Meeting Rimini 2026
A quarantaquattro anni dalla visita di Giovanni Paolo II, venerdì 21 agosto inizia la kermesse riminese che torna ad accogliere un pontefice: sei giorni fra convegni su pace e intelligenza artificiale, percorsi su sant'Agostino e sul Libano, con un occhio di riguardo per la Svizzera italiana.
Leone XIV al Meeting per l'amicizia tra i Popoli di Rimini, secondo Papa dopo Wojtyła
Venerdì inizia il Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini. Sabato accoglierà Leone XIV
Inizia il Meeting di Rimini. Questa sera la testimonianza di P. Lepori su Marco Gallo, servo di Dio
Rivive alla Fiera riminense «la civiltà dell’amore» di papa Wojtyla
Il Papa invita il popolo del Meeting a vivere il Vangelo della misericordia verso tutto e tutti
Leone XIV al Meeting di Rimini: Agostino, i giovani e l'amore per la Chiesa
La rivista Communio torna in italiano, la nuova redazione nasce a Lugano
Il compositore Arvo Pärt protagonista al Meeting di Rimini con l'abate Mauro Lepori
Terra Santa al Meeting di Rimini: il custode Ielpo e il parroco di Gaza Romanelli
Léon Harmel, una delle due mostre visitate da Leone XIV al Meeting di Rimini
Ucraina, il vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia: vogliamo la pace e siamo per la pace
Meeting di Rimini, ragazzi ticinesi tra la testimonianza su Marco Gallo e lo stupore del cosmo
Il cardinale Pizzaballa: la Cisgiordania è una “terra senza legge”
Meeting di Rimini 2026 si chiude nel segno dello stupore e della gratitudine
Meeting Rimini 2026
A quarantaquattro anni dalla visita di Giovanni Paolo II, venerdì 21 agosto inizia la kermesse riminese che torna ad accogliere un pontefice: sei giorni fra convegni su pace e intelligenza artificiale, percorsi su sant'Agostino e sul Libano, con un occhio di riguardo per la Svizzera italiana.
Leone XIV al Meeting per l'amicizia tra i Popoli di Rimini, secondo Papa dopo Wojtyła
A quarantaquattro anni dalla visita di Giovanni Paolo II, venerdì prossimo 21 agosto inizia la kermesse riminese che torna ad accogliere un pontefice: sei giorni fra convegni su pace e intelligenza artificiale, percorsi su sant'Agostino e sul Libano, con un occhio di riguardo per la Svizzera italiana.
Venerdì inizia il Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini. Sabato accoglierà Leone XIV
La visita del pontefice apre una settimana di incontri su pace, intelligenza artificiale e rapporti fra i popoli, nell'edizione dal titolo dantesco: L'amor che move il sole e l'altre stelle. Chi visse l'analoga occasione con il predecessore polacco nel 1982 racconta il senso di un appuntamento da vivere soprattutto di persona dal 21 al 26 agosto.
Inizia il Meeting di Rimini. Questa sera la testimonianza di P. Lepori su Marco Gallo, servo di Dio
Oggi, venerdì 21 agosto, inizia il Meeting per l’amicizia tra i popoili. Alle 21.00 un incontro dedicato al giovane morto nel 2011 a diciassette anni e al centro di un processo di beatificazione aperto in marzo dall'arcivescovo di Milano. Parteciperanno i genitori e P. Mauro Lepori, che condivide un ricordo personale legato alla stessa età.
Rivive alla Fiera riminense «la civiltà dell’amore» di papa Wojtyla
Sabato 22 agosto, Leone XIV farà visita al Meeting di Rimini. L’ultima volta che un Papa ha varcato le soglie della Fiera è stato nel 1982, con la storica visita di San Giovanni Paolo II. Prevost arriverà in elicottero alle 14.45 e, alle 16, l’incontro nel Grand Auditorium.
