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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (29 gennaio 2026)
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  • In Armenia: un segno di resistenza morale e spirituale

    di Chiara Gerosa

    Domenica 19 ottobre, Ignatius Choukrallah Maloyan sarà proclamato santo da papa Leone. Non si tratta del primo santo armeno, ma del primo vescovo armeno-cattolico martire del genocidio del 1915 elevato agli altari: un segno potente di memoria e speranza per un popolo segnato dalla sofferenza.

    Nato nel 1869 a Mardin, allora parte dell’Impero Ottomano, Maloyan proveniva da una famiglia profondamente cristiana. Volle dedicare la sua vita alla cura pastorale della comunità armena-cattolica. Ordinato sacerdote nel 1895, divenne arcivescovo nel 1911, assumendo la guida spirituale in un periodo drammatico per gli armeni, sempre più perseguitati e sotto pressione politica.

    Durante le persecuzioni del 1915, Maloyan fu arrestato con numerosi altri armeni e trasferito in prigione. Qui, nonostante le minacce e le torture, rifiutò di convertirsi all’islam, mantenendo una fede incrollabile. Celebrò l’Eucaristia in cella e incoraggiò i compagni con parole rimaste scolpite: «Vivo e muoio per la fede». La sua calma e la sua serenità colpirono profondamente le autorità e l’opinione pubblica internazionale: papa Benedetto XV denunciò quell’uccisione come «insulto alla civiltà». Fucilato l’11 giugno 1915, Maloyan divenne simbolo di resistenza morale e spirituale.

    Beatificato da Giovanni Paolo II nel 2001, Maloyan rappresenta oggi un esempio di coraggio e dedizione religiosa. La canonizzazione non celebra solo la sua figura personale, ma diventa occasione per ricordare tutte le vittime del genocidio armeno, segnato da milioni di morti e dalla distruzione di intere comunità.

    La Chiesa armeno cattolica

    La canonizzazione offre anche lo spunto per conoscere meglio la Chiesa armeno-cattolica, minoranza storica e vivace all’interno di un contesto prevalentemente armeno-apostolico, vale a dire la Chiesa nazionale che dal V-VI secolo si staccò dalle altre Chiese orientali e da Roma. Gli armeno-cattolici invece si riunirono a Roma nel XVIII secolo, ad opera dei missionari invitati in Oriente dalla Santa Sede. I fedeli oggi sono circa 120-150mila, concentrati soprattutto a Gyumri, città nata dall’esodo dei profughi dall’attuale Turchia, che rappresenta un centro spirituale e culturale della comunità.

    Questa Chiesa conserva lingua, liturgia e spiritualità simili a quelle della Chiesa apostolica armena, ma è in piena comunione con Roma. Sul piano storico, la separazione degli armeni dalle altre Chiese risale al Concilio di Calcedonia (451), al quale gli stessi armeni non parteciparono per motivi politici e culturali; da qui l’accusa di monofisismo, in realtà frutto di incomprensioni teologiche. Oggi prevale la convinzione che le differenze siano più terminologiche che sostanziali. Fra le particolarità del rito armeno, ricordiamo che il sacerdote celebra insieme al popolo rivolto verso l’Oriente, verso Dio, mentre nella tradizione cattolica occidentale post-conciliare egli si posizione quale mediatore tra popolo e il Signore. Durante la Quaresima, il rito armeno prevede che una tenda copra il presbiterio per 40 giorni, simbolo dell’espulsione di Adamo ed Eva dal paradiso. Altre differenze riguardano il tabernacolo, presente solo nella chiesa armeno-cattolica e non in quella armeno apostolica, e la confessione, che è collettiva nella tradizione apostolica e individuale in quella cattolica. Inoltre, la comunione nelle chiesa armeno apostolica durante la Quaresima non viene distribuita, mentre in quelle armeno-cattoliche sì.

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