di Chiara Gerosa
“Credo che i milioni di persone che sono state brutalmente uccise non se ne siano mai andate. Le loro anime sono ancora qui, osservano ciò che accade ai figli e ai nipoti”. È questo il senso profondo del titolo Souls in Transit - Anime in transito, il documentario della regista Aida Schlaepfer al Hassani, proiettato la scorsa settimana a Lugano al cinema Iride.
Non si tratta solo di un film-documentario, ma di un viaggio nella memoria, nel dolore e nella responsabilità di ricordare. Il documentario racconta la persecuzione del 2014 dei cristiani in Iraq e la collega al genocidio del 1915, una pagina di storia ancora poco conosciuta.
La regista, nata a Baghdad da madre libanese e padre iracheno, ha trascorso la sua infanzia tra i paesi d’origine dei genitori. In Souls in Transit mette in scena un percorso personale e coraggioso: si espone a un rischio reale per documentare storie che altrimenti rischierebbero di sparire. «Quando sono partita sapevo che avrei potuto non tornare, ho scritto il mio testamento», racconta, «ma era più importante dare voce a chi stava per essere eliminato. La mia anima era con loro».
Da musulmana sciita, Aida ha scelto di raccontare la storia di una minoranza cristiana perseguitata, mossasi dalla sua convinzione che l’essere umano vada oltre le appartenenze religiose. «Crescendo non ho mai sentito distanza tra credenti e non credenti. Quando sono con i cristiani, mi sento a casa». Il documentario è costruito quasi esclusivamente su testimonianze dirette, per lasciare prove concrete e impedire che la memoria venga cancellata: «Un film con attori lascia sempre spazio al dubbio. Io volevo lasciare una traccia storica».
Il film dialoga costantemente tra passato e presente: immagini del genocidio del 1915 accostate a quelle dell’Iraq 2014-2017 mostrano come la violenza contro minoranze religiose e civili continui, oggi come allora. «Nulla cambia», osserva la regista: «Prima era in bianco e nero, ora è a colori, ma la storia si ripete».
Souls in Transit è un invito all’ascolto, alla memoria e alla responsabilità. La regista spera che gli spettatori prendano la voce dei protagonisti e la diffondano. Perché alcune storie – e alcune anime – possano ancora interrogarci.