Il Papa invita il popolo del Meeting a vivere il Vangelo della misericordia verso tutto e tutti
"Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e anche gli avversari, sono fratelli e sorelle", dice Leone. Il valore della sinodalità: "l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia".
Leone XIV al Meeting di Rimini: Agostino, i giovani e l'amore per la Chiesa
Il 22 agosto il Pontefice ha attraversato i padiglioni della Fiera romagnola, sostando davanti alla mostra sul vescovo di Ippona prima del discorso conclusivo. Ai ragazzi ha chiesto di rischiare, ai movimenti di funzionare come trampolino verso l'intera realtà, a tutti di custodire l'unità.
La rivista Communio torna in italiano, la nuova redazione nasce a Lugano
La storica testata teologica fondata nel 1972 da von Balthasar, de Lubac e Ratzinger riparte grazie a un gruppo ticinese, con il numero zero presentato al Meeting di Rimini il 23 agosto. Tra i relatori il rettore della Facoltà teologica di Lugano, mentre il cardinale Scola sottolinea il valore sinodale dell'iniziativa.
Il compositore Arvo Pärt protagonista al Meeting di Rimini con l'abate Mauro Lepori
Oggi, 24 agosto, al Teatro Galli, un concerto è dedicato al compositore estone del linguaggio tintinnabuli. La riflessione di un monaco ticinese guida dei cistercensi ne guida l’ascolto. Si ripercorrono il lungo silenzio creativo, l'esilio e le pagine più note, tra cui quella scritta dopo gli attentati di Madrid.
Terra Santa al Meeting di Rimini: il custode Ielpo e il parroco di Gaza Romanelli
Dall'auditorium della fiera romagnola un collegamento video con la Striscia. Il racconto di come sopravvive una minoranza cristiana ridotta a poche centinaia di persone. Accanto, la voce francescana sulle ragioni di una scelta: rimanere accanto alla propria gente. Il video integrale della loro commovente testimonianza.
Léon Harmel, una delle due mostre visitate da Leone XIV al Meeting di Rimini
Accanto al percorso dedicato ad Agostino di Ippona, il pontefice ha scelto l'esposizione sull'industriale francese che nell'Ottocento introdusse consigli di fabbrica, congedo di maternità e riposo festivo obbligatorio. Nel 1891 portò ventimila operai davanti a papa Pecci. Un precedente che oggi interroga l'impresa.
Ucraina, il vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia: vogliamo la pace e siamo per la pace
Al Meeting di Rimini, il vescovo Pavlo Honcharuk e la scrittrice Yaryna Grusha hanno trattato il tema della speranza in Ucraina. Per il presule, custodire l'amore nel cuore evita che l'odio distrugga l'uomo; per la scrittrice, cultura e storia sono essenziali per superare la propaganda.
Meeting di Rimini, ragazzi ticinesi tra la testimonianza su Marco Gallo e lo stupore del cosmo
Una ventina di adolescenti della Svizzera italiana, con le loro famiglie, nel fine settimana del 22 e 23 agosto, hanno scelto due appuntamenti: la testimonianza su un diciassettenne sulla via della santità e una mostra con le immagini dei telescopi Hubble e James Webb. Sullo sfondo la visita di Leone XIV.
Il cardinale Pizzaballa: la Cisgiordania è una “terra senza legge”
Il patriarca di Gerusalemme dei Latini interviene all’ultima giornata del Meeting di Rimini invocando un maggiore impegno diplomatico dell’Occidente per fermare la deriva di violenza in Medio Oriente e ribadendo la necessità di costruire speranza e dialogo interreligioso dal basso.
Meeting di Rimini 2026 si chiude nel segno dello stupore e della gratitudine
La 47esima edizione si è chiusa il 26 agosto alla Fiera con 900'000 presenze e la visita di Papa Leone XIV. Tredici mostre accompagnate da guide anche molto giovani, un popolo gioioso che monta gli stand e accoglie all'ingresso, il titolo dell'appuntamento 2027 ricavato dal discorso pontificio: bilancio di sei giorni fuori dall'ordinario.
