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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (29 agosto 2025)
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  • Volontari e visitatori all'edizione 2025 del Meeting per l'amicizia tra i popoli COMMENTO

    Meeting di Rimini, laboratorio di amicizia e speranza

    di Federico Anzini

    «Siamo molto grati per questo Meeting che ha potuto offrire spazi di dialogo e speranza in un mondo purtroppo sempre più conflittuale». Con queste parole Bernhard Scholz, presidente del Meeting di Rimini, ha chiuso la 46ª edizione della manifestazione, che ha visto una partecipazione record di 800mila persone. Un numero impressionante, ma che non dice tutto. Perché il Meeting non è semplicemente un grande evento culturale: è un’esperienza che ti cambia, che ti sorprende nei volti, nelle parole, nelle storie che ti raggiungono.

    La bellezza di un popolo

    Vado al Meeting per lavoro, ma anche per piacere. Ciò che mi colpisce sempre, prima ancora dei contenuti, sono le persone: famiglie con bambini, giovani, adulti che trasmettono una bellezza e una qualità umana rare.

    Poi ci sono i volontari: ragazzi e adulti che dedicano tempo ed energie per un servizio essenziale. Il primo giorno, entrando nei parcheggi, un sorriso entusiasta mi ha accolto: un piccolo gesto capace di mettere subito di buon umore e di testimoniare una bellezza che va oltre la persona stessa.

    Giovani protagonisti

    Il Meeting è anche il volto fresco dei giovani. Li vedi dappertutto: sotto il sole a dare indicazioni, dietro i banconi a servire piadine, la sera a cantare e suonare la chitarra. Non c’è voglia di sballo, ma la coscienza di essere parte di qualcosa di grande.

    Alcuni di loro sono protagonisti anche delle mostre. “La nostra generazione non è più abituata ad andare oltre quello che trova sui social” raccontava una ragazza che, insieme agli amici, ha deciso di andare a Sarajevo per ascoltare le testimonianze di chi aveva vissuto la guerra: un modo per uscire dall’indifferenza che spesso anestetizza la loro generazione.

    Relazioni che diventano promessa

    Ma il Meeting è soprattutto luogo di relazioni, spesso sorprendenti. L’ho sperimentato conoscendo i “Quadratini”, ammalati gravi seguiti da don Eugenio Nembrini, e gli “Amici di Giovanni”, che accompagnano persone disabili. Ho ascoltato le loro storie: vite che non nascondono il dolore e la fatica, ma che restituiscono l’essenza del Meeting: la certezza che il limite non è mai l’ultima parola, perché anche nella fragilità può nascere un bene più grande.

    Un orizzonte che si apre

    Il messaggio di papa Leone XIV al Meeting ha richiamato proprio questo: «Nei deserti di oggi possiamo edificare insieme con mattoni nuovi, segni concreti di speranza e di pace». È quello che già si vede nei rapporti, nelle amicizie e nelle storie nate a Rimini e destinate a continuare ben oltre l’estate.

    La prossima edizione è già fissata: dal 21 al 26 agosto 2026 con il titolo dantesco «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Un orizzonte che invita a guardare avanti con fiducia.

    Oltre l’indifferenza

    Alla fine, il Meeting mi ha lasciato soprattutto questo: la certezza che dietro ogni fragilità si nasconde una promessa di bene, e che la vera forza sta nella comunione. In un tempo segnato da divisioni e indifferenza, Rimini diventa così un laboratorio di convivenza, un luogo dove si tocca con mano che la vita è più grande delle nostre paure. E forse è proprio questo il segreto del Meeting: mostrare che la speranza non è un’idea astratta, ma un volto da incontrare.

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