di Maria Acqua Simi per ‘Tracce’ (clonline.org)
Évreux, 6 ottobre 2026. Guillaume Boulet, docente di storia e geografia al liceo statale “Aristide Briand”, è in mezzo alla fiumana di studenti che attraversa le strade della città. Intorno a lui ci sono ragazzi che da giorni protestano in tutta la Francia contro una scuola che offre sempre meno possibilità. Il suo liceo, uno tra i più grandi della Normandia, è tra i capo-fila della contestazione nazionale. «È successo piuttosto all’improvviso», racconta a Tracce (la rivista internazionale di Comunione e Liberazione, ndr) mentre il corteo gli scorre intorno. «Il nostro istituto è stato chiuso prima ancora che ci potesse essere un dialogo con i ragazzi. Ma la verità è che a scuola non c’è mai tempo per parlare di questi temi. Noi docenti siamo pressati perché dobbiamo terminare i programmi. E così non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno».
Proteste e violenze
La protesta è cresciuta rapidamente, ma insieme alle rivendicazioni sono arrivati anche gli episodi violenti. A Parigi e in altre città, quando i cortei si sono sciolti, sono entrati in azione casseurs e black bloc: vetrine spaccate, cassonetti incendiati, presidi malmenati, insegnanti e poliziotti aggrediti; dall’altra parte, lacrimogeni e proiettili di gomma, con una risposta delle forze dell’ordine che ha alimentato nuove polemiche sull’uso della forza. «Ci sono stati giovani gravemente feriti, uno ha perso un occhio, un altro una mano, un altro ancora ha riportato lesioni alla mascella. La violenza rischia così di sovrapporsi alle ragioni di chi manifesta pacificamente».
Al Briand, racconta ancora Boulet, «la norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento. Stiamo parlando di una scuola che conta quasi 2mila studenti, raggruppati in classi molto strette, ammassati gli uni agli altri. A volte, addirittura, si mettono insieme alunni di età diverse: come si può fare lezione così? La pausa pranzo spesso dura solo 20 minuti e le lezioni iniziano alle 8 del mattino e possono finire alle 18, quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa».
A scuola non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno.
“Non solo sentiti, ma ascoltati”
Benjamin Gaudré, collega di Boulet, conosce bene quella quotidianità. «Non è la prima volta che i nostri studenti manifestano. Nel 2023 l’uccisione di Nahel Merzouk, 17 anni, durante un controllo stradale a Nanterre aveva già fatto esplodere una rivolta nazionale. Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa. Io ero presente quando alcuni dei nostri liceali, nei giorni scorsi, sono andati dal prefetto con richieste precise: rinnovo delle attrezzature, migliorie agli edifici, ripensamento degli orari di lezione. Hanno contestato Parcoursup, il sistema di orientamento e ammissione all’università, definendolo “totalmente illeggibile”. Soprattutto hanno detto chiaro e tondo alle autorità: “Noi non vogliamo essere semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati”».
Gli studenti hanno da tempo strumenti formali per esprimersi, ma spesso la sensazione è che ciò che dicono non possa cambiare niente. Ancora Gaudré: «Noi ripetiamo loro che hanno un consiglio della vita liceale, che devono imparare ad usarlo. Ma tutti sanno che è uno spazio inutile, dove ti puoi forse sfogare ma dove le cose che dici non saranno prese sul serio».
Dedicare tempo ai ragazzi
Boulet conferma. «La vita in classe resta un cerimoniale ben oliato. Ognuno recita un ruolo. Noi dobbiamo adempiere al programma, sequestriamo gli smartphone come la legge ha stabilito e loro devono studiare per performare, e infatti vivono un’ansia totale da prestazione. Siamo tutti stritolati dentro un gioco di ruoli, estremamente codificato e difficile da scardinare». La scuola, dice, dovrebbe trasmettere conoscenze ma anche educare, preparare alla cittadinanza, accompagnare i ragazzi nella crescita. «Raramente è così. E le risorse statali per la scuola vengono erose anno dopo anno».
Ci sono però fatti che rompono gli schemi. E costringono ad alzare lo sguardo. Annamaria Ghinassi, già docente di italiano al Briand, racconta che pochi mesi fa uno studente, Titouan, si è tolto la vita un sabato mattina. Lei è tornata in classe il martedì. «Alla fine dell’ora, ho chiesto ai ragazzi come stessero. “Professoressa, nessun professore ha parlato di questa cosa. Sono passati due giorni, veniamo a scuola da due giorni sapendo che il nostro compagno si è suicidato e nessun adulto ci ha detto: ragazzi, parlatene, noi siamo qui, se avete bisogno di parlare siamo qui”. Gli altri professori avevano continuato a fare lezione normalmente. Io credo che si debba rompere la routine. La routine è confortante, ma non è vero che va tutto bene se uno studente di prima liceo si impicca».