Leone XIV al Meeting per l'amicizia tra i Popoli di Rimini, secondo Papa dopo Wojtyła
di Federico Anzini
Sabato 22 agosto, Leone XIV varcherà l'ingresso Ovest della Fiera di Rimini. Sarà il secondo Papa nella storia a visitare il Meeting per l'amicizia fra i popoli, dopo Giovanni Paolo II nel 1982, e per un pomeriggio l'intera manifestazione si fermerà per ascoltare le parole del Pontefice, proiettato in ogni sala e in ogni spazio della fiera.
La 47ª edizione, dal 21 al 26 agosto, porta un titolo dantesco, L'amor che move il sole e l'altre stelle, ultimo verso della Divina Commedia — scelto, spiega il presidente della Fondazione Meeting Bernhard Scholz, proprio perché sembra andare controcorrente in un tempo di guerre e polarizzazione: «Abbiamo bisogno di ricomprendere che il principio dell'universo, che investe anche la nostra esistenza, è un principio di bene, di bellezza e di amore». Il titolo, aggiunge, trova un approfondimento nell'enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV: non un testo sulla tecnologia, ma sulla dignità della persona e sul limite come apertura all'infinito.
Attorno a quel pomeriggio si muovono sei giorni di convegni su pace, rapporti fra i popoli e intelligenza artificiale, con ospiti come il cardinale Pierbattista Pizzaballa e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. L'apertura, il 21 agosto, è affidata a due donne legate da un attentato — Roseline Hamel, sorella del sacerdote Jacques ucciso nel 2016 a Saint-Étienne-du-Rouvray, e la madre di uno degli attentatori — perché, dice Scholz, «la riconciliazione è fonte di pace».
"Vale la pena lasciarsi interpellare"
A quarantaquattro anni da quella prima visita, il Meeting è cresciuto: oggi supera i 130mila metri quadrati nel quartiere fieristico a nord della città, con più di 150 convegni e circa 500 relatori. Antonietta Moretti, luganese, era a Rimini anche nel 1982, quando la manifestazione occupava pochi spazi del vecchio quartiere in città e Giovanni Paolo II arrivò a sorpresa fra i partecipanti. Di quel giorno ricorda soprattutto la stima con cui il Papa polacco guardava a un movimento che allora faticava a trovare spazio nella Chiesa: «Ci siamo sentiti profondamente capiti da Giovanni Paolo II e fortemente incoraggiati».
Alla crescita di oggi non attribuisce una strategia: «È cresciuto per tante ragioni, ma soprattutto perché è necessario. Ne abbiamo bisogno». E a chi sta valutando se scendere a Rimini dice: «Vale la pena lasciarsi interpellare». Il suo racconto completo sarà online su catt.ch mercoledì prossimo, 19 agosto, a pochi giorni dall’inizio della kermess riminese.
Due volti della Svizzera italiana
Il programma 2026 porta anche la firma, indiretta, del Ticino. Domenica 23 agosto viene presentato il numero zero di Communio della Svizzera italiana, rilancio in lingua italiana di una rivista teologica fondata nel 1972 da Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e Joseph Ratzinger — e in origine, per la parte italiana, dal futuro vescovo di Lugano Eugenio Corecco. Fra i relatori René Roux, rettore della Facoltà di Teologia di Lugano.
Compare due volte, invece, padre Mauro-Giuseppe Lepori, ticinese, abate generale dell'Ordine cistercense: guida l'ascolto del concerto Muovendosi tra i silenzi, dedicato ad Arvo Pärt, e siede fra i relatori dell'incontro dedicato a Marco Gallo, il diciassettenne di cui è stata aperta la causa di beatificazione. Due presenze che confermano quanto la Svizzera italiana, quest'anno, sia dentro il Meeting più del solito. Di questi incontri “ticinesi” proporremmo nei prossimi giorni degli approfondimenti.
