Stanno per iniziare le Olimpiadi invernali e ogni volta che arrivano si risveglia la memoria di tentativi più o meno riusciti che quasi tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto sulla neve o sul ghiaccio. Sci, hockey, bob, pattinaggio...
Discipline che potrebbero sembrare alla luce dei Giochi destinate solo ad atleti d’élite ma che, in realtà, affondano le radici nell’esperienza comune: le prime piste sugli sci andando a spazzaneve, le gare col bob, le camminate affondando nella neve fresca e le cadute sul ghiaccio tentando di pattinare con finta disinvoltura. E quando questo ci ha messi troppo alla prova, abbiamo ripiegato su altri campi e altre stagioni: una piscina, un prato, un pallone da calcio, basket o pallavolo.
Una dimensione profondamente umana
Questa memoria condivisa dice qualcosa di essenziale: lo sport non è un lusso, né un semplice intrattenimento. È una dimensione profondamente umana perché:
Chiede all’uomo di mettersi alla prova e di tentare.
Spinge ad andare “oltre”.
Ha il sapore della scoperta dei propri limiti e dei propri talenti.
Ci ricorda che nessuno può farcela da solo.
Proprio per questa perfetta metafora della vita, lo sport non è mai stato estraneo alla Chiesa. Anche i Pontefici del nostro tempo hanno avuto con le discipline sportive un rapporto tutt’altro che marginale.
Giovanni Paolo II: L'uomo della montagna
Karol Wojtyła fu uomo di montagna: sciatore fin da giovane sui monti Tatra, fu assiduo escursionista sulle Dolomiti, il Gran Sasso, la valle d’Aosta e sull’Adamello anche da Papa. Sapeva infilare gli sci con la stessa naturalezza con cui indossava la mitria.
«Qui il silenzio della montagna ed il candore delle nevi ci parlano di Dio e ci additano la via della contemplazione». — Angelus del 20 giugno 1993, Campo Imperatore. Per lui il corpo non era un accessorio dell’anima, ma il suo primo compagno di viaggio. Il suo monito resta attuale: «Nello sport l’uomo non deve mai essere sacrificato all’atleta».
Benedetto XVI: La morale e il campo da gioco
Più schivo, amava il calcio e le camminate in alta quota. In una celebre intervista confidò: «Quel poco che so della morale l’ho appreso sui campi di calcio e le scene di teatro – le mie vere università». Nei campetti della Baviera ha imparato lezioni che nessun manuale può sostituire: il rispetto delle regole, la lealtà, il sacrificio e la capacità di perdere.
Papa Francesco: La "palestra di fraternità"
Figlio di Buenos Aires, Francesco è l'uomo del pallone. Si è spesso definito una “pata dura” (un "piede pesante"), spesso relegato in porta. Eppure, proprio da lì, ha sviluppato una visione limpida dello sport come esperienza di squadra e di gioia. Miracoli di strada: «Anche con una palla di stracci si fanno dei miracoli», ha raccontato ricordando l'infanzia. Unione: Lo sport come strumento capace di unire quartieri, popoli, credenti e non credenti.
Il presente: Papa Leone XIV e l'impegno costante
Non è diverso oggi per Papa Leone XIV che a Castel Gandolfo pratica regolarmente il nuoto, il tennis e si fa costruire una palestra nel rinnovato appartamento nella mansarda del Palazzo apostolico in Vaticano che prossimamente andrà ad occupare.
Lo sport è da sempre guardato nella Chiesa come una grandissima possibilità educativa. Vale perché: Educa al limite e alla disciplina. Insegna la gratuità del gioco: la vittoria più importante non è salire sul podio, ma aiutare un compagno e performare se stessi. Necessita di un maestro: per imparare davvero c’è sempre bisogno di qualcuno da seguire.
Il messaggio di Cortina
Forse è questo il messaggio più profondo che le Olimpiadi invernali di Cortina speriamo consegnino oggi: lo sport nasce come occasione per conoscere meglio se stessi e la natura, che è un dono incommensurabile.
La montagna, il ghiaccio e il freddo sono una realtà donata in cui l’uomo misura la propria fragilità e dove, contemporaneamente, può scoprire la propria infinita grandezza.