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Papa Leone XIV durante il suo discorso per l’incontro con la Comunità algerina, nella Basilica di Nostra Signora d’Africa, il 13 aprile 2026
Dossier

Viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa

Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa, iniziato lunedì 13 aprile, rappresenta un momento storico per il suo pontificato. Il tour tocca quattro Paesi - Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale - e si concluderà il 23 aprile 2026.

Papa Leone XIV Viaggio Apostolico
Contenuti del dossier 14 articoli
Papa Leone XIV
News

Leone XIV in Africa: dialogo, pace e giustizia in un viaggio storico tra 4 Paesi

Papa Leone in papamobile tra i fedeli a Kilamba in Angola
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Leone XIV in Angola: la speranza come cantiere aperto tra le ferite di un popolo

Papa Leone XIV in Angola a Luanda lungo il percorso verso il Palazzo presidenziale
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L'Angola di Leone XIV: «I vostri tesori non si vendono e non si rubano»

Leone XIV in Camerun alla Messa nello Japoma Stadium mentre benedice i fedeli
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Il Papa: "Ogni gesto di solidarietà, di perdono e di bene è un boccone di pane per l'umanità"

Il giro in papamobile del Papa prima della celebrazione della messa all’aeroporto di Bamenda nel nord-ovest del Camerun
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Camerun, il grido di Bamenda: Papa Leone XIV pellegrino di pace per un’Africa nuova

Papa Leone all'incontro per la pace nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda in Camerun
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Papa Leone in Africa: dall'Algeria al Camerun, percorrendo vie di fratellanza

l Papa nell'orfanotrofio Ngul Zamba in Camerun
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«Il mondo ha sete di pace. Basta guerre!»: Leone XIV porta il suo grido al cuore dell'Africa

L'incontro di papa Leone XIV con gli agostiniani ad Annaba
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Ad Ippona come fratello: Leone XIV alla mensa degli agostiniani ad Annaba

Papa Leone XIV ad Annaba
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Il Papa dall'Algeria: "Dove c'è conflitto la Chiesa porti riconciliazione"

Leone in Algeria parla alle autorità e al corpo diplomatico
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Prevost in Algeria: violazioni del diritto e tentazioni neocoloniali, urge un nuovo corso della storia

Papa Leone XIV durante il suo discorso per l’incontro con la Comunità algerina, nella Basilica di Nostra Signora d’Africa, il 13 aprile 2026
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Il Papa della pace sbarca in Africa: da Algeri, un grido contro l'odio

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In un minuto la prima giornata del Papa in Algeria

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In un minuto la seconda giornata di Papa Leone XIV in Algeria

Papa Leone XIV.
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Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Algeria nelle attese di un missionario ticinese

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Leone XIV in Africa: dialogo, pace e giustizia in un viaggio storico tra 4 Paesi

Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa, iniziato il13 aprile, rappresenta un momento storico per il suo pontificato. Il tour tocca quattro Paesi - Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale - e si concluderà il 23 aprile 2026.

Ecco il programma dettagliato delle tappe principali:

Algeria (13-15 aprile): Dialogo interreligioso 

La prima tappa è considerata cruciale per rafforzare il ponte tra il Vaticano e il mondo islamico, proseguendo sulla scia del Documento sulla Fratellanza Umana.

  • Lunedì 13 aprile: Arrivo ad Algeri, incontro con le autorità civili e visita alla Grande Moschea di Algeri, un gesto forte per il dialogo interreligioso.

  • Martedì 14 aprile: Il Papa si reca ad Annaba (l'antica Ippona), città di Sant'Agostino. Qui celebra la Messa nella Basilica a lui dedicata e visita privatamente il centro delle Suore Agostiniane prima di rientrare ad Algeri.

  • Mercoledì 15 aprile: Incontro finale con la comunità cattolica locale e partenza per il Camerun.

DISCORSI UFFICIALI DI PAPA LEONE:

Camerun (15-18 aprile): Pace ed educazione 

Leone XIV visiterà alcune delle più grandi università cattoliche del continente per sottolineare come l'istruzione sia l'unica via per sradicare l'estremismo.

  • Mercoledì 15 aprile: Arrivo a Yaoundé in serata.

  • Giovedì 16 aprile: Volo per Bamenda, nel nord-ovest del Paese, per portare un messaggio di pace nelle zone colpite dai conflitti interni.

  • Venerdì 17 aprile: Tappa a Douala, la capitale economica. Celebrazione di una grande Messa allo stadio Japoma e visita a un ospedale locale. Rientro a Yaoundé per un discorso all'Università Cattolica dell'Africa Centrale.

DISCORSI UFFICIALI DI PAPA LEONE:

Angola (18-21 aprile): Giustizia sociale 

Un Paese in forte crescita ma segnata da profonde disparità, il Papa parlerà della necessità di un'economia che non lasci indietro i poveri.

  • Sabato 18 aprile: Arrivo a Luanda nel pomeriggio.

  • Domenica 19 aprile: Pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Muxima, cuore della devozione mariana angolana.

  • Lunedì 20 aprile: Incontri istituzionali e pastorali a Luanda, inclusa la visita a una casa di riposo per anziani e l'incontro con i vescovi del Paese.

DISCORSI UFFICIALI DI PAPA LEONE:

Guinea Equatoriale (21-23 aprile): Misericordia

Il Papa visiterà centri per disabili e malati cronici per dare dignità a chi è dimenticato.

  • Martedì 21 aprile: Trasferimento a Malabo.

  • Mercoledì 22 aprile: Visita a Mongomo (alla Basilica dell'Immacolata Concezione e alla scuola tecnologica "Papa Francesco") e tappa a Bata. In serata, visita a un ospedale psichiatrico e a un carcere.

  • Giovedì 23 aprile: Grande Messa finale allo stadio di Malabo e cerimonia di congedo per il rientro a Roma.

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Leone XIV in Angola: la speranza come cantiere aperto tra le ferite di un popolo

Papa Leone XIV ha celebrato oggi, domenica 19 aprile, la Messa davanti a circa 100.000 fedeli nella spianata di Kilamba, sobborgo di Luanda, nel secondo giorno della sua tappa angolana — terza del viaggio apostolico africano iniziato il 13 aprile. Un incontro atteso e carico di simbolismo, in un Paese ancora segnato da quasi trent'anni di guerra civile, terminata solo nel 2002 con un bilancio di circa 500.000 vittime. Nel pomeriggio, il Pontefice si è recato al Santuario di Mamã Muxima, dove migliaia di pellegrini lo attendevano accampati da giorni sulla terra rossa.

Kilamba, la "città fantasma" che si risveglia

Kilamba è un sobborgo sui generis: costruito da multinazionali cinesi con appartamenti costosi che pochi angolani possono permettersi, è noto come la "città fantasma". Eppure oggi, all'arrivo del Papa in papamobile, quella spianata si è trasformata in un mare festoso di fedeli. Sotto un'enorme struttura semisferica allestita come altare, tra canti che mescolano la passionalità della tradizione portoghese alla sacralità africana, Leone XIV ha preso la parola con un messaggio diretto e senza ambiguità.

Il Vangelo di Emmaus come specchio dell'Angola

La liturgia della terza domenica di Pasqua offriva al Papa un testo quanto mai appropriato: i discepoli di Emmaus, delusi e scoraggiati dopo la morte di Gesù, che camminano verso casa senza più speranza. Leone XIV ha visto in quel racconto «rispecchiata la storia dell'Angola», un «Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità».

Come quei discepoli, anche gli angolani rischiano di restare «paralizzati dallo scoraggiamento», «imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza», quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dalla violenza. Ma la risposta, ha sottolineato il Pontefice, non viene da strategie umane: «Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore».