📌 INFO UTILI
Quando e dove. La 47ª edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli si tiene alla Fiera di Rimini, via Emilia 155, da venerdì 21 a mercoledì 26 agosto. Ingresso e parcheggi gratuiti. Maggiori info su sito del Meeting.
La visita di Leone XIV, sabato 22. Il Papa arriva alle 15 e attraversa la fiera fra i visitatori, che potranno salutarlo lungo il percorso; alle 16 il suo intervento nell'auditorium allestito per diecimila persone, proiettato in diretta in tutte le sale. In serata il Papa incontra alle 17.30 i malati e le persone fragili in Duomo e alle 18.30 celebra la Messa per la diocesi al Porto, lo stesso luogo scelto nel 1982. Informazioni sulla visita del Papa a Rimini.
Gli incontri. Oltre 150 convegni e circa 500 relatori. Fra i nomi attesi, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, il vescovo di Kharkiv Pavlo Honcharuk, il custode di Terra Santa Francesco Ielpo con il parroco latino di Gaza Gabriel Romanelli. Qui il programma completo.
Le mostre. Tredici percorsi espositivi, gratuiti, aperti dalle 11 alle 24. Tre sono il cuore dell'edizione. 1. Agostino di Ippona ne racconta la ricerca della verità, gli incontri, la conversione, proposta come figura sorprendentemente attuale — a poche settimane dal primo viaggio di un Papa agostiniano in Algeria, terra del santo. 2. Libano. La bellezza, le ferite, la speranza ripercorre la lunga convivenza fra cristianesimo, islam ed ebraismo nel paese dei cedri, fra complessità storica e ferite ancora aperte. 3. Wonder Bound. Incantati dalla meraviglia, realizzata con la Specola Vaticana, la Johns Hopkins University e lo Space Telescope Science Institute, esplora l'universo attraverso le immagini dei telescopi Hubble e James Webb. Maggiori info sulle mostre.
Gli spettacoli. Tredici titoli fra il Teatro Galli, i padiglioni della Fiera e la Corte degli Agostiniani, dal teatro alla musica al cinema. Lunedì 24, al Galli, il concerto Muovendosi tra i silenzi, con I Solisti Veneti e la guida all'ascolto di padre Lepori: musiche di Arvo Pärt in dialogo con Ennio Morricone e Rachel Portman. Maggiori info sui spettacoli.
Il Villaggio Ragazzi. Nato dall'iniziativa di un gruppo di amici, genitori e volontari storici del Meeting, dà ai bambini una proposta loro mentre i genitori seguono i convegni: laboratori, letture, piccole mostre e spettacoli a misura d'età, uno spazio pensato anche solo per fermarsi e stare insieme. Ingresso libero. Maggiori info sul Villaggio Ragazzi.
Lo Sport Village. Oltre tredicimila metri quadrati che non sono un'area di svago ma parte del percorso: campi aperti a chiunque passi, incontri con atleti e allenatori, e camp per provare discipline nuove. Maggiori info sullo Sport Village.
Libri. Al Book Corner gli autori presentano i loro libri e firmano le copie; accanto, la libreria del Meeting raccoglie i titoli legati agli ospiti e ai percorsi espositivi delle mostre. Maggiori info sul Book Corner.
Da casa. Quasi tutti gli eventi del Meeting sono in diretta su sito e canale YouTube del Meeting di Rimini, in italiano, inglese e spagnolo, e restano poi disponibili on demand.
