di Cristina Vonzun
Due settimane fa abbiamo raccontato su Catholica/Cdt la scelta di vita di una giovane ticinese entrata a 21 anni in monastero a Claro e che oggi sarà a Strada Regina su RSILa1 alle 18.30. La pubblicazione della notizia sui nostri canali social ha suscitato reazioni positive ma pure la domanda di una lettrice che ci ha chiesto quale senso abbia oggi una vocazione di questo tipo. Una domanda legittima, che, come redazione, abbiamo fatto nostra. Nella Giornata mondiale della vita consacrata, celebrata in tutto il mondo oggi, proviamo allora ad allargare lo sguardo al significato della vita consacrata nel suo insieme. In un tempo segnato da cambiamenti rapidi e da un flusso incessante di parole e immagini, la vita consacrata continua a rappresentare una presenza significativa, spesso più silenziosa che loquace, nel cuore della Chiesa e della società, una presenza però anche capace di rinnovarsi leggendo i «segni dei tempi», come invita il Concilio Vaticano II. Nonostante il calo numerico di alcune forme di vita consacrata – in particolare della vita religiosa attiva in Occidente – e rara visibilità nel dibattito pubblico, queste scelte conservano un valore profetico che interpella credenti e non credenti. La vita consacrata non punta all’efficienza, ma è risposta a un’iniziativa di Dio, accolta senza garanzie umane e affidata a una promessa. In questo senso si propone come contro-narrazione rispetto a una cultura che misura il valore delle persone sulla produttività, sul successo o sull’autorealizzazione individuale.
La povertà evangelica, ad esempio, oggi interroga una società segnata da disuguaglianze crescenti e da un consumo «usa e getta», proponendo uno stile di sobrietà in sintonia con l’ecologia integrale. La castità consacrata testimonia che l’amore può essere dono di sé anche senza possesso e richiama all’idea di un sano e libero distacco dalle cose. L’impegno è necessario, ma non deve prendere il posto della vita stessa: il lavoro è per l’uomo, non il contrario, ricordava San Giovanni Paolo II. L’obbedienza, infine, significa che la libertà non coincide con l’autonomia assoluta, ma con l’ascolto e il discernimento condiviso di un bene più grande. Qual è allora il ruolo della vita consacrata oggi, nelle sue diverse forme? Forse più che a presentarsi con il «biglietto da visita» delle cose da fare, essa appare lo spazio di un segno: quello della memoria viva del Vangelo alla luce dei «segni dei tempi », «nel discernimento» direbbe papa Francesco. Un luogo di accoglienza degli altri, di preghiera, di ascolto e di accompagnamento, luogo dove povertà, castità e obbedienza vanno declinate dentro i «segni dei tempi» per essere messaggio di impegno di vita nell’oggi del mondo. Una provocazione salutare per tutti. Questo senza porre la vita consacrata su alcun piedistallo. Essere segno significa condividere con tutti la vita di tutti i giorni e cercare di illuminarla con il Vangelo, facendosi messaggeri di un senso ultimo dell’esistenza diverso dal possesso e dalla conquista, ma dono di Dio.
Nei monasteri questo avviene con la preghiera per il mondo, con l’orecchio attento alle gioie e ferite degli uomini e delle donne di oggi, portandole a Dio ma pure nell’accoglienza in foresteria delle persone che arrivano da ogni dove in cerca di ascolto e conforto; nella vita attiva camminando con tanti fratelli e sorelle semplicemente condividendo le mille sfide di oggi, motivati da vocazione e Vangelo. Celebrare come è avvenuto domenica 1 febbraio in Cattedrale questa giornata è stata occasione per ringraziare per la loro testimonianza consacrati e consacrate nella Diocesi di Lugano.