Corruzione, divisioni, futuro: parole chiare per un Paese ferito

Leone XIV non ha evitato i nodi più spinosi della realtà angolana. Con franchezza pastorale ha invocato una svolta: «Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l'odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l'hanno perduta».

Ha inoltre messo in guardia da certe derive religiose: pur rispettando le radici culturali locali, il Papa ha invitato i cattolici angolani a non mescolare con la fede «elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale», esortandoli a «fidarsi dei vostri Pastori» e a tenere lo sguardo «fisso su Gesù».

Una Chiesa che si spezza come pane

Al centro dell'omelia, anche la missione della Chiesa in Angola: non uno spettatore esterno, ma una presenza che accompagna, che «raccoglie il grido dei suoi figli» e si dona. «L'Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri», ha detto il Papa, lanciando un appello vibrante alla responsabilità comunitaria.

Le sue parole conclusive hanno risuonato come un invito alla speranza attiva: «Oggi c'è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!»

Mamã Muxima: la "Fatima" dell'Angola

Nel pomeriggio, decollato da Luanda in elicottero alle 15.53, Leone XIV ha raggiunto il Santuario di Mamã Muxima, a circa 130 chilometri dalla capitale, sulle rive del fiume Kwanza. Un luogo carico di storia e di contraddizioni: qui nel XVII secolo i colonizzatori portoghesi costruirono una fortezza e una chiesa, usata anche come avamposto per battezzare gli africani schiavizzati prima di deportarli in Brasile. Oggi è il santuario mariano più grande dell'Africa subsahariana, monumento nazionale dal 1924, meta di migliaia di pellegrini ogni anno.

Trentamila fedeli - tra canti, danze, Rosari annodati al collo e alle mani, bandiere, neonati in braccio e noccioline sgranocchiate sotto il sole - hanno accolto il Papa con una festosità travolgente. «Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe», gridavano: "Benvenuto nella casa della mamma".

Leone XIV si è inginocchiato in silenzio davanti alla statua della Vergine, ha deposto fiori ai suoi piedi, e ha poi guidato la preghiera del Rosario sui Misteri gloriosi.

È l'amore che deve trionfare, non la guerra

Nel suo discorso al Santuario, il Papa ha rivolto un appello: «È l'amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti.»

Ha invitato tutti a farsi «operatori di giustizia e portatori di pace», a partire dall'esempio di Maria, che «come una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall'altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore». E si è rivolto con particolare calore ai giovani, indicando loro la basilica in costruzione nel sito - promessa del governo angolano alla Chiesa cattolica sin dalla visita di Giovanni Paolo II nel 1992 - come segno di speranza: «Anche a voi la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà.»

Una domenica che resterà nella storia

Il 19 aprile 2025 sarà ricordato in Angola come il giorno in cui il successore di Pietro è venuto a stringere le ferite di un popolo, a nominare la corruzione per nome, a chiedere giustizia, a pregare con trentamila pellegrini nella polvere rossa e nell'afa del Kwanza. Leone XIV non ha portato soluzioni politiche, ma qualcosa di più duraturo: la certezza che il Signore cammina accanto a chi è deluso e sconfitto, come camminava verso Emmaus. E l'urgenza - rivolta a ciascuno - di non restare fermi nel dolore, ma di rimettersi in cammino. «Oggi c'è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!» Un mandato che suona come un appello universale: non solo per l'Angola, ma per chiunque, stia ancora cercando la strada di casa.

fonte: agenzie/catt.ch

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L'Angola di Leone XIV: «I vostri tesori non si vendono e non si rubano»

Terza tappa di un viaggio che attraversa il cuore dell'Africa, l'Angola accoglie Leone XIV con il ritmo avvolgente della kizomba e con le ferite ancora aperte delle inondazioni di Benguela. Il Papa non si sottrae alla complessità del momento: alle autorità riunite nel Palazzo presidenziale di Luanda consegna un messaggio esigente, profondo e - per certi versi - scomodo.

Una preghiera prima di tutto

Prima ancora di affrontare i grandi temi politici e sociali, Leone XIV ha voluto fermare il tempo per ricordare le vittime delle devastanti piogge che la scorsa domenica hanno colpito la provincia di Benguela, causando oltre trenta morti e costringendo più di 34.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni. «Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case.» Un gesto che non è semplice protocollo: è il segnale che questo Papa intende guardare la realtà in faccia, senza filtri diplomatici.

Un mosaico da proteggere

Davanti a circa quattrocento persone - autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile e della cultura - il Pontefice ha dipinto l'Angola come un «mosaico coloratissimo», un Paese ricco di umanità, culture e risorse, che però porta sul corpo cicatrici profonde. Cicatrici inferte da secoli di sfruttamento, da «prepotenti interessi» che hanno guardato a queste terre non per dare, ma per prendere.

«Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa. Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.»

Parole che risuonano con forza particolare in un Paese che possiede immense ricchezze naturali, spesso diventate materia di contesa internazionale piuttosto che fonte di benessere per la popolazione locale.

La denuncia dell'estrattivismo

Leone XIV non usa mezzi termini nel denunciare quella che chiama «logica estrattivistica»: un modello economico predatorio che sacrifica persone, territori e futuro sull'altare del profitto immediato. «Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l'unico possibile.»

È un atto d'accusa che travalica i confini dell'Angola e dell'Africa intera: è un giudizio sul sistema globale, pronunciato da un'autorità morale che non ha interessi economici da difendere. Il Papa ricorda che il popolo angolano «possiede tesori non vendibili, né derubabili» e quella frase, nella sua semplicità, ha il peso di un manifesto politico e spirituale insieme.

Non abbiate paura del dissenso

Ma il discorso di Leone XIV non è soltanto una denuncia. È anche un'esortazione concreta ai leader del Paese, chiamati a esercitare il loro potere con responsabilità e coraggio. Il Papa li invita a credere nella «multiformità della ricchezza» angolana e, soprattutto, a non soffocare le voci critiche: «Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento.»

È un appello alla maturità democratica, alla capacità di ascoltare anche chi si oppone, senza trasformare il potere in strumento di silenziamento. «Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell'immediato qualcuno vi sarà ostile.»

Senza incontro non c'è politica

Nella parte conclusiva del discorso, il Pontefice condensa la sua visione in una serie di affermazioni che suonano come un vero e proprio manifesto: «Senza gioia non c'è rinnovamento, senza interiorità non c'è liberazione, senza incontro non c'è politica, senza l'altro non c'è giustizia.» È la grammatica della fraternità applicata alla vita pubblica, l'idea che nessun progresso autentico possa prescindere dalla relazione, dal dialogo, dall'apertura all'altro.

E alla Chiesa cattolica Leone affida un compito preciso: essere «lievito nella pasta», favorire la crescita di «un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie».

Un viaggio nel cuore dell'Africa

La tappa angolana si inserisce in un viaggio apostolico che dal 13 al 23 aprile porta Leone XIV attraverso alcune delle realtà più complesse del continente africano. Un itinerario che non è semplice visita pastorale, ma scelta simbolica e profetica: stare accanto a chi soffre, denunciare le ingiustizie, incoraggiare chi lavora per la pace e la riconciliazione. L'Angola, con la sua storia segnata dalla guerra civile e dalla corsa alle sue ricchezze naturali, è uno specchio potente delle contraddizioni del mondo contemporaneo.

