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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (22 febbraio 2026)
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  • La Luce della Pace COMMENTO

    Felici e in cammino i miti, i non violenti

    Durante questa quarta settimana di quaresima voglio riflettere sulla terza Beatitudine. Ecco innanzitutto una traduzione: "Felici e in cammino i miti, i non-violenti perché erediteranno la terra" (Matteo 5,5). In questa frase abbiamo l’aggettivo greco « praüs » che si traduce, frequentemente, con « dolce » o « mite ». In greco questo termine qualifica la persona che si lascia calmare, una persona calma e impegnata per la pace, una persona che manifesta una virtù che si oppone alla collera e alla vendetta. Quanto all’Antico Testamento greco, l’aggettivo « praüs » è utilizzato soprattutto per tradurre termini che esprimono umiltà e abbassamento. E, al plurale, questo aggettivo caratterizza « gli umili della terra » (Giobbe 24,4), gli umiliati, i poveri sfruttati dai cattivi ai quali essi devono cedere il posto. Ma essi sono i benedetti di Dio (Sofonia 3,12) che li istruisce (Salmo 25,9; Siracide 3,18), li salva (Salmo 76, 9; 147,6; 149,4), li rappacifica nei giorni della loro sventura (Salmo 94,13)[1]. Quanto al Nuovo Testamento, lo stesso aggettivo evoca una virtù che si rivela come un dono divino, capace di fiorire - nel cuore dei credenti - come amore per gli altri, come perdono, come rifiuto della violenza, come fiducia nell’azione di Dio. La persona « praüs » è dunque paziente, benevola, docile, buona, dolce, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura e senza pietà[2]. I miti sono persone capaci di vivere con le altre persone in un modo semplice e sereno senza mai entrare in conflitto. Non avendo nessuna relazione con la violenza, sono adatte a custodire i doni di Dio, in particolare la terra, che è la condizione che rende possibile la vita umana[3]. Nella nostra Beatitudine abbiamo un riferimento al Salmo 37[4], un salmo che presenta un avvenire diverso per i ricchi che sono cattivi e per i marginalizzati, gli oppressi dei quali i ricchi approfittano. I cattivi - ci dice il poeta del Salmo nel verso 10 - non avranno alcun avvenire, mentre i marginalizzati, i privati dei loro beni, gli spossessati, « gli umili possederanno la terra e faranno le loro delizie nell’abbondanza della pace » (v. 11). Quanto alla traduzione greca, in essa ci sono delle ‘piccole’ differenze. In effetti questa traduzione dice: « i miti / i non-violenti erediteranno la terra e si rallegreranno dell’abbondanza della pace » (v. 11). La differenza tra « faranno le loro delizie »[5] e « si rallegreranno » è minima. Più importante è la differenza tra « gli umili » e « i miti / i non-violenti »[6]. Sempre per l'aggettivo « praüs », occorre notare che esso ritorna ancora due volte nel Vangelo di Matteo, ma mai altrove negli altri Vangeli. In Matteo 11,29 Gesù stesso si presenta come non-violento e come fonte di imitazione per i suoi discepoli: « Imparate da me perché sono mite, non violento e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime ». Infine, lo stesso aggettivo lo si ha nel verso 5 del capitolo 21, quando Gesù entra a Gerusalemme. In questo racconto, nel quale Matteo ci rinvia al profeta Zaccaria, il Messia è presentato non come un guerriero vincitore né come un capo regale che va a conquistare una terra. Al contrario, Gesù è come il servitore che obbedisce a Dio, che è misericordioso verso le persone: « Dite alla figlia di Sion, ecco il tuo re viene a te; egli è mite, non violento, è seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma » (Zaccaria 9,9[7]. Si potrebbero fare altre osservazioni sull’espressione « miti / non-violenti » nella Bibbia[8]. Ma è il momento di chinarci sul Corano, soprattutto in questa settimana nella quale - mercoledì 22 – comincerà il Ramadan. E, durante questa settimana, penso in particolare alla Sura 41, intitolata « Fussilat », un termine arabo che significa «  [Scrittura dai] versi dettagliati ». Qui si legge: 33 Chi [potrebbe dunque] tenere un linguaggio più bello di colui che chiama [gli uomini] a Dio, fa opera pia e dichiara: « Io sono musulmano »? 