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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (27 gennaio 2026)
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  • Il Papa ai consacrati: non viviamo di abitudini, Dio è novità e chiede cuori giovani

    Simeone, "uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele" e Anna, che "non si allontanava mai dal tempio", riconobbero nel Bambino, che Maria portava in braccio, il Messia a lungo atteso. Sono loro, Simone e Anna, i protagonisti del brano del Vangelo dell'odierna Festa della Presentazione del Signore, popolarmente nota come Candelora, in cui si celebra la XXVIII Giornata Mondiale della Vita Consacrata istituita da san Giovanni Paolo II nel 1997. Prendendo esempio da loro, al centro della riflessione di Papa Francesco alla Messa presieduta nella Basilica vaticana, c'è un atteggiamento controcorrente al nostro tempo: l'attesa. "Sorelle, fratelli, coltiviamo nella preghiera l’attesa del Signore - afferma Francesco nell'omelia - e impariamo la buona 'passività dello Spirito': così saremo capaci di aprirci alla novità di Dio".

    “Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore (Lc 2,22)”

    Perseverare nell'attesa

    "Ci fa bene guardare a questi due anziani pazienti nell’attesa, vigilanti nello spirito e perseveranti nella preghiera", afferma Francesco dando inizio all'omelia: Simeone e Anna sono due anziani, ma hanno conservato il cuore giovane, nonostante fatiche e delusioni "non hanno mandato in pensione la speranza" e hanno mantenuto viva l'attesa del Signore.

    Fratelli e sorelle, l’attesa di Dio è importante anche per noi, per il nostro cammino di fede. Ogni giorno il Signore ci visita, ci parla, si svela in modo inaspettato e, alla fine della vita e dei tempi, verrà. Perciò Egli stesso ci esorta a restare svegli, a vigilare, a perseverare nell’attesa.

    Guai scivolare nel "sonno dello spirito", afferma il Papa, e "archiviare la speranza". E si domanda: siamo ancora capaci di vivere l'attesa o siamo troppo presi da noi stessi e dalle nostre attività? Non corriamo il rischio di "trasformare anche la vita religiosa e cristiana nelle tante cose da fare e tralasciando la ricerca quotidiana del Signore?". E ancora: quanto contano le possibilità di successo nella nostra programmazione della vita personale e comunitaria, invece che la dedizione "al piccolo seme che ci è affidato", sapendo aspettare i tempi di Dio?

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