Una voce che non si lascia comprare

Ciò che colpisce, ascoltando le parole di Leone XIV a Luanda, è l'assenza di diplomazia compiacente. Il Papa parla chiaro, nomina i problemi, indica le responsabilità e lo fa con quella libertà che nasce solo da chi non ha nulla da perdere se non la propria coscienza. In un'epoca in cui le voci profetiche sono rare e spesso soffocate, quella del Vescovo di Roma risuona come un appello che supera i confini religiosi e interpella ogni uomo e ogni donna di buona volontà. «Insieme, potete fare dell'Angola un progetto di speranza»: è l'ultima consegna del Papa a un popolo che, nonostante tutto, non ha smesso di sognare.

fonte: agenzie/catt.ch

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Il Papa: "Ogni gesto di solidarietà, di perdono e di bene è un boccone di pane per l'umanità"

Nel piazzale del Japoma Stadium, nel cuore di Douala, capitale economica e commerciale del Camerun segnata da profonde disuguaglianze, Papa Leone XIV ha presieduto una messa davanti a centinaia di migliaia di fedeli, pronunciando un’omelia fortemente legata alle sfide dell’attualità.

Partendo dal Vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il Pontefice ha posto una domanda diretta e universale: “Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica. Che cosa fate?”. Un interrogativo rivolto a tutti, ma in particolare a chi ha responsabilità sociali e politiche, chiamati a guardare al bene del popolo.

Il Papa ha sottolineato come la fame non sia soltanto una condizione materiale, ma una realtà che accomuna ogni essere umano e richiama la comune fragilità: “Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Non siamo Dio”. Da qui la domanda cruciale: dove è Dio davanti alla fame della gente?

La risposta, ha spiegato, si trova nel gesto di Gesù che benedice e condivide il poco cibo disponibile. “La moltiplicazione accade nella condivisione: ecco il miracolo”, ha detto, insistendo su un principio che richiama direttamente le dinamiche contemporanee segnate da disuguaglianze e sprechi. Il cibo, ha osservato, non viene razionato, né accumulato o sprecato, ma distribuito in modo che basti per tutti e addirittura sovrabbondi.

Nel contesto di una città come Douala, simbolo delle contraddizioni tra ricchezza e povertà, il Pontefice ha richiamato la necessità di trasformare ogni gesto di solidarietà e perdono in “un boccone di pane” per chi ha fame non solo di cibo, ma anche di pace, libertà e giustizia.

E fame di «cibo» che viene «razionato per emergenza», «rubato per contesa», «sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare», dice. L’alternativa all’ingordigia è il «miracolo» della «condivisione», come il Papa lo chiama nell’omelia pronunciata sia in francese, sia inglese. 

E avverte: «C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona». 

Accanto alla dimensione materiale, Papa Leone XIV ha evidenziato anche quella spirituale: “Al cibo che alimenta il corpo occorre unire il nutrimento dell’anima”. In questo senso, l’Eucaristia celebrata diventa segno concreto di speranza nelle ingiustizie della storia e nelle difficoltà del presente, una presenza che trasforma e rafforza.

L’omelia ha poi toccato temi particolarmente sensibili per il Camerun e per molti Paesi africani: povertà, violenza, corruzione e sfiducia. Il Papa ha invitato a rifiutare “ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore”, denunciando implicitamente dinamiche diffuse nella realtà contemporanea.

Un appello speciale è stato rivolto ai giovani, definiti “figli amati della terra d’Africa”, chiamati a essere protagonisti del futuro senza cedere a tentazioni che “sperperano le energie e non servono al progresso della società”. A loro il Pontefice ha affidato il compito di diventare “volti e mani che portano il pane della vita”, valorizzando fede, amicizia e tenacia.

Nel suo discorso, Papa Leone XIV ha inoltre ricordato che la vera ricchezza del Camerun non è solo nelle sue risorse naturali, ma nei valori del suo popolo: fede, famiglia, ospitalità e lavoro. Un patrimonio da difendere e sviluppare in un contesto segnato da forti squilibri.

Infine, il richiamo alla missione cristiana come impegno concreto nella storia:

“Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni”.

Un invito a rendere il Vangelo una forza viva capace di incidere nella realtà quotidiana.

L’omelia si è così configurata come un messaggio che, partendo dal testo evangelico, si è intrecciato con le urgenze del presente, richiamando responsabilità individuali e collettive davanti alle sfide della fame, delle disuguaglianze e della dignità umana.

La visita ai malati e al mondo universitario

Più tardi il Papa dopo aver visitato un luogo di cura si è recato all’Università Cattolica, ateneo dove studiamo 2000 giovani. Qui ha affrontato vari temi, dal futuro dei giovani all’Intelligenza artificiale. A studenti e professori ha parlato dell'Africa che “può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un'umanità che fatica a sperare”. E ha aggiunto: "Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all'interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei diversi contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale". Leone ha sottolineato quanto “la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società”. 

fonte: agenzie/farodiroma/acistampa/catt.ch

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Camerun, il grido di Bamenda: Papa Leone XIV pellegrino di pace per un’Africa nuova

Papa Leone XIV, oggi, 16 aprile, ha raggiunto il cuore della crisi anglofona a Bamenda e ha celebrato una messa per invocare la fine delle ostilità, chiedendo ai fedeli il "coraggio dell'unità" in una terra martoriata da anni di violenze e divisioni.

Il viaggio del Santo Padre, iniziato lo scorso 13 aprile e che si concluderà il 23, è giunto a Bamenda, capoluogo della regione del Nord-Ovest del Camerun, in un contesto dove il conflitto tra le forze governative e i separatisti ha lasciato ferite profonde, la presenza del Successore di Pietro oggi rappresenta l'unica vera luce di speranza per migliaia di persone che, fin dall'alba, hanno invaso le strade per un abbraccio che sa di profezia.

L’abbraccio di Bamenda: una festa che profuma di speranza

Nonostante le imponenti misure di sicurezza e il clima di tensione che spesso si respira in queste valli, l'accoglienza riservata al Papa oggi è stata un’esplosione di vita. Canti ritmati, vestiti tradizionali dai colori sgargianti e migliaia di bandierine hanno trasformato Bamenda in un santuario a cielo aperto. La gioia della popolazione locale non è un semplice entusiasmo passeggero, ma la risposta di un popolo che si sente finalmente "visto" dal cuore della Chiesa.

Papa Leone, attraversando la folla, ha voluto rompere il protocollo più volte per benedire i bambini e accostarsi agli anziani. «Vedere i vostri volti oggi - ha detto il Pontefice visibilmente commosso - mi conferma che la fede è la forza più grande contro ogni distruzione». È una festa che profuma di riscatto: la visita di Leone XIV sta ridando dignità a una regione che per troppo tempo è stata sinonimo di sofferenza e oblio mediatico.

L’omelia della pace: «Il male non ha l’ultima parola»

Il culmine della giornata è stata la solenne Celebrazione Eucaristica. Le parole del Papa sono risuonate come un monito potente rivolto non solo al Camerun, ma a tutto il continente africano. «Cari fratelli e sorelle del Camerun, sono qui per dirvi che il bene è più forte del male e che l’unità è l’unica via per un futuro degno», ha proclamato Leone XIV durante l'omelia. Il suo è un invito alla resistenza spirituale e civile contro la logica delle armi.

Con tono appassionato, il Papa ha esortato i fedeli a non cadere nella trappola dell'odio: «La pace non è un sogno, ma un impegno quotidiano. Essa richiede il coraggio di deporre le armi del cuore prima ancora di quelle delle mani». Entrando nel vivo delle tensioni locali, ha aggiunto: «Non abbiate paura di essere artigiani di pace. L’unità non è uniformità, ma armonia delle differenze. Questo grande Paese può essere un esempio per tutta l’Africa se saprà scegliere la logica del dialogo sopra quella della contrapposizione». Per il Pontefice, la riconciliazione non è un segno di debolezza, ma la massima espressione di libertà.