34. La buona azione e quella cattiva non sono affatto simili. Respingi la [cattiva azione] con una [azione] migliore. Allora colui del quale tu sei separato da un’inimicizia diventerà [per te] un amico intimo. 35 [Ma una tale grandezza d’animo] è il privilegio di quelli che sono pazienti. Essa è il privilegio esclusivo di colui che Dio colma dei più insigni favori (Sura 41,33-35)[9]. Al centro di questa sezione del Corano abbiamo il verso 34: « La buona azione e quella cattiva non sono affatto simili. Respingi la [cattiva azione] con una [azione] migliore ». E questo pensiero lo si ritrova anche altrove, nel Corano. Penso in particolare alla Sura 23: « Respingi la cattiva azione con [un’azione] più bella » (verso 96) e alla Sura 28: « Costoro saranno ricompensati due volte: perché sono stati pazienti e respingono il male con il bene » (verso 54). Quanto al verso 35 della Sura 41, qui si menzionano coloro che sono pazienti (« sabaru » in arabo). E queste persone hanno un dono straordinario: hanno ricevuto da Dio la facoltà di poter rispondere al male con il bene. È in questo senso che l’Islam raccomanda di reagire alla collera attraverso la pazienza, alla cattiva disposizione altrui attraverso la clemenza e il perdono. E questa grandezza d’animo, che è uno dei principi dogmatici più caratteristici dell’Islam e anche del Cristianesimo, è quella stessa della quale il celebre Ghandi farà una teoria politica di resistenza passiva e di nonviolenza di fronte all’aggressione del più forte[10]. Che queste considerazioni bibliche e coraniche possano orientarci di giorno in giorno. [1] C. Spicq, Notes de lexicographie néo-testamentaire. Supplément, Éditions universitaires - Vandenhoeck & Ruprecht, Fribourg - Göttingen, 1982, p. 577. [2] Cf. G. Ravasi, Le beatitudini. Il più grande discorso all’umanità di ogni tempo, Mondadori, Milano, 2016, p. 83s. [3] R. Manes, Vangelo secondo Matteo, in I Vangeli tradotti e commentati da quattro bibliste, Àncora, Milano, 2015, p. 104. [4] Cf. A. Mello, Évangile selon Matthieu. Commentaire midrashique et narratif, Cerf, Paris, 1999, p. 115. [5] In ebraico, il verbo « ’’ânag » torna raramente nell’Antico Testamento. Ma il nostro Salmo utilizza questo medesimo verbo anche nel v. 4, presentando così una relazione tra le delizie legate alla pace (v. 11) e le delizie che si vivono in un rapporto di amicizia con Dio ». Cf. L. Alonso Schökel, I Salmi, vol. I, Borla, Roma, 1992, p. 640. [6] Per questa differenza tra l’ebraico e il greco, cf. G. Ravasi, Il libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, Vol. I, EDB, Bologna, 2015, p. 682s. [7] Per questi testi del Vangelo, cf. G. Ravasi, Le Beatitudini. Il più grande discorso all’umanità di ogni tempo, Mondadori, Milano, 2016, p. 84s. [8] Personalmente non posso dimenticare l’utilizzazione dell’aggettivo « praüs » nella traduzione greca di Siracide 10,14 : « Il Signore ha rovesciato i troni dei principi e ha stabilito - al loro posto - i miti, i non-violenti ». [9] Una traduzione simile si ha in Si Hamza Boubakeur, Le Coran. Traduction française et commentaire d’après la tradition, Maisonneuve & Larose, Paris, 1995, p. 1486. [10] Queste considerazioni si possono leggere in Si Hamza Boubakeur, nel suo libro : Le Coran. Traduction française et commentaire d’après la tradition, Maisonneuve & Larose, Paris, 1995, p. 1487. di Renzo Petraglio

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