L'esperto vaticanista Michael Feth ritiene che la diplomazia vaticana abbia cambiato orientamento sotto il pontificato di Leone XIV. In particolare, la posizione del Vaticano sulla guerra in Ucraina e sulla situazione in Terra Santa è diventata più chiara.
Al termine della missione a Mosca dell'arcivescovo Gallagher a Mosca del 25 agosto, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, i media vaticani tracciano un bilancio della missione diplomatica conclusa. Qui il resoconto.
Valutare un potenziale intermediario?
C’è in atto un «riscaldamento» tra Vaticano e Mosca? Quest'ultima starebbe considerando la proposta di lunga data della Santa Sede di ospitare colloqui con l'Ucraina? Le recenti dichiarazioni dello stesso Sergei Lavrov permettono di dubitarne. Nel maggio 2025 aveva dichiarato che sarebbe stato «irrealistico» che il Vaticano ospitasse negoziati di pace, come proposto da papa Leone XIV, appena salito al Soglio di Pietro.
Il 22 agosto 2026 il ministro degli Esteri ha sostenuto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i suoi alleati venivano «usati come armi e incitati a opporsi alla Russia». Ha respinto, di conseguenza, l'idea di avviare negoziati con un qualsiasi governo occidentale.
L'attesa di una decisione clamorosa da parte di Mosca su questo fronte non è quindi all'ordine del giorno. Secondo il giornale americano The Pillar le autorità russe cercherebbero meno di ascoltare l'appello della Santa Sede contro la guerra che di far valere i propri argomenti presso un attore dotato di una certa influenza internazionale. In altre parole, Mosca sembra considerare monsignor Gallagher meno come un avversario da convincere che come un potenziale intermediario da valutare.
Evitare l'isolamento
Sergei Lavrov ha effettivamente dichiarato a EWTN News a inizio agosto che la visita sarebbe stata «l'occasione per i nostri alti responsabili di esporre direttamente la nostra posizione su numerose questioni».
Il Vaticano resta infatti uno dei rari interlocutori occidentali con cui Mosca mantiene un dialogo relativamente aperto. Ciò offre alla Russia l'opportunità di dimostrare di non essere completamente isolata e di poter ancora dialogare con capitali e istituzioni occidentali.
Mentre i rapporti tra Francesco e il presidente ucraino erano stati altalenanti, con Leone XIV l'intesa sembra funzionare meglio
Il Vaticano ha già svolto un ruolo nelle questioni umanitarie legate alla guerra, in particolare riguardo ai prigionieri e ai bambini ucraini trasferiti in Russia. Il colloquio con monsignor Gallagher potrebbe quindi permettere a Mosca di verificare cosa la Santa Sede possa facilitare o ottenere in cambio.
Il Vaticano come «potenza di pace»
Comunque sia, la visita del prelato britannico può essere considerata un successo certo per la diplomazia pontificia, un progresso auspicato da oltre un anno. Michael Feth, esperto vaticanista, ritiene che «Leone XIV desidera riprendere l'iniziativa in questo campo, non fosse altro che per rispondere alla pretesa della Santa Sede di essere una potenza di pace mondiale». «Bisogna sapere che il Vaticano non è praticamente per nulla rappresentato nel più grande conflitto armato che l'Europa abbia conosciuto dalla fine della Seconda guerra mondiale», osserva il giornalista in un'intervista al media cattolico tedesco Domradio (24 agosto 2026).
Secondo Michael Feth, dall'inizio della guerra nel febbraio 2022 la Santa Sede si era piuttosto allontanata dalla possibilità di svolgere un ruolo importante nella risoluzione del conflitto, in particolare a causa di una valutazione errata della situazione da parte di papa Francesco. Quest'ultimo pensava di poter influire su Vladimir Putin tramite il patriarca di Mosca, Kirill I, con cui intratteneva rapporti piuttosto buoni. «Ma lui (papa Francesco) ha a lungo rifiutato di ammettere che il patriarca di Mosca, con il suo passato nel KGB […] non era altro che una marionetta nelle mani del regime di Putin. Tutto questo non ha portato a nulla.»
Un secondo grande errore sarebbe stato il rifiuto di Jorge Bergoglio di recarsi a Kiev senza essere invitato anche a Mosca, un passo per il quale il Cremlino non avrebbe avuto alcun interesse. «È così che, purtroppo, negli ultimi anni del pontificato di Francesco, il Vaticano si è messo da solo fuori gioco nella guerra in Ucraina», conclude Michael Feth.
«L'equidistanza morale» di Francesco
Il papa argentino ha faticato a esprimere una parola chiara sulla guerra. «Francesco aveva ovviamente anche una certa affinità per la cultura russa, osserva Michael Feth. Faticava a credere che la Russia non fosse realmente interessata alla pace, e che il regime di Putin fosse in realtà un regime aggressore e imperialista, animato da una volontà di conquista. Per questo ha a lungo esitato a qualificare la Federazione Russa come aggressore […] nonostante tutto l'aiuto umanitario portato all'Ucraina, si aveva la sensazione che mantenesse una certa equidistanza morale tra Mosca e Kiev.»
Un cambio di governo in Israele sarebbe certamente molto ben accolto in Vaticano
Il giornalista tedesco ritiene quindi che, sotto Leone XIV, «il tono sia cambiato». «Si osserva ora una linea più chiara – non fosse che sul piano verbale – in questo conflitto. Viene fatta una distinzione precisa tra l'aggressore e la vittima, ed è espressa senza ambiguità.» Mentre i rapporti tra Francesco e il presidente ucraino erano stati altalenanti, con l'americano l'intesa sembra funzionare meglio. Si sono infatti già incontrati due volte in poco più di un anno, in un'atmosfera decisamente cordiale.
«Tono inasprito» contro il governo Netanyahu
Oltre all'Ucraina, Leone XIV si mostra anche molto attento al Vicino e Medio Oriente, in particolare ai cristiani che vi abitano. «Si tratta di dimostrare che la presenza cristiana in Medio Oriente deve, in un modo o nell'altro, essere preservata, sottolinea Michael Feth. Se anche il Libano dovesse crollare, sarebbe tutta la storia cristiana del Medio Oriente, e anche della Terra Santa, a crollare definitivamente.»
In questo contesto, il Vaticano non ha realmente altri mezzi che far sentire la propria voce e, grazie alla sua autorità morale, vigilare affinché la sorte delle comunità cristiane arabe non venga dimenticata. L'intensificarsi degli attacchi contro i cristiani in Terra Santa spinge Roma a uscire dalla sua abituale moderazione. «La Santa Sede si è mostrata dapprima più riservata a riguardo, ma ha anch'essa inasprito il tono nei confronti del governo Netanyahu, dominato dalla destra nazionalista e religiosa.» Michael Feth pensa quindi che il Vaticano seguirà molto da vicino le elezioni di ottobre 2026 in Israele. «E un cambio di governo sarebbe certamente molto ben accolto in Vaticano», ritiene.
fonte: cath.ch/domradio/ag/arch/rz/trad. e adattamento catt.ch