Ferite aperte e mani tese: l’incontro con le vittime

Uno dei momenti più intensi di questo 16 aprile è stato l’ascolto delle testimonianze di chi ha perso tutto nel conflitto. Madri che hanno visto morire i propri figli, giovani rimasti senza una casa, sacerdoti che hanno operato sotto il fuoco incrociato. Davanti a loro, il Papa ha scelto la via del silenzio orante prima di parlare con il cuore in mano. «Le vostre lacrime sono le mie lacrime», ha sussurrato il Santo Padre. «Ma non lasciatevi rubare la speranza. La Chiesa vi è vicina e non smetterà di gridare con voi che la vita è sacra». In queste parole si coglie il senso profondo della missione di Leone XIV: non portare soluzioni politiche preconfezionate, ma farsi carico del dolore dell’altro per trasformarlo in impegno di fraternità. Il Papa ha insistito sul fatto che «il coraggio del perdono è la vera rivoluzione di cui Bamenda ha bisogno per rinascere».

La forza del quotidiano: la lezione di Frederick Ngoran

A margine degli incontri ufficiali, emerge con forza il ruolo dei movimenti laicali. Frederick Ngoran, esponente del Movimento dei Focolari in Camerun, ha sottolineato quanto la visita del Papa stia dando linfa a chi lavora nell'ombra per la pace. «La visita di Papa Leone è per noi una conferma straordinaria», ha spiegato Ngoran. «Ci insegna che la pace si costruisce nelle piccole scelte di ogni giorno, nel saper guardare all'altro come a un fratello e non come a un nemico».

Questa "scossa di amore" sta riattivando i canali del dialogo anche dove sembravano definitivamente interrotti. Papa Leone ha lodato queste realtà locali, definendole «tessitori di unità che riparano la tela strappata della società». È un messaggio che risuona con forza: la pace non è un concetto astratto per i tavoli diplomatici, ma una pratica che nasce dalla spiritualità dell'unità applicata alla vita civile.

Leone XIV sta dimostrando che l'Africa non è un continente "senza speranza", ma una riserva di fede e umanità che può insegnare molto all'Occidente spesso stanco e cinico. Bamenda oggi non è più un luogo lontano sulle mappe, ma il centro del mondo, dove un uomo vestito di bianco sta ricordando a tutti che «Dio benedice chi lavora per la pace». Il viaggio continua, e con esso la speranza che questo 16 aprile segni l'inizio di una primavera nuova per il Camerun e per l'intera Africa.

fonte: agenzie/catt.ch

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Papa Leone in Africa: dall'Algeria al Camerun, percorrendo vie di fratellanza

L’Algeria prima e poi il Camerun, i primi due Paesi visitati da Leone nel suo viaggio africano che prosegue questa settimana ci hanno raccontato di un Papa, figlio di Agostino, il Santo di Ippona a cui ha reso omaggio e che si muove come Francesco andando alle periferie geografiche, esistenziali, economiche del mondo.

Sulle orme di Agostino e dei martiri d'Algeria

Se nel viaggio nella terra di Agostino, Prevost ha incontrato un cristianesimo periferico almeno come minoranza, rilanciando un messaggio di unità e di dialogo sottolineato dalle storie dei 19 martiri di Algeria uccisi nel Paese tra il 1994 e il 1996 durante la guerra civile, in Camerun c’è stato l’incontro con una periferia esistenziale del mondo, soprattutto a Bamenda, in una regione tormentata da anni di guerra civile.

Il Papa in Algeria ha reso omaggio all’esempio di fratellanza senza confini religiosi della piccola Chiesa locale, incoraggiandola ad essere segno di pace e presenza discreta ma significativa. Proprio da uno dei martiri di Algeria, fratel Luc, trappista e medico a Tibhirine ucciso con gli altri confratelli nell’eccidio del 2 maggio 1996, Leone ha tratto spunto per un messaggio rivolto ai cristiani del Medio Oriente.

L'invito alla fedeltà e alla carità

«Di fronte alla possibilità di partire e mettersi in salvo da potenziali pericoli, a costo però di abbandonare pazienti e amici, fr. Luc rispondeva: «Io voglio restare con loro». E così fece”. Un invito allora ai cristiani di queste terre a rimanere fedeli alla carità «di fronte all’odio e alla violenza», e di farlo «assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani».

Una fratellanza contro la violenza che Leone ha trovato anche in Camerun terra di conflitti in corso. Se in Algeria i cattolici sono una sparuta minoranza in un oceano di musulmani, in Camerun i cristiani sono il 64% di cui un 38% di cattolici, mentre il resto sono musulmani o aderenti a religioni locali. Poi ci sono le lingue: la maggioranza della popolazione oltre alle decine di idiomi locali parla francese e una minoranza è anglofona. Attualmente al potere, ormai da decenni, ci sono i francofoni.

Bamenda: nel cuore di una guerra dimenticata

A Bamenda, luogo di scontri civili importanti e violenti, Leone è arrivato in piena continuità con il ministero delle periferie del mondo di Francesco, per visitare una città ferita, capoluogo della Regione Nord-Occidentale, il cuore pulsante e sanguinante di una guerra dimenticata che il mondo ha preferito ignorare per quasi un decennio.

Qui infatti i separatisti della Repubblica di Ambazonia, stato indipendentista non riconosciuto dalla comunità internazionale si battono contro le forze governative. Una violenza iniziata nel 2016, con migliaia di morti, circa 700mila sfollati e la povertà a dismisura.

Il ruolo della Chiesa e il messaggio di pace

La Chiesa cattolica non è rimasta a guardare. Fin dall’inizio della crisi, i vescovi camerunensi insieme ad altre Chiese e ai leader musulmani hanno cercato di svolgere un ruolo di mediatori, come ha osservato il Papa, «senza lasciarsi strumentalizzare», a favore della pace.

In questo contesto, grazie anche ad un «cessate il fuoco» concesso dai separatisti, Leone ha dapprima incontrato coloro che si impegnano per la pace. Cristiani di ogni denominazione e musulmani insieme.

A loro ha detto “Sono qui per annunciare la pace”, e per alzare la voce di fronte a «un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare», afferma.

Un mondo in cui «i signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire» oppure «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

 Un mondo in cui «chi rapina» una nazione «delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine».

E qui Prevost ha intonato con forza una beatitudine per l’oggi della storia, in Camerun e non solo:

“Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo!”

Poi ha celebrato la Messa nella affollata spianata dell’aeroporto. «Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene», ha detto, esortando i presenti a «trasformare la storia di questo Paese, ricomponendone l’unità». Continua così il viaggio del pellegrino di pace Leone, promotore di vie di fratellanza.

La Chiesa d'Algeria approda in Ticino: mostre, cinema e grandi incontri

Tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, il Canton Ticino ospiterà una serie di appuntamenti imperdibili per scoprire la storia, il sacrificio e il presente della Chiesa in Algeria. Un viaggio tra memoria e dialogo interreligioso che vedrà la partecipazione di ospiti di rilievo internazionale.

Dall'29 aprile al 7 maggio | Mostra

  • Titolo: «I beati martiri di Algeria»

  • Luogo: USI/FTL, Campus Ovest (Lugano)

  • Orari: Visitabile dalle 11:00 alle 17:00

  • Cosa aspettarsi: Un percorso espositivo dedicato ai testimoni della fede in terra algerina.

Mercoledì 29 aprile | Cinema e Testimonianza

  • Evento: Proiezione del film "Uomini di Dio" (Des hommes et des dieux)

  • Luogo: Cinema Iride, Lugano

  • Trama: Il celebre film che narra l'eroica vicenda dei monaci trappisti di Tibhirine.

