di Chiara Gerosa
La storia di José e quella di Haki Doku sembrano lontane tra loro. Eppure si incontrano in un punto essenziale: la libertà. È da qui che ha preso avvio la mattinata promossa dall'associazione San Vincenzo de Paoli il 14 marzo a Massagno, un momento di riflessione che ha preceduto l’assemblea e seguito la messa e che ha voluto interrogare una frase che tutti conosciamo: “dare il pesce o insegnare a pescare?”.
José, pescatore haitiano, aveva perso tutto dopo essere diventato disabile. Non poteva più uscire in mare, non poteva più fare ciò che aveva sempre fatto. In quel momento, insegnargli a pescare non aveva alcun senso: lui lo sapeva già fare. Aveva bisogno di altro. Aveva bisogno di qualcuno che stesse con lui per dargli fiducia. Maria Laura e Sebastiano Pron, cooperanti ad Haiti tra il 2019 e il 2022, hanno raccontato come il primo passo sia stato proprio questo: esserci. I coniugi gli hanno regalato un semplice filo da pesca che ha riacceso in lui la speranza e la voglia di riscatto. Col filo ha costruito una nuova rete, diversa, adatta alla sua condizione. E insieme alla rete e alla presenza di Maria Laura e Sebastiano è tornato anche il sorriso.
Anche Haki Doku sa bene cosa significhi ricominciare. Arrivato in Italia dall’Albania, un incidente sul lavoro lo ha reso paraplegico. Per anni ha vissuto nella rabbia e nello smarrimento. In quel tempo qualcuno gli ha “dato il pesce”: cura, accompagnamento, disciplina. Poi, passo dopo passo, ha trovato nuove strade. Lo sport, fino alle Paralimpiadi di Londra del 2012, la fede scoperta dopo un viaggio a Lourdes e il desiderio di superare i propri limiti. La sua non è la storia di un uomo diventato indipendente da tutto, ma di qualcuno che ha imparato a vivere il limite come spazio di possibilità.
Allora davvero “dare” e “insegnare” sono in opposizione? L’esperienza della missione come quella vissuta ad Haiti, dice il contrario. Dopo il terremoto del 2010, le grandi organizzazioni hanno distribuito aiuti immediati: acqua, cibo, cure. In quel momento era necessario “dare il pesce”. Ma poi si è aperta la fase dell’accompagnamento, della ricostruzione (materiale e delle persone). Perché aiutare non è fare al posto dell’altro, ma nemmeno lasciarlo solo. È saper riconoscere i tempi: quando sostenere, quando formare, quando fare un passo indietro. È soprattutto uno sguardo che vede nell’altro non un beneficiario, ma una persona capace, anche quando è fragile.
La mattinata della San Vincenzo ci ha ricordato proprio questo: la libertà è poter tornare a scegliere, anche dentro i propri limiti. Perché, in fondo, tutti abbiamo avuto bisogno di qualcuno che restasse accanto a noi, finché non siamo stati pronti a riprendere, con le nostre mani, la nostra canna da pesca. Dunque: “dare il pesce o insegnare a pescare?” Come ha concluso bene Maria Laura: “dipende”. Dipende dalla situazione in cui ci si trova, dal vero bisogno del momento, come del resto in ogni circostanza della vita. E forse, proprio la fede vera, quella che ci ricorda che dipendiamo da un Altro, può aiutarci a comprendere come valutare insieme quel “dipende” in cui consiste l’esercizio della nostra libertà.