoluto, però hanno un effetto di esasperazione, di esaltazione dei comportamenti. È importante però non concentrare l’attenzione sugli scontri, perché si rischia di far passare in secondo piano le ragioni legittime che stanno alla base di una manifestazione. C’è comunque un’assenza di politiche che guardano a una generazione di ragazzi più giovani che – più o meno giustamente – non si sentono considerati. Quindi il fatto che abbiano una reazione violenta può diventare una modalità di espressione di un disagio che non trova il canale ufficiale o la rappresentanza politica o associativa per poterlo manifestare.
In una recente indagine da lei condotta con colleghi della Cattolica sul tema dei conflitti e dell’aggressività in ambito ecclesiale erano già emersi elementi di allarme?
Non così forte, però sì. Alcuni elementi di disagio credo li percepisca chiunque viva a contatto con i ragazzi. È molto importante la presenza educativa sul territorio, creare spazi di aggregazione per raccogliere e incanalare anche la rabbia di tanti ragazzi che non si sentono ascoltati, compresi. Le scuole, le agenzie educative, le associazioni possono potenzialmente svolgere un ruolo fondamentale. Le stesse politiche possono incentivare e sostenere questo tipo di iniziative, penso alle attività degli insegnanti e degli educatori, i quali eviterebbero che tutto sia lasciato all’auto organizzazione, anche di proteste che poi sfociano in certe derive.
Fonte: Luisa Bove / chiesadimilano.it
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Milano, don Burgio: ragazzi soli, gli adulti tornino a essere credibili
Le violenze esplose nel centro di Milano nei giorni del 17 e 18 ottobre hanno riacceso l’attenzione sul disagio giovanile e sulle forme di protesta che attraversano le città. Una mobilitazione inizialmente legata al carovita e alle difficoltà sociali è stata segnata da scontri con le forze dell’ordine, vetrine infrante, saccheggi e danneggiamenti, soprattutto nell’area di piazza Duomo. Coinvolti numerosi giovanissimi, molti dei quali minorenni. “È importante non associare queste violenze di tipo predatorio alle manifestazioni studentesche, che hanno un’altra matrice, altri ragionamenti e altre logiche”: don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, invita a distinguere i fenomeni per comprendere quanto sta accadendo nel capoluogo lombardo. Dietro questi comportamenti, spiega, “c’è una rabbia che cova da tempo e che esplode in un contesto segnato da solitudine, povertà educativa e perdita di fiducia negli adulti e nelle istituzioni”.
Povertà e fragilità
Una violenza che, secondo il sacerdote, non nasce all’improvviso: “Sono ragazzi molto giovani, non necessariamente soltanto di seconda generazione, ci sono anche molti italiani. È una situazione dove dilagano il senso di impunità e la mancanza di senso civico”. Don Burgio parla di una rabbia repressa ed esplosiva, alimentata da condizioni di fragilità che da tempo attraversano le periferie e le città. A favorire questi comportamenti possono contribuire anche l’emulazione di quanto accade in altri Paesi, come in Francia, e la circolazione di modelli violenti attraverso i social. Il sacerdote non esclude che possano esserci forme di organizzazione, ma sottolinea soprattutto la necessità di interrogarsi sulle condizioni in cui crescono questi ragazzi: “Sono figli di famiglie povere, sia dal punto di vista economico sia educativo, ragazzi lasciati veramente soli”. A preoccupare è anche l’abbandono scolastico, che coinvolge giovani ancora in età dell’obbligo e rappresenta, nella sua lettura, un segnale di disagio profondo.
Il problema della cittadinanza
Alla radice di questa rabbia c’è anche la difficoltà, per alcuni giovani, di trovare il proprio posto nella società. Una questione che riguarda in particolare le seconde generazioni, per le quali don Burgio richiama il tema della cittadinanza: “Questi ragazzi non appartengono ai loro Paesi d’origine, ma non appartengono neanche allo Stato nel quale sono nati e cresciuti”. Da qui, secondo il sacerdote, nasce “uno spaesamento identitario che può alimentare sentimenti di esclusione e manifestazioni di odio e violenza. Per questo è necessaria una riflessione seria, libera da contrapposizioni ideologiche e partitiche: il problema della cittadinanza non è una questione ideologica, politica, partitica, è un diritto che va assolutamente accordato”. Accanto a questo aspetto, poi, c’è la fragilità emotiva: “Molti giovani vivono nell’impulsività e non hanno imparato a riconoscere e rielaborare le proprie emozioni. Quando manca la possibilità di dare un nome alla rabbia e di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla, la reazione può diventare incontrollata. In una situazione di povertà e di fragilità questi ragazzi reagiscono facendo una giustizia che non ha nulla di giusto”.
Responsabilità personali e ruolo del gruppo
Nel valutare il coinvolgimento dei singoli, don Burgio invita a non confondere la presenza in una folla con la responsabilità diretta negli episodi di violenza. Alcuni ragazzi, spiega, potrebbero essere stati presenti senza aver avuto un ruolo attivo; per altri, invece, i comportamenti appaiono difficili da comprendere nell’immediato. Questo non significa, però, sottrarre nessuno alle proprie responsabilità: “Deve iniziare il tempo delle responsabilità personali per questi ragazzi. Il gruppo spesso può nascondere o attenuare, agli occhi di chi vi partecipa, la percezione della propria responsabilità. La presa di coscienza richiederà tempo”. La riflessione del sacerdote si allarga, infine, al mondo degli adulti, chiamati a interrogarsi sul proprio ruolo educativo, nelle famiglie come nelle istituzioni. “Molti ragazzi spesso mi dicono che l’adulto non è credibile, non è coerente e soprattutto mi dicono che non è presente. È questa una delle contestazioni più ricorrenti: la presenza degli adulti viene avvertita come controllo sia nell’educazione familiare sia nel rapporto con le istituzioni e le forze dell’ordine”. La sfida, dunque, non è soltanto fermare la violenza e accertare le responsabilità, ma “ricostruire relazioni educative capaci di accompagnare i ragazzi, aiutarli a riconoscere le proprie emozioni e restituire loro fiducia”.
Fonte: Vatican News
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