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"Working poor": i volti e le situazioni dietro alle statistiche

di Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino

Partiamo da un’evidenza: sono molte le persone che incontriamo quotidianamente sia nelle nostre Misure di inserimento socio-professionale che attraverso l’attività del nostro Servizio sociale, diciamo complessivamente circa 2’000 persone all’anno. Molte di queste lamentano una storia di lavori con una bassa retribuzione, laddove, per esempio, non ci sono CCL (Contratto Collettivo di Lavoro) efficaci e come Caritas Ticino oltre a accompagnarle nei loro percorsi, proviamo a riconnetterle ad un tessuto comunitario possibile.

Non sempre queste persone rientrano automaticamente nella definizione di working poor per come viene intesa. Il tema che spesso accompagna queste esperienze è la frammentazione delle attività lavorativa. Siamo di fronte a persone che compongono il loro reddito personale e famigliare sommando tempi di lavoro con datori di lavoro diversi, avendo contratti a tempo determinato, ad ore o su chiamata. Ma molti sono coloro che pur avendo un unico datore di lavoro, hanno un salario che non gli consente di coprire le spese. Spese che crescono in modo non proporzionale alla crescita dei salari e incidono in modo sempre maggiore sui budget familiari. Tra queste spese sappiamo bene come l’incremento dei costi delle casse malati (non inclusa nel calcolo dell’inflazione), abbia raggiunto livelli insostenibili o la crescita costante degli affitti nelle città, che ha come conseguenza lo spostamento di chi ha meno possibilità verso l’esterno o verso l’alto, con l’emergere di altri costi indiretti legati alla logistica o alla diminuzione di servizi.

Siamo di fronte ad una destrutturazione del mercato del lavoro che sta modificando in modo radicale un’idea di impiego per come l’abbiamo ereditata dai decenni precedenti.

Dietro alle statistiche

Le statistiche ci ricordano che sotto questo cappello ritroviamo una parte significativa di lavoratori fino a quasi il 9% della forza lavoro, persone e famiglie che però non sono numeri e percentuali, ma volti che incontriamo quotidianamente, nei servizi, ma anche incrociandole per strade o nei luoghi di aggregazione. Nel comunicato stampa di Caritas Svizzera, reso pubblico nelle scorse settimane, viene indicato un triplice percorso: lavorare sui salari minimi e sui CCL, lavorare sulle leve fiscali (proposta interessante per riequilibrare in modo proporzionale il prelievo fiscale) e in ultimo lavorare sui sussidi per poter sostenere i redditi più deboli. Almeno in questa direzione il Ticino comunque contempla alcuni sussidi complementari che in altri cantoni non sono presenti.

Dobbiamo poter affermare un primo principio che credo metta tutti d’accordo (in teoria), ma che non si traduce sempre nella prassi: il lavoro dovrebbe garantire un reddito adeguato. Il 7 ottobre si è celebrata la giornata mondiale per il lavoro dignitoso, che garantisca un reddito equo, diritti, protezione sociale e che sostenga una crescita economica stabile. Dignità. Questa spesso viene negata. Affermare questo principio significa per esempio non arretrare sull’idea che i CCL in tutti i cantoni e per tutte le professionalità. Così come la difesa dei salari minimi che non è semplicemente una questione sindacale, ma di profonda giustizia sociale.

Dobbiamo poter affermare un secondo principio con molta chiarezza ossia il diritto all'aiuto in situazioni di bisogno, così come viene sancito in modo vincolante dall'articolo 12 della Costituzione Federale della Confederazione Svizzera, ma che purtroppo non trova attualmente nei dispositivi normativi specifici gli strumenti adeguati, perché la lettura del reale presenta oggi una fluidità e complessità tale per cui i dispositivi del welfare state non rispondono più pienamente alla situazione per come si presenta, lasciando maglie sempre più evidenti di un disagio che cresce in modo silente, ma che esiste e si percepisce.

È il modello economico che va cambiato

Ma credo che con altrettanta determinazione si debba poter affermare un altro principio: se questa partita la risolviamo unicamente lavorando su questi aspetti, che ribadisco devono poter essere tematizzati con energia, il rischio è che si riduca tutto ad un fatto meramente economico.

Il punto che poco viene sottolineato, a mio giudizio, è il modello economico attuale. Si dirà che questo discorso è puramente teorico e vagamente ideologico. Credo invece che il nodo sia esattamente lì. Qualche settimana fa, in piena stagione agricola, ho trovato in un supermercato i peperoni dalla Polonia. Qualcuno li acquisterà, per il prezzo (forse), o per superficialità, o per la loro bellezza estetica (ci mancherebbe che arrivando da lontano fossero pure brutti da vedere). Ma i Kg acquistati così sono tolti alle nostre aziende che per avere competitività e non potendo abbattere i costi di struttura più elevati probabilmente opereranno abbassando i salari. Questo è un piccolo esempio dal quale è possibile ricavare un modello dove siamo tutti (chi più e chi meno) un po’ vittime e un po’ carnefici. Se non intacchiamo in modo strutturato l’ipotesi di un modello economico consumistico finalizzato alla proprietà di beni assolutamente oggi non più durevoli, che poi diventano rifiuti che riempiono i nostri ecocentri (e purtroppo non solo) generando costi sociali e ambientali, non ne usciremo. Continueremo ad inseguire una parità di potere di acquisto per le famiglie che debba sostenere un modello economico folle che in qualche modo tutti percepiamo come tale, ma che non siamo capaci di contrastare perché “tanto è inutile”, perché assistiamo a qualcosa di più grande di noi che ci paralizza e anestetizza le nostre coscienze che Mark Fisher definisce impotenza riflessiva.

Il lavoro è dignità, ma anche il modello di consumo dovrebbe richiamarla. In un incontro con gruppo di studenti di un liceo ticinese, emergeva come l’acquisto su portali diciamo di “primo prezzo” sia fatto in modo quasi nascosto perché è di evidenza come sia poco etico, viste le ricadute di sostenibilità e di giustizia sociale, ma comunque esiste, anzi viene massicciamente esercitato. Come se questo gesto fosse lontano, lontanissimo dalle ricadute sulla nostra realtà sociale e occupazionale.

Il punto è quindi profondamente culturale e tematizza la domanda di fondo che penso possa ricomprendere le problematiche emerse: quale comunità decidiamo di essere?

Il dramma dei

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L'impennata dei premi dell'assicurazione malattia causa nuove problematiche ai cosiddetti 'working poor': la povertà reddituale tocca quasi 360 000 persone, circa l'8,8% della popolazione attiva. Caritas Svizzera chiede misure più significative per far fronte a questa situazione.

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