Martedì 5 maggio | Dibattito Islamo-Cristiano

Il momento clou della rassegna sarà un confronto a più voci sul tema della convivenza e della fede.

  • Orario: 20:45

  • Luogo: Auditorium USI, Lugano

  • Relatori:

    • Cardinale Jean-Paul Vesco: Arcivescovo di Algeri.

    • Luan Afmataj: Imam della moschea di Bellinzona.

    • Martino Diez: Direttore della rivista Oasis e docente all'Università Cattolica di Milano.

  • Moderatore: Claudio Mésoniat, giornalista.

Questi eventi offrono un'occasione per approfondire la realtà di una "Chiesa del dialogo", capace di restare vicina al popolo algerino anche nei momenti più bui della storia recente, e per riflettere sulle sfide attuali del confronto tra cristianesimo e islam.

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«Il mondo ha sete di pace. Basta guerre!»: Leone XIV porta il suo grido al cuore dell'Africa

di Federico Anzini

Lasciata alle spalle Algeri -dove aveva pregato nella Grande Moschea e sostato sulla tomba spirituale di Sant'Agostino - Papa Leone XIV ha posato i piedi - ieri, 15 aprile, in serata - sul suolo camerunense con la determinazione di chi sa di avere qualcosa di urgente da dire. Yaoundé lo ha accolto con fiori gialli e bianchi e grida di gioia che riempivano il Palazzo presidenziale. Davanti alle autorità, ai rappresentanti della società civile e al Corpo diplomatico, il Pontefice ha detto: «Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace».

Un'«Africa in miniatura» che il Papa abbraccia

Il Camerun porta in sé l'eco di molti mondi: decine di etnie, lingue, tradizioni e paesaggi che spaziano dalla foresta equatoriale alle savane del Nord. Leone XIV ha riconosciuto subito questa complessità, trasformandola in risorsa: «Questa varietà non è una fragilità: è un tesoro. Costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura».

Prima del discorso pubblico, il Papa aveva incontrato in privato il presidente Paul Biya, che nel suo saluto aveva riconosciuto che «il dialogo deve sostituire la voce delle armi» e che «le risorse destinate alla guerra dovrebbero essere destinate al benessere dei popoli», parole che Leone XIV ha poi amplificato con forza.

«Quanta fame e sete di giustizia!»

Il Papa non ha eluso le ombre che gravano sul Paese. Ha ricordato la crisi nelle regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell'Estremo Nord, dove tensioni e violenze hanno devastato comunità intere: «Vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro. Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite».

Poi, come un grido trattenuto che trova finalmente voce: «Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace!». Un'invocazione che non era lamento, ma appello rivolto a chiunque detenga una forma di responsabilità pubblica.

La pace non è uno slogan

Citando Agostino di Ippona, il Papa ha ricordato che «servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia». La pace che Leone XIV propone non è quella dei trattati firmati: «Una pace disarmata, non fondata sulla paura o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza».

Il grido finale ha trasformato il discorso in qualcosa di simile a una preghiera pubblica: «Il mondo ha sete di pace. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!».

Donne, giovani e società civile: i pilastri del futuro

Leone XIV ha indicato donne e giovani come protagonisti indispensabili della rinascita africana. I giovani, «speranza del Paese e della Chiesa», richiedono investimenti concreti in «istruzione, formazione e imprenditorialità», «l'unico modo per contenere l'emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del Pianeta» e per contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell'apatia. La società civile -associazioni, sindacati, ONG, leader tradizionali e religiosi -viene descritta come «una forza vitale per la coesione nazionale», capace di formare le coscienze e promuovere il dialogo. Le tradizioni religiose, «quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi», diventano sorgenti di «profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà».

All'orfanotrofio, il volto più tenero del pontificato

Leone XIV ha concluso la sua prima giornata visitando l'orfanotrofio Ngul Zamba - "La Forza di Dio" - che accoglie una sessantina di ragazzi dai diciotto mesi ai vent'anni: molti abbandonati, alcuni disabili, altri con storie di reati o dipendenze. Lo ha accolto un canto commovente: «Non siamo orfani… Noi siamo figli di Dio… La Chiesa è la nostra famiglia… Il Santo Padre è nostro padre».

Il Papa ha guardato il loro passato difficile senza voltarsi dall'altra parte, trasformandolo in promessa: «Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite. Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo». Parole paterne che hanno chiuso una giornata intensa con la tenerezza che solo un pastore sa offrire.

Dall'Algeria al Camerun: un viaggio che costruisce ponti

Sull'aereo da Algeri a Yaoundé, Leone XIV aveva tracciato un bilancio entusiasta: «Una bellissima opportunità per continuare a costruire ponti e promuovere il dialogo». La visita alla Grande Moschea — segno concreto che «sebbene abbiamo credenze diverse, possiamo comunque vivere insieme in pace» — aveva già dettato la cifra di questo viaggio. Un filo sottile ma resistente unisce le due tappe africane: la scommessa sul dialogo come metodo, sulla pace come stile di vita. Un messaggio che, dalle strade di Yaoundé, viaggia ben oltre i confini dell'Africa.

fonte: agenzie/catt.ch

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Ad Ippona come fratello: Leone XIV alla mensa degli agostiniani ad Annaba

di Federico Anzini

Papa Leone XIV è sceso da pellegrino ad Annaba, nell'Algeria settentrionale, e vi è rimasto come fratello. Nel cuore della città che un tempo fu Ippona — la città di Agostino — il vescovo di Roma si è seduto a tavola con i frati agostiniani che custodiscono la basilica del grande dottore della Chiesa, condividendo con loro un pasto, sorrisi e quella fraternità sobria che le parole faticano a restituire.

La terra del padre spirituale

Martedì, 14 aprile, dopo aver visitato le rovine dell'antica Ippona e la casa delle Piccole Sorelle dei Poveri, il Papa è giunto ad Annaba non con il passo solenne del pontefice in visita ufficiale, ma con quello più quieto di un figlio che torna nei luoghi dove la sua famiglia spirituale ha le sue radici più profonde. Perché Leone XIV è agostiniano. E Ippona è la città dove Agostino visse, insegnò, scrisse e morì.

Il comunicato diffuso dall'Ordine di Sant'Agostino non cerca artifici retorici per descrivere l'incontro. Lo definisce semplicemente "bello e piacevole", riprendendo le parole del Salmo 133: "Quanto è bello e piacevole che i fratelli vivano in unità." Una citazione che, in bocca agli agostiniani, non è mai casuale: è il motto stesso dell'Ordine, il versetto che Agostino scelse per fondare la sua esperienza comunitaria.

Un tavolo, tante nazioni

Accanto al Papa, al Priore Generale Joseph Farrell e al Vice Generale Martin Davakan, la piccola comunità agostiniana di Annaba si è rivelata un microcosmo della Chiesa universale. Padre Dominic Juma Habakuk viene dal Sud Sudan; padre Shailong Leviticus Longzem dalla Nigeria; il rettore della basilica, padre Frederick Wekesa, dal Kenya. A loro si è unito padre Augustine Ugbomah, in servizio presso la Sagrestia Pontificia.

Tre continenti, un medesimo abito, un medesimo carisma. Nell'Algeria che fu romana e poi cristiana, poi islamica e poi francese, una manciata di frati africani custodisce la memoria di un nordafricano geniale e irrequieto divenuto dottore della Chiesa. La storia ha i suoi giri imprevedibili, e raramente si mostrano con tanta grazia.

