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San Giovanni Rotondo: Casa Sollievo della Sofferenza compie 70 anni

di Laura Quadri

È di questi giorni la notizia che Papa Leone XIV ha istituito una Commissione di indirizzo e vigilanza sulla Fondazione «Casa Sollievo della Sofferenza» – storico polo sanitario nato nel 1956 a San Giovanni Rotondo su intuizione di San Pio da Pietrelcina (1887-1968) – con il mandato di individuare le soluzioni migliori per rafforzarne l’efficienza, a fronte soprattutto di un importante deficit. Nonostante le difficoltà, lo scorso 5 maggio la Casa ha potuto ricordare i suoi primi 70 anni di vita, un lungo percorso compiuto anche grazie al sostegno, nel tempo, dei Gruppi di preghiera nel mondo –  quasi 2’800 di cui 10 in Ticino – sorti proprio negli stessi anni per sostenerne l’opera (vedi articolo sotto). Alla loro vocazione – pregare per l’Ospedale e chi vi lavora e transita  – si unisce la competenza di chi ogni giorno accoglie malati e sofferenti alla Casa: il personale medico-sanitario. Troviamo tra di esso Ornella Parolini: ordinaria di Biologia cellulare e applicata all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, è anche Direttrice Scientifica dell’omonima Fondazione.

 Una Casa che accoglie

 «Lavorare in ospedale – ci racconta – significa confrontarsi ogni giorno con la fragilità umana e con il desiderio concreto di dare sollievo a chi soffre. Lo si fa accanto al letto del malato, ma lo si fa anche nel silenzio di un laboratorio, davanti a un microscopio, attraverso il lavoro della ricerca. Ed è proprio questo che rende speciale Casa Sollievo della Sofferenza: la consapevolezza che anche la scienza, quando è autenticamente al servizio della persona, può diventare una forma profonda di cura e di responsabilità verso gli altri».

 L’eredità di padre Pio

 Un’attenzione alla cura che nasce dall’intuizione e dal volere stesso di Padre Pio: «In un territorio allora povero e privo di adeguate strutture sanitarie, Padre Pio immaginò un ospedale che fosse non soltanto un luogo di cura, ma una vera “casa” per chi soffre, in cui il malato fosse accolto con dignità, rispetto e attenzione integrale alla persona. Ed è interessante come anche oggi i pazienti sentano, entrando in questo ospedale, la dimensione della casa che accoglie». Una spiritualità abbracciata da tutto il personale: «Attualmente la medicina utilizza strumenti avanzatissimi, dalla genetica all’intelligenza artificiale, per costruire cure sempre più precise e mirate. Ma il principio di fondo resta lo stesso: non esiste “la malattia”, esiste la persona malata, con la sua storia, la sua fragilità, il suo contesto umano e spirituale». Un passaggio fondamentale, prosegue la prof.ssa, è stato il riconoscimento come Istituto di Ricovero e Cura a carattere scientifico (IRCCS)  nel 1991, che ha sancito ufficialmente la vocazione dell’Ospedale alla ricerca scientifica e alla medicina altamente specialistica. Le aree su cui l’Ospedale è riconosciuto dal Ministero della Salute italiano, per la sua ricerca innovativa, sono Oncologia, Neuroscienze e Diagnostica: «Prima ancora di essere il Direttore Scientifico di questo ospedale, sono una biologa e una ricercatrice. Naturalmente il mio lavoro si fonda sul rigore scientifico, sul metodo, sullo studio e sulla responsabilità professionale. Ma credo anche che il desiderio autentico della ricerca – il bisogno di interrogarsi, di andare oltre ciò che già conosciamo, di cercare instancabilmente nuove risposte – abbia una profonda sintonia con il cammino interiore della fede», ci confida.

 Il sostegno nella preghiera

 Il pensiero va al sostegno ricevuto dai Gruppi di preghiera, anche in Ticino e anche in questo momento di difficoltà per l’ospedale, che richiede di prendere scelte coraggiose, fedeli all’intuizione originaria:  «Nel mio ruolo di biologa e di Direttore Scientifico non vivo il rapporto clinico diretto con i pazienti come accade ai medici nei reparti. Tuttavia, incontro ogni giorno le persone nei corridoi dell’Ospedale, ne osservo i volti, gli sguardi, le attese. Tutti coloro che lavorano a Casa Sollievo della Sofferenza – medici, infermieri, ricercatori, personale tecnico e amministrativo – percepiscono la preghiera dei Gruppi di preghiera di Padre Pio come una presenza discreta ma molto concreta, che sentiamo con grande gratitudine. Chi opera nella sanità conosce bene il peso delle responsabilità, la fatica emotiva, il confronto quotidiano con la sofferenza e, talvolta, anche con i limiti della medicina. Sapere che nel mondo esistono tante persone che pregano per i malati, per i medici, per i ricercatori e per tutto il personale sanitario crea una rete invisibile ma profondamente reale di vicinanza umana e spirituale. Credo che la preghiera non sostituisca la medicina, né il rigore scientifico, ma possa accompagnarli. Può sostenere le persone nel momento della fragilità e aiutare tutti noi, ai diversi livelli, a non perdere il senso profondo del nostro lavoro. Mi piace pensare che questa preghiera sia rivolta anche a noi professionisti, perché continuiamo a interrogarci sul significato ultimo di ciò che facciamo: nel laboratorio di ricerca, accanto al letto del paziente, oppure nei luoghi dove vengono prese decisioni organizzative ed economiche per l’ospedale».

 Così, infine, è nuovamente l’eredità di padre Pio che risuona ancora oggi: «La malattia resta sempre un’esperienza difficile e dolorosa, che nessuno sceglierebbe. Tuttavia, molte persone raccontano che proprio attraverso la fragilità hanno riscoperto relazioni autentiche, priorità dimenticate, profondità interiore e, talvolta, anche la fede. Ed è forse questa la più grande eredità che Padre Pio continua a lasciarci: ricordarci che la medicina, pur nella sua straordinaria evoluzione scientifica, resta prima di tutto un incontro tra persone. E spero che questa eredità non tramonti mai».

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