di Cristina Vonzun
Una veglia di preghiera che ha messo al centro le vittime di abusi e ha proposto il tema del “rispetto”, inteso come un camminare insieme per “generare relazioni autentiche”, nella verità e nell’ascolto sincero. Questo è il cuore del momento sobrio, discreto e toccante vissuto martedì 18 novembre da un centinaio di persone con il vescovo Alain nella chiesa del Sacro Cuore a Lugano. Un gesto che si è unito a quello che la stessa sera si svolgeva in tante chiese della vicina Italia, proposto dai vescovi italiani che hanno istituito dal 2021 una giornata a tale scopo, in concomitanza con la giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento sessuale e l’abuso sessuale. A Lugano, l’organizzazione è stata curata dalla parrocchia del Sacro Cuore, in collaborazione con la Diocesi e con il supporto di GAVA, gruppo indipendente di ascolto per le vittime.
Dopo le letture bibliche tratte dal libro di Daniele e dal Vangelo, attualizzate in brevi commenti dal vescovo Alain, i presenti hanno ascoltato la toccante testimonianza del diacono permanente di Friburgo, Daniel Pittet, venuto a Lugano per l’occasione. La sua storia ha fatto toccare con mano ai partecipanti quel dramma definibile di “morte e risurrezione possibile” che contraddistingue la vita di una persona che ha subito un abuso di questo tipo.
Una sofferenza sempre presente in chi è abusato
Nella carne di Daniel Pittet, che venne abusato più volte da un religioso quando aveva dai 9 ai 12 anni, è iscritto tutto questo dolore che – come lui stesso ha raccontato – non si esaurisce in un giorno, ma accompagna tutta la vita, con alti e bassi continui, fino ad oggi. Pittet, sposato, padre di sei figli, operatore pastorale a Friburgo vicino ai fragili, impegnato anche nella prevenzione di questa piaga, si è fatto tatuare la sua fragilità su un braccio. Una fragilità che gli è arrivata addosso come un uragano a causa del suo abusatore e delle sofferenze che gli inflisse in giovanissima età, e che da allora, è sua compagna di vita: negli studi, nelle scelte quotidiane, nella vocazione, negli anni del matrimonio, nella crescita dei figli, fino ad oggi. Un altalenarsi di momenti di crisi a giornate positive. Daniel condivide questo dolore con la famiglia, nell’amicizia della Chiesa e con Cristo. “Quando sono debole è allora che sono forte”, ci ha detto, evocando San Paolo (2 Cor 12,10). La psicologia constata che la sofferenza causata da questi orrori è intensa e segna la carne, la psiche, il cuore, la vita di una persona - indipendentemente da quello che la legge applicata ritiene essere il grado di gravità della materia dell’abuso.
Il perdono
La seconda parola di Daniel è stata “perdono”. Lui, infatti, ha concretamente perdonato il suo abusatore.
“Il perdono libera, il perdono fa rinascere, il perdono ti dà la vita e la pace. Chi è abusato ha due vie davanti a sé: il perdono o l’odio. Perdonare però non è dimenticare, ma liberarsi dalla collera, scegliere per sé la pace interiore”, ha detto Pittet.
Indipendentemente dall’essere credenti o non credenti, il perdono, infatti - e ci sono di nuovo gli psicologi che lo ricordano - libera il cuore.
Una Veglia che nella preghiera ha messo al centro le persone vittime, le loro famiglie e le loro storie, il loro sentire e vivere, il loro coraggio nella denuncia, talvolta in mezzo ad ostacoli ed incomprensioni delle quali lo stesso Pittet, in altre occasioni, ha testimoniato di essere stato oggetto.
Infine, si può avere misericordia per l’abusatore chiedendo giustizia per il reato? Daniel ha fatto questo eroico e cristiano percorso.
Una sofferenza che è una consegna alla Chiesa e alla società
Questa sofferenza a livelli diversi delle persone vittime resta quindi come consegna, invocazione, chiamata rivolta alla Chiesa e alla società insieme per un impegno a tutto campo contro gli abusi, per prevenire, intercettare, denunciare i casi, accompagnare le vittime e affrontare questi orrori con una normativa che non dia spazio a vie di fuga per gli abusatori.