A Évreux, in Normandia, il 6 ottobre Guillaume Boulet camminava in mezzo ai suoi studenti. Insegna storia e geografia al liceo statale Aristide Briand, che ha quasi duemila allievi ed è uno degli istituti alla testa della protesta. Da fine settembre la mobilitazione attraversa le scuole francesi: più di trecento licei coinvolti, trenta campus universitari. Il 17 e 18 ottobre è toccato all’Italia, con le manifestazioni contro il carovita degenerate a Milano in due giorni di saccheggi e 220 minorenni portati in Questura. Ne hanno discusso anche gli studenti dell’USI, con il Corriere del Ticino. Ma che cosa chiedono questi ragazzi? Alla rivista Tracce hanno risposto quattro docenti che conoscono da vicino quelle aule.
«Vogliamo essere ascoltati»
«È successo piuttosto all’improvviso», racconta Boulet. Le ragioni, però, si erano accumulate da tempo. «La norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento». La pausa pranzo dura spesso venti minuti, le lezioni possono finire alle 18, «quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa». Il collega Benjamin Gaudré era presente quando alcuni liceali sono andati dal prefetto con una lista precisa: attrezzature nuove, edifici sistemati, orari ripensati. «Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa», osserva. Alle autorità hanno detto: «Noi non vogliamo essere semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati».
Un luogo dove dirlo
Annamaria Ghinassi, già docente di italiano al Briand, porta un episodio che ha segnato la scuola: la morte di uno studente, alcuni mesi fa, e la routine delle lezioni che è andata avanti come se nulla fosse. Da lì il suo giudizio: «Dobbiamo cominciare ad ascoltarli tutti i giorni, secondo me, e dedicare tempo a questo». Altrimenti, «siccome non hai un luogo dove dirlo, né a scuola né fuori, rimane solo un posto dove urlare la frustrazione e il disagio: la strada».
La strada, in Francia come a Milano, ha portato anche vetrine spaccate, giovani feriti. Nessuno dei quattro docenti giustifica la violenza. Gaudré tiene il punto: «La maggior parte dei miei allievi vuole solo poter studiare e avere più speranza per il futuro». Sul caso milanese il vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il Settore giovani, Lorenzo Zardi, ha chiesto, parlando al SIR, la stessa distinzione tra le rivendicazioni e gli episodi di devastazione. L’antropologo Mario Pollo ha richiamato gli adulti, che da decenni «hanno smesso di considerare le nuove generazioni come il proprio futuro».
Il conflitto non è un nemico
Il luogo che manca è anche il punto di Zardi. Il nodo, per lui, è culturale: «Ci siamo disabituati all’esercizio del dissenso democratico». Il vicepresidente dell’Ac richiama Alexis de Tocqueville e il filosofo Byung-Chul Han per descrivere un potere sempre più invisibile e persuasivo. Eppure «l’omologazione non cancella la sete di libertà». A mancare sono i luoghi in cui quella libertà può organizzarsi e diventare rivendicazione collettiva. Senza di essi la frustrazione rischia di sfociare in forme «caotiche e disorganizzate, incapaci di farsi proposta politica». E aggiunge: «siamo immersi in una cultura che tende a fuggire metodologicamente dal conflitto: lo si evita, lo si anestetizza o lo si criminalizza. Al contrario, il conflitto fa parte della vita democratica e va incanalato in forme istituzionalizzate».
Ai giovani, aggiunge, non basta poter esprimere il disagio. Serve «uno spazio effettivo di corresponsabilità nella costruzione del presente e del futuro». Oggi sono spesso vittime di una «ingiustizia epistemica»: li si ritiene incapaci di produrre conoscenze rilevanti. Senza spazi in cui quel sapere venga riconosciuto, «la spinta trasformativa si trasforma in inascoltata protesta». Le sue priorità: più rappresentanza generazionale dove si decide, un dialogo tra le età «che superi il paternalismo e si fondi sul riconoscimento reciproco delle competenze», politiche di lungo periodo.
Le domande di Lugano
All’USI le voci raccolte dal CdT si dividono. Uno studente ammette: «[...] sono un po’ spaventato, perché i moti giovanili e le proteste ci sono sempre stati, ma non ne avevo mai visti di così cruenti». Una studentessa indica il nodo del lavoro: «gli stage proposti sono pochi e sottopagati». C’è anche chi pensa che una protesta pacifica non serva a niente.
Markus Krienke, professore ordinario di Filosofia moderna ed Etica sociale alla Facoltà di Teologia di Lugano, legge lo scarto tra generazioni: «Il futuro è incerto e questi giovani esprimono un sentimento che non coincide più con le certezze del mondo precedente». Finché la protesta resta pacifica, i ragazzi «hanno tutto il diritto di farlo». Contro chi sfrutta le piazze per la violenza chiede fermezza, perché la polarizzazione rischia di rendere credibili ai giovani solo le risposte estreme.
Lo stadio e la piazza
Martino Borello, docente all’università Paris 8, ricorda che il 25 settembre, pochi giorni prima dei cortei, circa 80'000 giovani avevano riempito lo Stade de France per la veglia con Leone XIV. «Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà», aveva detto loro il Papa. Per Borello, molti hanno avuto la percezione che qualcuno dicesse loro, «forse per la prima volta, che la loro vita era importante, che aveva valore». Lo stadio in festa e le piazze in rivolta sono due immagini opposte, che forse esprimono la stessa richiesta di vero ascolto.
Nella sua università i docenti hanno già deciso di muoversi: è emersa «la volontà di aprire uno spazio di dialogo con gli studenti; ne stiamo definendo le modalità». Un tavolo, un orario, qualcuno che resta in aula dopo la campanella. Gaudré è convinto che i ragazzi, marciando, «stanno facendo politica». Il Papa, allo stadio, aveva indicato l’unica arma possibile per quella battaglia: «quella dell’amore che si dona».
fonte: sir/tracce/agenzie/catt.ch