di Cristina Vonzun
Ogni volta che accade una tragedia che coinvolge giovanissime esistenze si resta muti e pietrificati. A Crans Montana le cifre e i contorni del dramma fanno annichilire. E ogni volta torna la stessa considerazione, pesante, quasi come se fosse un grido strozzato: “Non si può morire così giovani, anzi non si può morire così giovani e in quel modo”. “Ogni volta” scrivo, perché questo grido muto di infinito dolore mi è capitato di sentirlo poco più di un anno fa ad un funerale in Ticino, di una ragazza. Era il grido dei suoi compagni e amici, stretti in un dolore tremendo. Penso che questo grido lo si sia sentito anche alcune settimane fa, dopo il tragico incidente di auto che ha coinvolto due minori in valle di Blenio. Assistere a queste morti ci pone in un confronto dirompente con il senso della vita, con le domande ultime, con quel controsenso infinito tra la forza e la vitalità proprie della giovinezza e la morte e con quel senso di ingiustizia che è insito nello spirare degli innocenti. E allora che dire? Forse è proprio questo quello che ci tormenta: dobbiamo dire qualcosa, elaborare, commentare. Anche noi che ci annoveriamo tra i credenti vorremmo avere una risposta, una parola, un consiglio almeno. Ma quale? A me in questo momento non viene in mente che la “parola” del venerdì santo, quel silenzio che è delle donne sotto quella croce su cui è appeso un giovane uomo, morto innocente. Maria che lì rappresenta la Chiesa al venerdì santo, tace. Tace lei e tacciono gli apostoli. Altre parole in altri momenti arriveranno per aiutarci a leggere quei fatti, ma non lì, non al venerdì santo. Prevale il silenzio nell’ora delle tenebre, è il linguaggio della croce, il linguaggio scelto anche dalla Chiesa in quel momento. Sarà povertà, ma sostare anche noi in questa povertà di mancanza di parole non è forse un modo molto umano per condividere la croce che sentiamo pesare su parenti, amici e coetanei di questi ragazzi? Il silenzio del venerdì santo non ci piace forse, ma ci fa essere fratelli e sorelle, per quel poco che riusciamo solo ad immaginare e condividere di chi ora è disperato, deluso, annichilito da un dolore troppo grande. Restiamo in questa fratellanza e sororità, questa compassione che si fa abbraccio, perché, per quel che mi riguarda, mi pare l’atteggiamento cristiano più consono, insieme alla nostra povera preghiera per tutti quanti.