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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (27 gennaio 2026)
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  • COMMENTO

    Una riflessione sulla speranza a partire dal film "La vita è bella"

    di fra Agostino Del-Pietro*

    Che cos’è la speranza in chiave cristiana? Diversi anni fa ho avuto modo di confrontarmi a lungo con questa domanda. Una congregazione di suore mi aveva infatti chiesto di tenere per loro un corso di Esercizi spirituali intitolato: «Vivere la speranza». Preparandomi a questo compito ho letto alcune opere di autori di epoche diverse che avevano trattato in modo più o meno esplicito l’argomento. Purtroppo, non era ancora stata pubblicata l’erudita enciclica Spe Salvi di papa Benedetto XVI. Le riflessioni e le esperienze di altri autori come Charles Péguy, Etty Hillesum, Norbert Lohfink, Giordano Frosini, nonché documenti importanti come la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II avevano comunque saziato il mio interesse per questo tema. Al termine di queste letture ero giunto alla conclusione che, in sintesi, la speranza cristiana è la consapevolezza che in tutte le circostanze – anche le più nefaste – la morte non ha l’ultima parola, perché la vita va oltre la morte.

    Per dare inizio al corso di esercizi riflettevo però sulla modalità di presentare questa idea in modo avvincente. Sono così ricorso ad un film. Non sono un grande cultore di cinema, ma molti anni fa ne avevo visto uno che aveva lasciato in me una profonda impressione: La vita è bella di Roberto Benigni. Nella pellicola Benigni interpreta la parte di Guido Orefice, un giovane italiano di origine ebraica. Dal suo matrimonio con Dora nasce Giosuè. Nel 1944 Guido, Giosuè e lo zio Eliseo vengono deportati in un campo di concentramento. La moglie Dora li segue anche se non è ebrea. Per far passare il figlio Giosuè indenne attraverso gli orrori del campo di sterminio il padre Guido gli racconta che stanno partecipando ad un gioco che prevede molte prove. Il vincitore del gioco riceverà in premio un carrarmato vero. All’arrivo nel campo il padre Guido, per amore del figlio, si propone come interprete e mette fortemente a repentaglio la sua vita traducendo scorrettamente le nefaste regole del lager scandite minacciosamente dal comandante del campo ai reclusi. Parole di morte vengono ridate con parole di vita: così germoglia la speranza. La vicenda si conclude però in modo tragico per Guido che, all’arrivo delle truppe alleate, viene fucilato mentre i soldati tedeschi lasciano freneticamente il lager. Il figlio Giosuè, nascosto dal padre prima degli ultimi eventi burrascosi, si salva, convinto di aver vinto il gioco.

    La speranza che emerge dall’intreccio di questo film non è la speranza letta in chiave cristiana. Possiamo però considerarla una sua metafora. Scrive infatti Benedetto XVI nella Spe Salvi: «Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme».

    All’idea di speranza siamo soliti associare l’idea della gioventù, della novità, di qualcuno o qualche cosa che ha un avvenire: come è appunto il caso per un bambino, che ha ancora tutta la vita davanti a sé.

    Ecco allora che la speranza cristiana si è rivelata pienamente sul volto di un Bambino, quel Bambino che, in queste ultime settimane, abbiamo avuto la gioia di riammirare adagiato in una mangiatoia. È lui la Parola di un Dio che traduce parole umane di morte in parole di vita divina.

    *custode del Santuario della Madonna del Sasso a Orselina

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