La strage di Crans Montana è il peggiore inizio d’anno che il mondo poteva avere. Vedere morte e dolore dentro quella che doveva essere un’occasione di celebrazione e festa produce un senso di impotenza e di ingiustizia senza uguali. Anche perché questa strage ha colpito ragazzi e ragazze che potrebbero essere i nostri figli. Ragazzi nel pieno dell’adolescenza, desiderosi di bellezza, di gioia, probabilmente vestiti con i loro abiti più belli per celebrare l’inizio di un nuovo anno che per alcuni ha comportato la fine della vita e, per i sopravvissuti, la partecipazione ad un dramma collettivo che rappresenterà un trauma di portata gigantesca nella loro memoria emotiva.
Il dolore mediatico
In queste ore, tutti i media ci bombardano di notizie e immagini, testimonianze e resoconti che amplificano il dolore, lo stratificano nella mente e nel cuore di tutti. Ci sentiamo mamme e papà di quei ragazzi uccisi, dispersi, ustionati. Ci viene da piangere e sentiamo un brivido correrci lungo la schiena. Perché dentro di noi si accende la consapevolezza di quanto facciamo ogni giorno per assicurare protezione e sicurezza ai nostri figli e di come eventi del genere ci obblighino a renderci conto che la vita, a volte, segue le regole del gioco d’azzardo, fa avvenire cose che sfuggono a ogni logica e legge delle probabilità, diventando un territorio in cui il controllo di tutto è solo un ingrediente inefficace, che non può nulla di fronte all’avversità del destino.
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