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Venerdì inizia il Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini. Sabato accoglierà Leone XIV
di Federico Anzini
Sabato 22 agosto, alle tre del pomeriggio, Leone XIV varcherà l'ingresso Ovest della Fiera di Rimini. Sarà il secondo Papa nella storia a visitare il Meeting per l'amicizia fra i popoli, dopo Giovanni Paolo II nel 1982, e per un pomeriggio l'intera manifestazione si fermerà: alle quattro parlerà in un auditorium allestito per diecimila persone, con l'intervento proiettato in ogni sala e in ogni spazio della fiera. La 47ª edizione, dal 21 al 26 agosto, porta un titolo dantesco, L'amor che move il sole e l'altre stelle, ultimo verso della Divina Commedia — scelto, spiega il presidente della Fondazione Meeting Bernhard Scholz, proprio perché sembra andare controcorrente: «Abbiamo bisogno di ricomprendere che il principio dell'universo, che investe anche la nostra esistenza, è un principio di bene, di bellezza e di amore».
Un'edizione costruita attorno a un pomeriggio
«Al centro del Meeting 2026 ci sarà la visita del Santo Padre», ha detto Scholz, descrivendo un incontro aperto a tutti — bambini, studenti, famiglie — che potranno salutare il Papa lungo il percorso fra i padiglioni. Il titolo, secondo Scholz, trova un approfondimento nell'enciclica Magnifica humanitas: la dignità della persona, il senso del lavoro e della ricerca, il dialogo con l'infinito. Non è un testo sulla tecnologia, precisa: «Rimette al centro la dignità della persona e la grandezza dell'uomo», e parla del limite non come qualcosa che soffoca ma come una realtà che apre all'infinito — un rischio, avverte, in un tempo che prova a superare ogni limite proprio attraverso la tecnologia.
Attorno a quel pomeriggio si muovono sei giorni di convegni su pace, rapporti fra i popoli e intelligenza artificiale, con ospiti come il cardinale Pierbattista Pizzaballa e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. L'apertura, il 21 agosto, è affidata a due donne legate da un attentato: Roseline Hamel, sorella del sacerdote Jacques ucciso nel 2016 a Saint-Étienne-du-Rouvray, e la madre di uno degli attentatori. «La riconciliazione è fonte di pace», dice Scholz di quell'incontro.
Nel 1982, seduti per terra e quel biglietto arrivato all'ultimo
Per capire che cosa significhi una visita papale a Rimini abbiamo chiesto a chi c'era la prima volta. Antonietta Moretti, luganese, nell'agosto del 1982 era a Rimini: il Meeting era alla terza edizione e occupava pochi spazi del vecchio quartiere fieristico, in città, dove oggi sorge il Palacongressi. La notizia che Giovanni Paolo II sarebbe venuto arrivò un mese prima, il 26 luglio, e mise in agitazione anche il gruppo di ticinesi che attendeva l'evento romagnolo. «Sapevamo della visita del papa e ci chiedevamo come sarebbe stato, l'avremmo visto? Come?», ricorda. Poi si seppe che per entrare nel salone servivano i biglietti. «Noi ci siamo trovati fuori, seduti per terra».
A cambiare le cose fu un incontro fortuito. Poco prima dell'arrivo del Papa, don Francesco Ricci di Forlì — «una delle anime del Meeting» e ideatore del CSEO, il Centro Studi per l'Europa orientale per cui Moretti lavorava — venne a cercarla con alcuni biglietti in mano e la fece entrare. Non era casuale: don Ricci aveva conosciuto bene Karol Wojtyła quando era cardinale di Cracovia, e il cardinale «apprezzava infinitamente il lavoro culturale di CSEO».
Il tono colloquiale e la stima
Quel pomeriggio il Papa si trovò davanti a diecimila persone e a una serie di domande poste dai giovani, tanto da scherzare sul fatto di essere sottoposto a un esame. «Ai toni colloquiali di Giovanni Paolo II ci stavamo abituando, sempre però con grande commozione», dice Moretti. A colpire fu piuttosto altro: «Ci riempiva di entusiasmo l'evidente stima per la nostra esperienza e per le nostre iniziative e, nel caso concreto, per il Meeting».