Non il potere, ma l'appartenenza

Ci sono immagini che dicono più delle encicliche, e quella di Leone XIV seduto tra i frati di Annaba è una di quelle. Non c'è distanza, non c'è cerimonia, non c'è la separazione che spesso accompagna il potere anche quando vuole mostrarsi vicino. C'è un uomo — il successore di Pietro — che mangia pane e condivide parole con dei fratelli nell'ordine che lo ha formato.

È un'immagine quasi domestica, nei suoi toni contenuti. Eppure dentro quella domesticità passa qualcosa di teologicamente denso: la Chiesa universale che prende il volto della comunione concreta, della fraternità vissuta e non solo proclamata. Leone XIV non appare come il vertice di una piramide che scende a fare visita alla base. Appare come qualcuno che è — e si sa — figlio di una famiglia.

Agostino, ancora vivo a Ippona

Ippona oggi è Annaba, e Annaba è una città musulmana nel nord-est dell'Algeria. Le rovine dell'antica città romana giacciono sotto il sole come frammenti di un mondo lontano. La basilica che porta il nome di Agostino fu costruita dai francesi nell'Ottocento, e oggi è custodita da frati venuti dall'Africa subsahariana. Il paradosso geografico e storico è tale da togliere il fiato.

Eppure proprio qui, in questo crocevia di civiltà e di memorie, l'incontro di oggi ha avuto qualcosa di profondamente autentico. Sant'Agostino non è sopravvissuto soltanto nei manoscritti o nelle pietre. È sopravvissuto nel modo in cui un gruppo di uomini sceglie ancora di vivere insieme, di pregare insieme, di condividere un pasto e una missione. Il Papa lo ha riconosciuto sedendosi tra loro, e loro lo hanno riconosciuto accogliendolo senza enfasi, come uno di casa.

fonte: agenzie/catt.ch

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Il Papa dall'Algeria: "Dove c'è conflitto la Chiesa porti riconciliazione"

Papa Leone XIV conclude la sua visita nella terra di Sant'Agostino con la celebrazione della Messa nella Basilica dedicata al suo Santo Fondatore.  Questa Basilica venne eretta tra il 1881 e il 1907, per volontà dell'Arcivescovo di Algeri, Monsignor Charles-Martial-Allemand Lavigerie ed è stata elevata al raggio di Basilica minore il 24 aprile 1914, da Papa Pio X. I lavori di restauro sono terminati nel 2013 e alla loro realizzazione ha contribuito anche Papa Benedetto XVI, con una donazione personale.  

"Oggi - ha esordito il Papa nell'omelia - ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant'Agostino, Vescovo dell'antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo".

Commentando il dialogo tra Gesù e Nicodemo, Papa Leone ricorda che in quel passo evangelico vi è "l'invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall'appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d'Algeria: nascere nuovamente dall'alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto".

"Dovete rinascere dall'alto, il dovere espresso da Gesù - ha spiegato il Papa - è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall'alto, grazie a Dio. Dobbiamo farlo secondo la sua volontà d'amore, che desidera rinnovare l'umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo". 

"La nostra vita - si è chiesto il Papa - può ricominciare da capo? Sì! L'affermazione del Signore, così piena d'amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore Di nuovo, sant'Agostino ce ne offre l'esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione».

fonte: acistampa

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Prevost in Algeria: violazioni del diritto e tentazioni neocoloniali, urge un nuovo corso della storia

Leone dal 13 aprile mattina fino al 14 è in Algeria, prima tappa del suo viaggio africano. Diversi gli appuntamenti di questa prima giornata: nel discorso alle autorità algerine, Leone XIV insiste, alla luce del moltiplicarsi dei conflitti, sull'urgenza di un cambio di passo. Invoca la promozione del dialogo, una maggiore giustizia tra i popoli, l'esercizio dell'autorità che eviti la logica del dominio. Auspica che si lavori per una "guarigione della memoria" e per la "riconciliazione fra antichi avversari". Sul destino di Mediterraneo e Sahara: "Guai se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza!"

Segno di una cultura dell'incontro e della riconciliazione. Esplicito è Leone XIV sul senso profondo della sua presenza in terra algerina dove oggi, 13 aprile, è approdato. Parole chiave che, di fronte alle autorità, ai rappresentanti della società civile e al corpo diplomatico del Paese magrebino riunite nel Centro convegni Djamaa el Djazair, scandisce e ripete - dopo quelle pronunciate nell'omaggio al monumento dei martiri Maqam Echaid . Qui il Papa ha lanciato un messaggio di speranza per un mondo lacerato dai conflitti: “La giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia”. Il Pontefice invita al "perdono" e ricorda che la vera ricchezza per un popolo è “amare Dio”: gli altri tipi di ricchezze “illudono e deludono” e finiscono per “corrompere il cuore e generare invidie, rivalità, conflitti”. Prima ancora, durante il volo rispondendo ai giornalisti -, in un'ampia riflessione ispirata non solo dalla storia della regione offre spunti sulla realtà di oggi. Essa, infatti, è inevitabilmente intrisa delle apprensioni per un mondo attraversato da scontri, "continue violazioni del diritto internazionale" e "tentazioni neocoloniali", preoccupazioni che chiamano in causa l'esercizio dell'autorità come servizio per la giustizia, l'uguaglianza e l'inclusione e una pratica religiosa mai scissa dalla pietà, che rifiuta ogni forma di fondamentalismo. 

Il discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico

L'arrivo nella sala polivalente, dopo la visita di cortesia al Presidente della Repubblica, Abdelmadjid Tebboune, ha luogo con quasi un'ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia del viaggio. Circa 1400 le persone qui radunate, al cospetto del Successore di Pietro e del Capo dello Stato che indirizza un lungo saluto al Pontefice. Giustizia sociale, pace, libertà, dialogo e coesistenza: sono i valori "unificanti", la base "solida e condivisa" per una "disponibilità totale e incrollabile" da parte dell’Algeria, afferma Tebboune, a proseguire la "stretta cooperazione" con la Santa Sede". Guardando all’instabilità degli scenari geopolitici internazionali, esprime apprezzamento per gli sforzi compiuti per la pace da Leone XIV, e considera "coraggiosa" la posizione assunta dal Pontefice di fronte alla tragedia di Gaza e alle tante sofferenze patite dai palestinesi. Si unisce così alla voce del Papa "nel chiedere sicurezza e una pace durature nella regione del Golfo, e perché il Libano superi le prove ingiuste che continua a sopportare". 

I veri forti sono le persone umili e giuste

Fin dalle prime battute del discorso del Papa, viene esaltato il "profondo senso religioso del popolo algerino" che, si sottolinea, è "il segreto di una cultura dell'incontro e della riconciliazione". Popolo che, osserva il Papa, ha sempre cercato la pace, così come il mondo oggi la "desidera ardentemente". Quando si vuole la concordia, ci si adopera per il bene comune, ed è quanto innerva la vita quotidiana degli algerini abituati a mettere in campo accoglienza e solidarietà. Il Pontefice lo riconosce, mostrando di ammirarli, gente umile e giusta - sembra riecheggiare il canto del Magnificat -, a cui è riservata la vera fortezza, a dispetto di quella imposta dai canoni urlati e individualisti del tempo presente. "Sono loro i forti - dice il Successore di Pietro -, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo". È questo il tessuto sociale che fortifica l'armonia tra popoli e culture:

In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia! Oggi la semplicità di questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse.

