Dal Sudest asiatico, con tappa in Oceania, al cuore dell’Europa. Tredici giorni dopo il suo rientro dalla visita in Estremo Oriente, Francesco sta facendo rotta verso il Lussemburgo e il Belgio per il 46.mo viaggio estero del suo pontificato. L’A321 della compagnia ITA Airways con a bordo il seguito papale e 64 giornalisti è decollato alle 8.29, l’atterraggio all’aeroporto Internazionale di Lussemburgo-Findel è avvenuto pochi minuti prima delle 10.
Anche questa mattina, informa la Sala Stampa vaticana, Francesco prima di imbarcarsi ha voluto, come ormai da lunga consuetudine, incontrare a Casa Santa Marta un gruppo di circa dieci persone senza dimora, “donne e uomini – si legge nel post su Telegram - che la notte trovano riparo sotto il colonnato di Piazza San Pietro o nelle vie intorno”, accompagnate dal cardinale elemosiniere Konrad Krajewski.
Al suo arrivo in Lussemburgo, il Papa avrà nella mattinata gli incontri istituzionali con il granduca, il premier e le autorità civili e diplomatiche, mentre nel pomeriggio sarà nella cattedrale di Notre Dame per rivolgersi alla comunità cattolica locale. Poco dopo le 18 la partenza e l’arrivo in Belgio, dove Francesco si tratterrà fino a domenica.
Il sorriso è lo stesso di due settimane fa, quando stava per intraprendere il lungo viaggio verso l'Indonesia. «Vi ringrazio tanto di questa compagnia vostra. Grazie per il vostro servizio sono a vostra disposizione. Grazie tante», dice Francesco ai circa 60 giornalisti presenti nel volo Ita Airways verso il Lussemburgo, meta, insieme al Belgio, del 46.mo viaggio apostolico.
Il tragitto è più breve e meno impegnativo rispetto alla precedente trasferta; ma l'entusiasmo sembra essere lo stesso. Dato dall'"uscire" e incrociare nuove realtà, nuovi volti, nuove storie.
Meno di mezz'ora dopo il decollo dell'AirBus320neo, alle 8.29, dall'aeroporto di Roma-Fiumicino, il Papa ha voluto salutare personalmente quelli che spesso ha definito i suoi «compagni di viaggio». I tempi stretti del volo non hanno consentito al Papa di compiere il tradizionale giro di saluti, quello in cui si muoveva lui stesso tra i sedili di cronisti, cameraman e fotografi per stringere le mani, ascoltare qualche battuta o frase sussurrata all'orecchio. «Scusate, non me la sento di compiere il "viaggio"...», ha scherzato Francesco in riferimento al lungo corridoio del velivolo. «Grazie», ha ripetuto ancora una volta.
Tanti, come sempre, i regali che i giornalisti avevano preparato per il Papa. Li ha raccolti uno a uno il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, e li ha consegnati a Francesco. Uno, in particolare, spicca per le drammatiche storie che vi si celano dietro, intrecciate ad uno dei temi cari al Pontefice: le migrazioni. È quello della giornalista spagnola Eva Fernández, corrispondente di Radio Cope, che ha fatto recapitare a Francesco una borsa in stoffa senegalese. L'hanno realizzata i ragazzi della Fondazione Buen Samaritano, iniziativa della Parrocchia Santa María de Añaza, in quelle isole Canarie divenute una "nuova Lampedusa" per il continuo flusso di sbarchi di migranti e rifugiati e le mille difficoltà per accoglierli tutti. Le stesse Canarie che Francesco ha detto più di una volta - anche durante la conferenza stampa di ritorno da Singapore - di voler visitare prima o poi.
L'eco di questo desiderio del Pontefice è arrivato fino agli stessi migranti sistemati alle Canarie che hanno voluto, tramite Eva Fernández, inviare delle lettere al Papa per raccontargli l'odissea vissuta o, forse, è meglio dire subita, per arrivare alle porte dell'Europa. Le missive sono tutte infilate nella borsa senegalese, dove c'è pure un'immagine del governo delle Canarie realizzata da un artista locale, insieme a una lettera del presidente Fernando Clavijo che ringrazia il Papa per la sua preoccupazione per la situazione nell'arcipelago. Nella borsa è presente anche un misbaha, il piccolo rosario islamico di sfere colorate. È il regalo che un immigrato ha consegnato a un sacerdote che lo ha aiutato nello sbarco.
Ora è nelle mani del Papa, come lo sono pure le lettere scritte a mano da Michel, Ousseynou, Bright, Ousmane, Abibo. Tutti migranti fuggiti dalla povertà e dalle tragedie dell'Africa. Tutte storie di abbandono - della casa, della famiglia, della propria terra - ma anche, in qualche modo, di ripartenza e rinascita.
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