di Cristina Uguccioni
Il 18 ottobre si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, istituita cento anni fa da papa Pio XI. In questa occasione riflette sul significato e il senso della missione il cardinale Giorgio Marengo, torinese, 52 anni, missionario della Consolata: dal 2003 vive in Mongolia, vastissimo Paese dove la Chiesa cattolica è presente solo dal 1992 e i cattolici sono 1710.
Come è cambiato il concetto di missione ad gentes nell’ultimo secolo?
«Ai nostri giorni circola un leitmotiv semplificatorio in tema di missione ad gentes: si dice che, in fondo, nel mondo di oggi non serve più partire e andare lontano, che siamo tutti connessi, che la terra di missione è qui dove abitiamo, che la figura tradizionale del missionario è di fatto superata perché dobbiamo tutti essere missionari. Certo, il concetto di missione ad gentes in parte è mutato, ma in parte non lo è. È mutato perché nell’arco dell’ultimo secolo vi sono stati cambiamenti socio-politici enormi: nel Novecento abbiamo avuto due guerre mondiali, la conquista dell’indipendenza da parte di numerose nazioni, le grandi ideologie, il fenomeno migratorio che ha portato a ridefinire concetti quali frontiera ed estero».
Accanto a questi cambiamenti vi sono quelli interni alla Chiesa.
«Sì: penso allo slancio missionario tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, cui ha fatto seguito l’epoca post-conciliare che ha visto gli istituti missionari soffrire per i contraccolpi di vari mutamenti sociali. Inoltre, a partire dal Novecento, la Chiesa ha prodotto documenti che hanno approfondito il tema della missione: dal decreto conciliare “Ad gentes”, una pietra miliare, all’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” di Paolo VI, dall’enciclica “Redemptoris Missio” e dalla lettera apostolica “Novo millennio ineunte” di Giovanni Paolo II alla dichiarazione “Dominus Iesus” e all’enciclica “Evangelii gaudium” di Francesco».
Come ci istruiscono questi documenti circa il tema della missione ad gentes?
«Essi mostrano che la comprensione della missione ad gentes da parte della Chiesa si è approfondita e si è purificata da alcuni elementi fuorvianti ed errati, come la prossimità che in alcuni contesti la missione ad gentes ha avuto con il colonialismo. Un cambiamento quindi è avvenuto, ma non è mai stato messo in discussione il senso e il valore della missione ad gentes. Essa continua ad avere senso e si definisce con sempre maggior precisione».
Come la si può dunque descrivere?
«In questo modo: esistono ancora oggi popoli e gruppi umani che vivono in contesti nei quali la presenza visibile della Chiesa è minima, rarefatta, e non è sufficientemente radicata. In quei contesti la possibilità reale che le persone incontrino Cristo nella loro vita, che, mossi dallo Spirito santo, si decidano per Lui e abbraccino la vita cristiana, è anch’essa minima e rarefatta, perché lì non ci sono testimoni del Risorto. È in quei contesti, e nel mondo ce ne sono ancora, che la missione ad gentes continua ad avere valore e senso. L’incontro con Cristo può avvenire nei modi più diversi, per lo più a noi sconosciuti; ma solitamente ha bisogno di mediazioni umane, persone concrete che diano carne alle parole di Gesù e invitino al banchetto del Regno. C’è chi pensa che il criterio geografico non sia l’unico da usare per definire la missione ad gentes: sono d’accordo, però ritengo che esso non sia scomparso. Esiste una differenza significativa tra una Chiesa locale radicata, con tutte le sue varie compagini presenti e visibili, e una Chiesa locale che manca o è carente di tutto ciò, come accade in intere regioni del pianeta. In quest’ultimo caso c’è bisogno di persone che facciano le valigie e partano. La missione ad gentes è una dimensione specifica e insostituibile della missionarietà. Ed è una vocazione specifica».
Accompagnando uomini, donne, bambini che si volgono al Signore provenendo da esperienze lontane dal cristianesimo, si ha la grazia di vedere lo Spirito Santo all’opera. Per assecondare l’azione dello Spirito quali gesti e quale stile sono irrinunciabili per un missionario?
«I missionari devono essere uomini e donne di Dio. La disposizione primaria a loro richiesta è quella di essere in sintonia con lo Spirito Santo: esiste una dimensione contemplativa della missione che è irrinunciabile. Bisogna mettersi con umiltà davanti al mistero di Dio presente nell’Eucaristia, mettersi in ascolto della Sua Parola e della voce dello Spirito. Nonostante i limiti personali, quando c’è questa disposizione all’ascolto vi è anche una più precisa intuizione di ciò che in ogni situazione è bene fare: in questo senso, i missionari fanno del discernimento il loro stile. Inoltre hanno realmente a cuore le persone cui sono stati inviati e quindi sono disposti a conoscere la loro storia, la loro cultura, ciò che per loro è importante. Dunque sono disposti a studiare molto: l’approfondimento è indispensabile».
Come lei ricordava, oggi viene ripetuto che «ogni battezzato è chiamato a essere missionario»: a suo giudizio questa affermazione sta correndo il rischio di ridursi a uno slogan? Inoltre: un fedele potrebbe domandarsi cosa debba fare concretamente nella vita quotidiana per essere missionario. Gli si può rispondere affermando che è questione di avere fede?
«Che la missionarietà sia intrinseca alla vocazione battesimale è un dato importante, da non trascurare. Dopo di che, il rischio che l’affermazione si riduca a uno slogan è reale. Come è reale il rischio di pensare che l’essere missionario sia qualcosa di separato dall’aver fede, qualcosa che si deve aggiungere. Non è così. Cito spesso il paragrafo 11 della “Redemptoris missio”: «La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi». Nella vita quotidiana ciò significa che se un fedele vuole scoprire la propria missionarietà deve approfondire sempre più la sua fede, il suo rapporto con Cristo, costruendo il dialogo orante con Lui. Più vivrà intensamente la sua storia con Cristo più sarà portato in modo naturale ad annunciarLo nel proprio contesto professionale e familiare. E così, in modo naturale, arriverà anche a interessarsi di tutti questi contesti nei quali l’incontro con Cristo e la vita ecclesiale non sono ancora possibili e nei quali operano missionari con la vocazione della missione ad gentes».