La religione senza pietà è uno scandalo

È un "dovere sacro" quello dell'ospitalità. Nelle comunità arabe e berbere è un valore spiccato, e Leone lo ha sperimentato, anche in occasione delle visite che in questa nazione effettuò a motivo dei suoi incarichi nell'ordine agostiniano, nel 2001 e nel 2013. Ricorda, per esempio, la pratica diffusa dell'elemosina, manifestazione di una attenzione sincera verso l'altro, diventata rara in molti contesti sociali pervasi da indifferenza e avidità. È la logica della sopraffazione che il Papa intende far scardinare, sia nell'ambito delle relazioni interpersonali che a livelli internazionali: "Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri - questo l'Africa lo sa bene - distruggono il mondo". Dominio, parola su cui torna più avanti nel discorso, capovolgendola alla luce evangelica. Intanto, la messa a fuoco di un paradosso emblematico:

Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione.

Violazioni del diritto internazionale e tentazioni neocoloniali

Papa Leone, lo aveva fatto anche visitando la Turchia, evoca anche una sorta di contributo stabilizzatore del Paese che possa incidere, con un magis di giustizia, anche sugli equilibri mondiali: "Se saprete entrare in dialogo con le istanze di tutti e solidarizzare con le sofferenze di tanti Paesi vicini e lontani". Ed ecco il cuore del messaggio del Pontefice, che mostra di contrastare inequivocabilmente le posture belliciste del momento presente, come ha espresso stamani ai cronisti che lo accompagnano in questo lungo viaggio apostolico in Africa: "Io non ho paura dell’amministrazione di Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora": 

Non moltiplicando incomprensioni e conflitti, ma rispettando la dignità di ognuno e lasciandovi toccare dal dolore altrui, potrete infatti diventare protagonisti di un nuovo corso della storia, oggi più urgente che mai, a fronte di continue violazioni del diritto internazionale e di tentazioni neocoloniali.

L'autorità non per dominare ma per servire

Ricorrono le citazioni dei predecessori: Benedetto XVI quando, nella sua enciclica Caritas in veritateparla del rischio di acuire le disuguaglianze socio-economiche se manca la capacità di redistribuire le ricchezze; Francesco, quando nell'enciclica Fratelli tuttiindica il necessario cambiamento di prospettiva - dalle periferie - per comprendere meglio le contraddizioni del Sud globale e decidere di coinvolgere "gli esclusi" nella costruzione del "destino comune". Torna qui il concetto illuminato dell'esercizio del potere a cui deve concorrere anche la Chiesa cattolica, "ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente".

Le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo. L’azione politica trova quindi il suo criterio nella giustizia, senza la quale non vi è pace autentica, e si esprime nella promozione di condizioni eque e dignitose per tutti.

Mare e deserto ridotti a cimiteri, moltiplicare le oasi di pace

Un lungo approfondimento, con chiari moniti politici e profondi echi spirituali, è dedicato da Leone alle sorti del Mediterraneo e del Sahara, "immensi tesori di umanità" e di cultura, ridotti a "cimiteri". Se solo si tiene conto, per esempio, che oltre tremila persone sono morte nel 2025 per raggiungere la Spagna dall'Africa occidentale, si ha idea di quanto sia improcrastinabile il cambio di corso appena evocato. Il Pontefice insiste sugli "illeciti guadagni" degli speculatori sulla vita umana, sottolinea che la dignità è "inviolabile", esorta a unire forze, intelligenze e risorse perché terra e mare siano "luoghi di vita" e "meraviglia".

Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro! Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui!

fonte: vaticannews/catt.ch

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Il Papa della pace sbarca in Africa: da Algeri, un grido contro l'odio

Ieri, 13 aprile, Leone XIV ha posato i piedi sul continente africano. Sotto una bufera di vento e pioggia, il Vescovo di Roma ha iniziato ad Algeri la prima tappa di un pellegrinaggio di undici giorni che lo porterà in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Tre anni dopo Francesco nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, Pietro torna in Africa come testimone di pace in un mondo che stenta a trovarne le parole.

Un viaggio nel segno della pace, non della retorica

Le trattative tra Stati Uniti e Iran sono fallite, il Medio Oriente brucia, l'Ucraina sanguina. È in questo quadro cupo che le parole pronunciate al monumento dei martiri dell'indipendenza algerina acquistano tutto il loro peso:

«In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità. E questa pace è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori.»

Il Papa sa bene che non è una strada facile: «So quanto sia difficile perdonare. Tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione.» Una frase che vale per Gaza, per Kiev, per tutte le città che il telegiornale della sera ci consegna ammaccate e sanguinanti.

Scarpe tolte e cuore aperto: nella Grande Moschea di Algeri

Nel pomeriggio, Leone XIV si è tolto le scarpe ed è entrato nella Grande Moschea di Algeri — la terza al mondo per importanza dopo La Mecca e Medina, con il minareto più alto del pianeta a 267 metri. Nella visita si è fermato davanti al miḥrāb in silenziosa meditazione, poi ha dialogato con il rettore rilanciando un appello alla pace:

«Attraverso lo studio, con la ricerca della verità e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, impariamo a rispettarci mutualmente, a vivere in armonia e a costruire un mondo di pace.»

Il richiamo a Sant'Agostino — nato proprio in terra nordafricana — ha conferito a queste parole una radice storica profonda: l'Algeria non è terra straniera per il cristianesimo.

Una Chiesa di minoranza che vive di servizio

La comunità cattolica algerina è minuscola, in un paese dove oltre il 90% della popolazione è musulmana. Eppure è proprio da questa marginalità che Leone XIV ha tratto la forza del suo messaggio alla comunità locale, incontrata nella Basilica di Nostra Signora d'Africa, sospesa su un promontorio a oltre centoventi metri sul Mediterraneo:

«È con grande gioia e affetto paterno che vi incontro oggi, voi che siete una presenza discreta e preziosa, radicata in questa terra, segnata da una storia antica e da luminose testimonianze di fede.»

Il Papa ha evocato i martiri uccisi durante la guerra civile, tra cui fratel Luc di Tibhirine, monaco e medico, che di fronte alla fuga per salvarsi rispose con parole diventate leggendarie: «Io voglio restare con loro.» Una scelta che parla da sola: stare dove fa male, stare con chi soffre, anche a costo della vita.

Il mare che inghiotte, il deserto che purifica

Uno dei momenti più intensi è stato quello davanti al monumento per le vittime dei naufragi: Leone XIV ha deposto una corona di fiori e si è raccolto in silenzio. Il Mediterraneo ammirato dall'alto della Basilica è lo stesso che ogni anno inghiotte centinaia di migranti. Certi gesti non si commentano: si abitano.

Nel discorso alla comunità, il Papa ha usato l'immagine del deserto come metafora esistenziale: le sue asperità sono capaci di ridimensionare «ogni presunzione di autosufficienza. La fragilità riconosciuta apre il cuore al sostegno vicendevole e all'invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e, con essa, la pace vera.»

Una voce che vale di più perché viene dalla periferia

C'è qualcosa di profondamente significativo nell'aver aperto questo viaggio africano da una terra dove i cristiani sono sparuta minoranza. La voce di Leone XIV acquista qui un'eco particolare: non parla da una posizione di potere, ma di umiltà condivisa. «Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace», ha detto. «La giustizia trionferà sempre sull'ingiustizia; la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l'ultima parola.»

In un'epoca in cui i governanti di mezzo mondo scelgono il riarmo, queste parole suonano controcorrente. Quasi scandalose. Eppure sono le uniche che, nella storia, hanno davvero cambiato le cose. Algeri è solo il primo capitolo: Leone XIV, sotto la pioggia algerina, ha cominciato a camminare. Con le scarpe tolte, il cuore aperto e la voce ferma di chi sa che il mondo può cambiare — ma solo se qualcuno ha il coraggio di crederci per primo.

