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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (19 febbraio 2026)
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  • Don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (Lefebvriani)

    Il "no" repentino dei Lefebvriani alla proposta di dialogo da parte di Roma

    In una lunga risposta inviata il 18 febbraio 2026 a Roma, la FSSPX rifiuta la ripresa del dialogo proposta dal Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano presieduto dal cardinale Fernandez. Se questo rifiuto era piuttosto atteso, sorprendono invece la rapidità della reazione e la fermezza del tono. La FSSPX mantiene la volontà di ordinare i suoi nuovi vescovi il 1° luglio.

    «Non posso accettare, per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e davanti alle anime, la prospettiva e gli obiettivi in nome dei quali il Dicastero propone una ripresa del dialogo nella situazione attuale; né, del resto, il rinvio della data del 1° luglio», scrive il superiore della FSSPX, l’abate Pagliarani, nella sua lettera datata 18 febbraio 2026, Mercoledì delle Ceneri, e firmata da tutti i membri del suo consiglio.

    Un rifiuto fermo e definitivo del Vaticano II

    Come nelle precedenti prese di posizione, lungi dall’abbassare i toni, l’abate Pagliarani mette in primo piano quella che per lui sarebbe la “legge della salvezza delle anime”, che deve prevalere su ogni altra considerazione teologica o disciplinare. La logica è implacabile. La FSSPX non cede di un millimetro.

    «Sappiamo fin dall’inizio entrambi che non possiamo metterci d’accordo sul piano dottrinale, in particolare riguardo agli orientamenti fondamentali presi a partire dal Concilio Vaticano II. Questo disaccordo, da parte della Fraternità, non riguarda una semplice divergenza di opinioni, ma un vero e proprio caso di coscienza, nato da ciò che si rivela essere una rottura con la Tradizione della Chiesa», sottolinea il superiore della FSSPX. E aggiunge: «Non vedo quindi come un processo di dialogo comune possa giungere a determinare insieme quali sarebbero le “esigenze minime per la piena comunione con la Chiesa cattolica”, poiché – come lei stesso ha ricordato con franchezza – i testi del Concilio non possono essere corretti, né la legittimità della Riforma liturgica rimessa in discussione.»

    Per la FSSPX è Roma che deve convertirsi

    L’abate Pagliarani afferma di aver atteso «per sette anni un’accoglienza favorevole alla proposta di discussione dottrinale formulata nel 2019». «Ora, dopo un lungo silenzio, solo nel momento in cui si evocano consacrazioni episcopali viene proposta la ripresa di un dialogo, che appare quindi dilatorio e condizionato. Infatti, la mano tesa dell’apertura al dialogo è purtroppo accompagnata da un’altra mano già pronta a infliggere sanzioni.» Una minaccia pubblica che porrebbe la FSSPX sotto una pressione intollerabile, «difficilmente compatibile con un vero desiderio di scambi fraterni e di dialogo costruttivo».

    Per una fedeltà costante alla Tradizione

    Per la FSSPX la questione è ancora più fondamentale, poiché «nel corso dei secoli, i criteri di appartenenza alla Chiesa sono stati stabiliti e definiti dal Magistero. Ciò che doveva essere creduto obbligatoriamente per essere cattolico è sempre stato insegnato con autorità, in una fedeltà costante alla Tradizione.»

    Ripercorrendo la storia dei colloqui con il Vaticano, l’abate Pagliarani accusa il cardinale Müller (allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ndr) di aver, nel giugno 2017, «solennemente stabilito, a suo modo, i minima necessari per la piena comunione con la Chiesa cattolica, includendo esplicitamente tutto il Concilio e il post-Concilio. Questo dimostra che, se ci si ostina in un dialogo dottrinale troppo forzato e privo di sufficiente serenità, a lungo termine, invece di ottenere un risultato soddisfacente, non si fa che aggravare la situazione.»

    La Fraternità non cerca una regolarizzazione canonica

    Nonostante il rifiuto di ogni dialogo, l’abate Pagliarani cerca comunque di preservare la situazione acquisita dalla FSSPX: «È per questo che, nel corso degli anni, i Sommi Pontefici hanno preso atto di questa esistenza e, con atti concreti e significativi, hanno riconosciuto il valore del bene che essa può compiere, nonostante la sua situazione canonica. È anche per questo che oggi ci parliamo.»

    «Questa stessa Fraternità vi chiede unicamente di poter continuare a fare lo stesso bene alle anime alle quali amministra i santi sacramenti. Non vi chiede altro, nessun privilegio, né una regolarizzazione canonica che, allo stato attuale delle cose, risulta impraticabile a causa delle divergenze dottrinali. La Fraternità non può abbandonare le anime. Il bisogno delle consacrazioni è un bisogno concreto a breve termine per la sopravvivenza della Tradizione, al servizio della santa Chiesa cattolica.»

    La Fraternità chiede un regime di eccezione pastorale

    Il superiore conclude invocando un’applicazione pastorale e flessibile del diritto, non esitando a richiamarsi a papa Francesco. «Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e lei stesso avete ampiamente promosso l’“ascolto” e la comprensione delle situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete inoltre auspicato un uso del diritto che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto attraverso automatismi giuridici e schemi prestabiliti.»

    (cath.ch/com/mp) traduzione e adattamento redazionecatt

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