La manifestazione era agli inizi, ma alcuni tratti c'erano già: «Il Meeting era ai primi passi ma già aveva chiaro il suo carattere di apertura a 360 gradi sulla realtà ed il suo carattere di gratuità», dice, riconoscendo in quest'ultimo il valore dei volontari, che quest'anno saranno oltre tremila, il 58 per cento con meno di trent'anni. «Il Meeting è sempre un'esperienza di Chiesa, per chi lo fa e per chi lo frequenta».
"Profondamente capiti da Giovanni Paolo II"
Qui il racconto si fa diretto, e tocca una ferita di quegli anni. Comunione e Liberazione, dice, «come tutti i movimenti, faticava a trovare spazio nella Chiesa; ci siamo sentiti profondamente capiti da Giovanni Paolo II e fortemente incoraggiati». E l'accoglienza, precisa, non fu un traguardo: «Dovevamo però ancora capire che questa è soprattutto una responsabilità».
Le domande rivolte al Papa, del resto, non erano esercizi teologici. Nascevano «dall'esperienza che facevamo come credenti immersi nel mondo del lavoro, della scuola, degli ospedali. Di fronte ai problemi del mondo e di fronte ai problemi di tutti». La richiesta era pratica: «Ci premeva un aiuto per capire il nostro compito nel mondo e nella Chiesa». La risposta del Papa riguardò l'identità stessa della Chiesa: «Giovanni Paolo II ci ha indicato con chiarezza l'aspetto missionario della Chiesa che, senza cessare di essere roccia stabile e istituzione, era anche missione, era anche Popolo di Dio».
Dalle risorse dell'uomo alla "Magnifica humanitas"
Sul legame fra il titolo di quest'anno e l'enciclica di Leone XIV, che Scholz aveva indicato nel presentare il programma, Moretti non ha dubbi: «Vedo immediatamente una profonda consonanza con la Magnifica humanitas». Per lei quella consonanza arriva più indietro, fino al tema del 1982: la Magnifica humanitas e Le risorse dell'uomo dicono, a quarantaquattro anni di distanza, la stessa cosa.
Le minacce sono cresciute — le sfide della tecnica, gli squilibri, i pericoli per la pace — ma nell'enciclica «aleggia la stessa serena fiducia nell'amore di Cristo, nella sua salvezza presente, che ci apriva gli occhi sulle grandi risorse dell'uomo nel 1982». Richiama il passaggio in cui il Papa cita Tolkien: «Non siamo chiamati a dominare tutte le maree del mondo, ma a fare del nostro meglio». Cioè, chiosa lei, riconoscere che «tutto si regge su un numero infinito di piccoli gesti di umanità, giustizia, gratuità, amore, che già stanno trasformando il mondo».
Cresciuto perché necessario
Il Meeting oggi supera i 130mila metri quadrati — dal 2003 si tiene nel nuovo quartiere fieristico a nord della città — con più di 150 convegni e circa 500 relatori. Moretti non attribuisce la crescita a una strategia: «È cresciuto per tante ragioni, ma soprattutto perché è necessario. Ne abbiamo bisogno». Quello che la tocca, dopo tanti anni, non sono i numeri: «L'attenzione e l'ascolto a tante persone e a tante esperienze. È forse l'aspetto più prezioso per chi desidera vivere cristianamente: imparare a vedere dove il Signore opera».
E c'è una cosa che, dice, al Meeting non è mai stata messa a tema eppure accade: «Al Meeting non mi risulta che sia mai stata messa a tema la sinodalità, eppure questo è il miracolo che si verifica ogni anno, una convergenza, una costruzione armoniosa, che vince i particolarismi».
Il consiglio a chi sta valutando se scendere a Rimini è semplice: «Vale la pena lasciarsi interpellare». Il Meeting – nonostante la preziosa possibilità di seguire molti incontri in streaming comodamente da casa – resta qualcosa da attraversare di persona.