Il programma di oggi, 14 aprile

Con un volo di un’ora, Papa Leone è arrivato alle ore 10.32 ad Annaba, l’antica Ippona dove Agostino è stato vescovo per 34 anni. Il primo appuntamento di oggi è la visita al sito archeologico di Ippona, dove si conservano i resti della città romana e di quella cristiana, tra questi la cosiddetta Basilica Pacis, nella quale Sant’Agostino svolse il suo ministero. Il Papa attraversa le rovine e, al termine del percorso, depone una corona di fiori tra i canti della corale dell’Istituto della Musica di Annaba, raccogliendosi per un breve momento di preghiera.

Spostandosi in macchina, Leone si reca a visitare la Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri gestita da cinque le religiose che si prendono cura di una quarantina di ospiti. A seguire l’incontro nella Casa della Comunità dei religiosi agostiniani con alcuni membri. Dopo il pranzo, nella Basilica di Sant’Agostino, il Pontefice celebra la Messa e successivamente è previsto il rientro ad Algeri.

Seguiranno aggiornamenti dalle prossime tappe in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

fonte: agenzie/catt.ch

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In un minuto la prima giornata del Papa in Algeria

Pubblicato il:
14/04/2026 alle 11:04

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In un minuto la seconda giornata di Papa Leone XIV in Algeria

Pubblicato il:
15/04/2026 alle 9:46

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Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Algeria nelle attese di un missionario ticinese

di Federico Anzini

Il 13 aprile, resterà impresso nella storia come il giorno in cui, per la prima volta, un Romano Pontefice poserà il piede sul suolo algerino. Papa Leone XIV inizia proprio da Algeri il suo atteso viaggio apostolico in Africa un pellegrinaggio di dieci giorni che promette di gettare nuovi ponti tra le sponde del Mediterraneo. In un clima di trepidazione, abbiamo incontrato Maurizio Balestra, missionario laico ticinese dei Memores Domini, che da quattro anni vive e opera nella capitale algerina. La sua testimonianza ci offre una lente privilegiata per comprendere cosa significhi essere “sentinelle” di speranza in una terra dove i cristiani sono una piccolissima minoranza.

Una missione fatta di presenza e umiltà

In un Paese di 47 milioni di abitanti a stragrande maggioranza musulmana, la comunità cristiana è una “piccolissima minoranza di qualche migliaio di fedeli”. Per Maurizio Balestra, questa condizione non è un limite, ma una spogliante opportunità di fede. “Se l’immagine del missionario è quella di qualcuno che deve “convertire”, la realtà in cui vivo non lascia spazio ad illusioni”, spiega con realismo, aggiungendo che “si cadrebbe facilmente nell’accusa di proselitismo, proibito dalla legge”. La missione, in questo contesto, ritrova la sua sorgente più pura: “il missionario, e questo vale per ogni cristiano, è colui che è chiamato innanzitutto a testimoniare l’amore di Cristo per ogni uomo”.

Questa posizione trasforma la vita quotidiana in un richiamo costante “all’essenziale nel vivere la fede, il rapporto personale e comunitario con Cristo vivo e presente”. Per Maurizio, questo significa dedicarsi “all’accoglienza dei visitatori della Basilica di Notre Dame d’Afrique, in gran parte musulmani”, lavorare nella biblioteca del Centro “Les Glycines” e “visitare i detenuti cristiani di due prigioni”. È un lavoro umile dove, per non girare a vuoto, occorre “domandare continuamente al Signore la grazia di vivere tutto nel rapporto con Cristo”, imparando giorno dopo giorno “l’umiltà, la gratitudine e ad essere lieti”.

Il Papa pellegrino di pace e fraternità

L’attesa per l’arrivo di Leone XIV è palpabile non solo nelle piccole comunità cristiane, ma nelle strade stesse della capitale. “Vedo nel mio quartiere popolare e attorno alla Basilica un fervere giorno e notte di attività di tinteggiatura di edifici, di risistemazione di strade, di riparazioni qua e là”, racconta il missionario. Nonostante il ricordo dei tragici anni Novanta sia ancora vivo, la stima per il Papa travalica i confini religiosi. Egli è visto da molti come un leader che giunge “solo con la forza della sua autorità morale e religiosa, come uomo di pace, di dialogo, di fraternità”. Come gli ha confidato un amico musulmano: “È una visita importante non solo per i cristiani, ma per tutta l’Algeria, serve ad incoraggiare il vivere assieme nel rispetto delle diversità”.

Sant’Agostino: il ponte tra due fedi

Un elemento centrale di questo viaggio è il legame profondo tra Leone XIV e la figura di Sant’Agostino. Il Santo d’Ippona non è percepito come una figura distante, ma come un “illustre connazionale” di cui molti algerini, specialmente di etnia berbera, vanno fieri. La sua ricerca incessante della verità e il suo “cuore inquieto” continuano a parlare all’uomo contemporaneo. Maurizio testimonia come il pensiero agostiniano apra porte inaspettate: “Un giovane musulmano docente liceale di filosofia mi ha proposto di leggere assieme pagine di Sant’Agostino e ciò va avanti da mesi”. Per il mondo musulmano, Agostino diventa così uno stimolo prezioso per riflettere sul complesso e vitale rapporto tra fede e ragione.

La forza della minoranza: la lezione delle periferie

Cosa può imparare una diocesi come quella di Lugano da questa periferia geografica e spirituale? Per Maurizio Balestra, la risposta risiede nella fiducia. Essere una minoranza con “pochi mezzi materiali ed espressivi” non deve essere fonte di timore. Al contrario è un invito alla “consegna certa e lieta alla forza di Cristo”. La Chiesa algerina ci ricorda che lo Spirito agisce anche attraverso strumenti poveri per compiere grandi cose, spesso invisibili agli occhi del mondo. Il viaggio di Leone XIV si prefigura dunque come una semina di fraternità. La speranza di chi, come Maurizio, vive sul campo è che questo passaggio lasci nel cuore del popolo algerino l’immagine di un “uomo di Dio” che ama questa terra e lavora affinché la convivenza maturi nella libertà e nel rispetto reciproco.

Il programma del viaggio

Undici giorni, quattro Paesi (Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale), undici città: sono i «numeri» del viaggio di Leone XIV in Africa dal 13 al 23 aprile. Dopo l’arrivo, il 13 aprile, ad Algeri, la visita al Monumento dei Martiri Maqam Echahid, gli incontri istituzionali, la tappa alla Grande Moschea di Algeri e la visita alle suore agostiniane missionarie a Bab El Oued, alle 16.40, il Papa incontra la comunità algerina nella Basilica di Nostra Signora d’Africa. Il 14 aprile, arrivo ad Annaba, l’antica Ippona: visita al sito archeologico, alla Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri e agli agostiniani locali. Alle 15.30, la Messa nella Basilica a S. Agostino. Il 15 aprile, partenza per il Camerun: visita alle 15.20 del Presidente Paul Biya; alle 17.45, visita all’Orfanotrofio Ngul Zamba e incontro privato coi vescovi del Camerun. Il 16 aprile la visita alla città di Bamenda: alle 11.30, il Pontefice prenderà parte all’Incontro per la Pace nella Cattedrale di S. Giuseppe. Alle 15.15 la Messa nell’Aeroporto internazionale. Il 17 aprile arrivo a Douala: Messa alle 11, al Japoma Stadium, e alle 13.20 la visita privata all’Ospedale cattolico S, Paul. Nel pomeriggio rientro a Yaoundé, per l’incontro all’Università Cattolica dell’Africa Centrale. La visita del Papa in Algeria coincide con il 30esimo anniversario dell’uccisione degli ultimi tra i 19 religiosi martirizzati tra il 1994 e il 1996 durante la guerra civile.

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