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Magnifica humanitas: "Enciclica imponente in difesa della dignità umana"

di Cristina Uguccioni

In ogni epoca – di fronte ai passaggi difficili della storia e alle molteplici forme in cui si manifesta il male – l’uomo è portato a interrogare ansiosamente (come nel Libro di Isaia) la sentinella domandando: «quanto resta della notte?». C’è però anche un modo diverso di porsi. Gesù lo insegna: lavorate – dice – «finché è giorno». È il giorno il momento in cui essere vigili e operosi. Questi sono per noi i giorni in cui lavorare. Papa Leone XIV lo fa, anche con l’enciclica “Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Di questo lavoro analitico e sapiente – che non è semplicemente un’istruzione sull’intelligenza artificiale – dialoga con catt.ch don Luca Peyron, coordinatore del Servizio per l’Apostolato digitale dell’Arcidiocesi di Torino, docente, presso vari atenei, di Teologia della trasformazione digitale e membro dell’Italian Institute of Artificial Intelligence AI4I.

Anzitutto, da quale aspetto dell’enciclica è rimasto maggiormente colpito?

«Dal legame profondo tra la dimensione spirituale e teologica e quella pratica tecno-scientifica. Spesso la Dottrina Sociale della Chiesa è interpretata come slegata dalla dimensione credente, una sponda morale che può fare a meno del Vangelo. Leone fa una sintesi ove gli elementi si bilanciano e rilanciano a vicenda».

Qual è la critica più incisiva mossa dal Papa al paradigma tecnocratico e al potere dell’intelligenza artificiale (IA), che lui considera essere «non moralmente neutra»?

«Direi che non è tanto il Papa che la considera moralmente non neutra, è l’IA, generativa soprattutto, ad essere oggettivamente “moralmente non neutra” perché condizionata da molte e fondamentali scelte by
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(ossia già nella fase di ideazione e costruzione), a partire dai dati utilizzati e dai modelli di addestramento. Ogni tecnologia è una forma di potere e di ordine: questa tecnologia, per la sua pervasività e per la grande quantità di mezzi necessari alla sua costruzione e mantenimento, lo è in modo esponenziale. La critica che il Santo Padre fa riguarda sia la concentrazione di potere, che travalica anche le usuali norme che presidiano questo aspetto (monopoli, brevetti), sia il fatto che tale potere è a servizio o solamente della leva economica o, peggio, del potere di influenza geopolitica e geostrategica. Oggi l’IA è spesso un asset militare e un sistema di controllo globale, di formazione delle coscienze e del consenso, che mina alla radice qualunque sistema democratico».

Può descrivere l’immagine di persona umana che ci restituisce l’enciclica?

«Innanzitutto ci restituisce il fatto che la persona umana sia una e non l’esito di una contrattazione culturale o ideologica. Leone ha il coraggio di affermare che esiste la verità e che esiste la verità sull’essere umano. Una attenzione che già ebbe Benedetto XVI in modo tenace, convinto. Negare tale verità porta, oggi, alla destrutturazione sistematica dell’umano e ai processi di disumanizzazione in corso. Quando tutti paventano la resa cognitiva o si segnalano i casi di dipendenza dalla macchina si evidenza che il biologico non è una opinione. Ciò che l’enciclica dice è quanto la Chiesa da sempre insegna: il fatto che la persona umana è persona, cioè relazione, e possiede una dignità che nasce dall’esserci senza altre condizioni, e il fatto che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, senza distinguo. La vera libertà nasce nel bene comune, ove l’individuo fiorisce in un giardino che è l’umanità tutta».

Pensare che oggi «i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla», è – afferma Leone XIV – «una forma elegante di resa. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà. Eppure, nessuno è senza responsabilità». In questo senso, cosa insegna l’immagine biblica di Neemia, scelta dal Papa come figura-guida dell’intera enciclica?  

«L’enciclica usa due immagini bibliche: quella di Babele, per stigmatizzare una postura esistenziale personale – e poi politica ed organizzativa – che genera frattura, e quella di Neemia, appunto. Quest’ultimo, come ricorda il Papa, trovando Gerusalemme distrutta, prima di agire, digiuna, prega; poi convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire. Il racconto mostra come la città rinasca attraverso la responsabilità condivisa di tutti. L’immagine potente disegna un percorso personale e comunitario: agire dopo aver trovato in se stessi, con Dio, le motivazioni dell’agire, che non sono solo pragmatiche, utilitaristiche, ma animate, ossia mosse da un’anima e da un animo. Quanto oggi tutti possiamo fare è avere un approccio con la macchina adulto e responsabile che asserva la macchina e non ci renda servi di essa, mostri a chi è più piccolo questa strada ed insieme ai cittadini crei una cultura fondata sulla verità dell’umano, un approccio che pretenda da chi ha il potere di disegnare macchine che abbiano l’umano come scopo e non lo riducano mai a mezzo. Il Papa non cita – lo faccio io – la costituzione americana: essa ci aiuta a comprendere tutto questo con il suo iconico incipit: we the people, noi il popolo. Quello che la Chiesa chiama bene comune».

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