Il giudizio della docente è netto: «Dobbiamo cominciare ad ascoltarli tutti i giorni, secondo me, e dedicare tempo a questo. Siamo tutti un po’ schiacciati, docenti e studenti, da questa idea di dover essere perfetti. Ma alla fine ti senti male. E siccome non hai un luogo dove dirlo, né a scuola né fuori, rimane solo un posto dove urlare la frustrazione e il disagio: la strada».
I giovani non hanno un luogo dove dire chi sono, dove fare domande. E se manca un luogo, rimane solo la strada.
Anche le università in agitazione
Vale lo stesso per gli universitari francesi, che si sono accodati al movimento studentesco di queste ore. Martino Borello, docente all’università Paris 8. «Insegno in un'università che, a differenza di molte grandes écoles francesi, ha una lunga tradizione di accoglienza e di mixité sociale. Allo stesso tempo, lavoriamo in strutture inadeguate e condividiamo molti dei problemi che i liceali stanno portando alla luce. Tra i nostri studenti ci sono gruppi, spesso minoritari, molto impegnati nella difesa dei diritti studenteschi, mentre una larga parte è rassegnata. Le proteste di questi giorni, invece, mi sembrano ampiamente condivise, anche da chi di solito non si mobilita. In una recente riunione è emersa, da parte di molti colleghi, la volontà di aprire uno spazio di dialogo con gli studenti; ne stiamo definendo le modalità».
Nessuno dei quattro docenti giustifica la violenza, né la confonde con la protesta pacifica. Il liceo, Briand - neanche 24 ore dopo questa intervista - è stato messo a ferro e fuoco, ma il loro giudizio non cambia: non si possono liquidare i ragazzi solo come una generazione svogliata, confusa, dipendente dallo smartphone e incapace di impegnarsi. Gaudré lo dice così: «Ci sono certamente alcuni che sono più vicini ad ambienti violenti, ma sono la minoranza. La maggior parte dei miei allievi vuole solo poter studiare e avere più speranza per il futuro».
La protesta, intanto, è diventata inevitabilmente politica. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon si è schierata apertamente al loro fianco, denunciando gli scontri con la polizia; il Governo ha accusato a sua volta la sinistra radicale di voler sfruttare la rabbia dei giovani per fini di parte. Sul fronte opposto, il Rassemblement National di Marine Le Pen ha letto gli scontri soprattutto attraverso la questione dell’ordine e della sicurezza. Così, mentre i ragazzi chiedono risposte sulla scuola, la politica tende a riportare la protesta dentro lo schema consueto dello scontro tra partiti.
Gaudré però rifiuta l’idea che i giovani debbano essere tenuti lontani dalla politica solo perché qualcuno potrebbe strumentalizzarli. Anzi: «Con il loro marciare, in questo momento stanno facendo politica. Si stanno appropriando di questioni politiche che si pensava non fossero capaci di comprendere o che fossero troppo giovani per affrontare. Ci stanno dando una lezione».
La visita di Leone XIV
Un altro particolare lo aggiunge Martino Borello. Pochi giorni prima delle proteste, decine di migliaia di giovani francesi si erano ritrovati allo Stade de France per dialogare con papa Leone XIV, in un clima di festa. Due immagini apparentemente opposte, quella dello stadio e quella delle manifestazioni come le mostrano i media, che forse esprimono una stessa esigenza: essere ascoltati e trovare un posto nella società. Rispondendo alle loro domande, il Papa aveva detto: «Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà». E aveva indicato: «La fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù».
Borello torna a quella giornata e ne dà una lettura precisa «Per molti dei giovani presenti c’è stata la percezione che qualcuno dicesse loro, forse per la prima volta, che la loro vita era importante, che aveva valore. Avevano di fronte un uomo che li ha guardati e ascoltati, proprio come continuano a chiedere dalle strade e dalle piazze. E non solo: li ha chiamati “i santi di Francia”. Ha detto loro, cioè, che la loro vita ha un orizzonte grande, quasi epico, e che non sono soli in questo cammino. È una proposta chiara, con cui possono confrontarsi. E con cui anche noi adulti dobbiamo confrontarci». Nel suo intervento Leone XIV aveva legato il tema della libertà a quello della responsabilità: non basta evitare il male, aveva detto, bisogna «tendere al bene» e «combattere». Ma quel combattimento, aveva precisato, non è contro gli altri e non passa dalla violenza, dal disprezzo o dall’oppressione: «La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona».