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Mar 24 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    L'arcivescovo di Monaco: il Papa ci aiuterà a riconoscere le "povertà nascoste"

    Scalfendo la patina del glamour, ci si riscopre universalmente fragili. Non cullati dall’adagio ondeggiare di uno yacht né inebriati dalla musica di un ricevimento esclusivo — alcuni tra i canonici cliché attribuiti a chi frequenta il Principato di Monaco — ma mossi da rimbombanti interrogativi, “che colpiscono tanto più perché la vita sembra, almeno in apparenza, più facile”. Dentro ciò, tuttavia, non di rado si accumulano solitudini e inquietudini: ombre interiori che la venuta di un Pontefice può contribuire a illuminare, per farsi prossimi anche di chi vive povertà materiali. È una delle chiavi di lettura indicate dall’arcivescovo di Monaco, monsignor Dominique-Marie David, presentando ai media vaticani il viaggio apostolico che il Pontefice compirà il prossimo 28 marzo nel Principato, il secondo Stato più piccolo del mondo, dopo la Città del Vaticano.

    Eccellenza, un aspetto di Monaco che spesso viene poco sottolineato è la sua forte dimensione multiculturale. Cosa può dire la realtà del Principato alla Chiesa universale in occasione della visita di Papa Leone XIV?

    Una delle caratteristiche che più mi ha sorpreso quando sono arrivato come arcivescovo sei anni fa è che, all’interno di uno Stato così piccolo – appena due chilometri quadrati – convivano realtà estremamente diverse. A Monaco sono rappresentate quasi 150 nazionalità: in un certo senso, il grande mondo è presente in questo piccolo spazio. Spesso si ha un’immagine un po’ caricaturale del Principato, visto soltanto come una città del lusso. In realtà la sua ricchezza deriva dalla grande varietà di provenienze e anche da una certa mescolanza sociale. Molte persone, infatti, lavorano a Monaco senza necessariamente viverci. Tutto questo contribuisce alla ricchezza del nostro Paese e della Chiesa. Per questo credo che, anche per il Papa, visitare un Paese così piccolo possa avere un significato importante: in fondo egli si rivolge al mondo intero. La sua missione è portare il Vangelo, rafforzare la fede e diffondere un messaggio di pace e di dignità della persona umana. È probabile quindi che l’eco di una visita simile vada oltre i confini del nostro piccolo Stato.

    Monaco è spesso percepita come un simbolo di ricchezza. Quali forme di povertà rimangono invisibili? Esistono mancanze che sono economiche, ma relazionali, spirituali o culturali?

    Le povertà sono numerose e spesso molto profonde. Io stesso ne ho preso coscienza negli ultimi anni, anche grazie a chi mi ha aiutato a conoscere la realtà di Monaco al di là degli stereotipi e delle immagini diffuse dai media. Esistono anzitutto povertà materiali, talvolta molto nascoste e difficili da vedere. Intorno al Principato vivono molte persone che vi lavorano e contribuiscono alla vita del Paese, ma che talvolta si trovano in condizioni difficili, soprattutto per quanto riguarda l’abitazione o il costo della vita. Molte associazioni, anche all’interno della diocesi, sono attente a queste situazioni. Accanto a queste difficoltà materiali, però, esistono altre forme di povertà: la solitudine e la crisi di senso della vita. Quando si dispone di un certo benessere e non si hanno grandi preoccupazioni materiali, emergono altre domande: quale significato dare alla propria esistenza? Non è raro incontrare persone che soffrono di solitudine. Vediamo anche genitori disorientati di fronte all’educazione dei figli, separazioni e drammi familiari che colpiscono tanto più perché la vita sembra, almeno in apparenza, più facile. Per questo il nostro compito è restare attenti a queste povertà nascoste, prenderci cura gli uni degli altri e saper riconoscere situazioni di fragilità che, anche se non sempre visibili, sono reali e talvolta molto dolorose.

    In un contesto in cui il benessere sembra essere la norma, cambia il modo in cui la Chiesa riconosce e affronta la povertà?

    La solidarietà, fortunatamente, è molto presente. A Monaco operano realtà molto attive come Caritas Monaco, la Società di San Vincenzo de’ Paoli, la Legione di Maria e numerose associazioni ecclesiali o civili che si occupano di bambini in difficoltà, famiglie fragili, anziani e malati. Questa attenzione si riflette anche nell’azione della Chiesa. L’idea è quella di prenderci cura gli uni degli altri e di non limitarci a vivere in un Paese che offre una buona qualità della vita e una certa sicurezza. La nostra missione, qui a Monaco, è essere ancora più attenti alle persone e non perdere occasione per testimoniare il Vangelo a chi si trova nel bisogno.

    Le è capitato di notare episodi in cui chi possiede molto riceve spiritualmente da chi possiede poco?

    Quando la Chiesa parla – nelle parrocchie, nei movimenti o attraverso il vescovo – non sceglie il proprio pubblico. In alcuni momenti importanti della vita del Paese abbiamo anche la possibilità di rivolgerci a tutti. È difficile misurare i frutti di una parola, di una predicazione o di una testimonianza. Bisognerebbe chiederlo a chi ascolta. Tuttavia, non è raro ricevere riscontri che mostrano come certi messaggi, con il tempo, riescano a raggiungere il cuore delle persone. Questo è il nostro obiettivo: non restare in superficie, ma toccare la persona nel profondo. Al di là dei diversi ruoli e responsabilità che ciascuno può avere a Monaco, l’essenziale è che la persona sia interpellata interiormente e che il cuore si apra a una parola capace di risvegliare, convertire e orientare la vita verso gli altri. Non possiamo sempre vedere subito i risultati, ma sappiamo che molti ascoltano e che, a poco a poco, può aprirsi un cammino. Lo constatiamo anche dal numero crescente di persone che chiedono il Battesimo o desiderano riallacciare il rapporto con la Chiesa.

    Le capita mai di dire alle persone cose che non si aspettano di sentire da un vescovo?

    Qui, come è noto, la religione cattolica è religione di Stato. Molti si aspettano quindi che il vescovo e la Chiesa parlino soprattutto dell’esperienza spirituale e dell’accoglienza della fede. Tuttavia, soprattutto in occasione della festa nazionale o di altri eventi importanti, cerco anche di ricordare che la fede cattolica non è soltanto un’identità culturale o un patrimonio storico. È anche una responsabilità che incide sul nostro modo di vivere, sulle nostre scelte e sul nostro discernimento. Per alcuni può essere una prospettiva nuova: non basta dirsi cattolici, né essere fieri di esserlo. Occorre anche coglierne le conseguenze nel modo in cui guardiamo il mondo, gli altri – soprattutto i più poveri – e nella coerenza della nostra vita. Se qualcuno rimane sorpreso, probabilmente è proprio per questo: la fede comporta delle conseguenze e chiede una vera coerenza di vita, come ci propone il Vangelo.

    Se dovesse riassumere la missione della Chiesa a Monaco con una sola immagine evangelica, quale sceglierebbe?

    Penso a due immagini evangeliche. La prima è quella della pecorella smarrita: mobilitare tutte le nostre energie – sacerdoti, laici, parrocchie e movimenti – perché la Buona Notizia raggiunga anche chi sembra più lontano o improbabile. La seconda è l’episodio di Zaccheo. Gesù sceglie di entrare nella casa di una persona che non godeva di grande reputazione, anche se ricca e socialmente importante. Lo fa semplicemente per fargli scoprire la bellezza e la gioia del Vangelo. Attraverso la vicinanza e l’amicizia, gli rivela che il Regno di Dio è già presente e sta entrando nella sua vita e nel suo cuore. Credo dunque che la venuta del Papa sarà una grande grazia.

    fonte: vaticannews

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