Tutte le info sul meeting
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Inizia il Meeting di Rimini. Questa sera la testimonianza di P. Lepori su Marco Gallo, servo di Dio
di Federico Anzini
La sera prima di morire aveva scritto sul muro della camera, accanto al crocifisso, una domanda presa dal Vangelo di Luca: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». La mattina dopo, il 5 novembre 2011, Marco Gallo uscì in motocicletta per andare a scuola e fu investito da un'automobile. Aveva diciassette anni. L'incontro che il Meeting di Rimini gli dedica, vede la partecipazione dei genitori Antonio Gallo e Paola Cevasco, di padre Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell'Ordine cistercense, e la moderazione di Stefano Filippi, direttore di Tracce. L'occasione non è di circostanza: il 7 marzo scorso, nella Cappella arcivescovile di Milano, l'arcivescovo mons. Mario Delpini ha aperto il processo di beatificazione.
Cinque euro e un panino alla Nutella
Il contenuto del portafogli che aveva addosso il giorno dell'incidente racconta più di molte biografie: un'immagine della Madonna di Medjugorje, cinque euro, una fotografia di sé bambino mentre mangia un panino alla Nutella e un biglietto con quella che chiamava «la promessa». Ci si era scritto l'impegno a vivere ogni giornata «come se fosse l'ultimo giorno di vita», aprendosi alla ricerca del Mistero anche quando la cosa risultava faticosa. È la madre ad averlo raccontato, in una recente testimonianza.
Corse, scalate e una domanda che non passava
Nato a Chiavari nel 1994, secondo di tre figli, Marco crebbe tra Casarza Ligure, Arese, Lecco e infine Monza. Un ragazzo esuberante, a tratti impulsivo, appassionato di arrampicata e di corsa: negli anni del liceo scientifico Don Gnocchi di Carate Brianza praticava atletica a livello agonistico. La copertina del libro che raccoglie i suoi scritti lo ritrae aggrappato a una parete di roccia.
Sotto quell'attivismo però correva altro. Chi lo ha conosciuto parla di una ricerca dell'infinito presente fin da bambino, che negli anni delle superiori trovò una strada attraverso Gioventù Studentesca. Verso i quindici, sedici anni i familiari lo videro cambiare: leggeva la Bibbia ogni sera e diceva di aver trovato quello che cercava. Nel maggio 2011 partecipò alla beatificazione di Giovanni Paolo II e in quel Papa riconobbe un amico. Nella primavera dello stesso anno mise per iscritto l'itinerario della propria vita, pagine che sarebbero diventate il nucleo di Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare, pubblicato da Itaca nel 2016. Nella prefazione il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti scrive che quella morte improvvisa appare «non l'epilogo di una vita, ma il compimento di un cammino». Poco dopo l'incidente era stato il cardinale Angelo Scola a proporre Marco ai giovani come esempio di vita cristiana.
Una causa partita dal basso
Il percorso canonico si è mosso per iniziativa di chi lo aveva conosciuto. La fama di santità non si è spenta con gli anni, anzi si è consolidata, tanto da spingere il vescovo di Chiavari Giampio Luigi Devasini a costituirsi attore della causa; postulatore è padre Andrea Mandonico. L'editto che invita i fedeli a consegnare testimonianze e scritti porta la firma del delegato episcopale don Marco Gianola. L'apertura è stata il 7 marzo, giorno del compleanno di Marco.
Il ticinese che siede al tavolo
Accanto a loro, a Rimini, ci sarà padre Mauro-Giuseppe Lepori. Nato a Lugano nel 1959 e cresciuto a Canobbio, entrato a Hauterive nel 1984 e abate di quel monastero dal 1994, guida l'Ordine cistercense dal 2010. Sulla rivista Tracce di giugno ha raccontato il proprio incontro con Comunione e Liberazione: avvenne quando anche lui aveva diciassette anni, e alla stessa età di Marco si era trovato davanti alle stesse domande.
Perché interessa anche chi non crede
Le cause di beatificazione hanno tempi lunghi e regole severe, e nessuno oggi può dire come finirà questa. Il punto non è quello. Nella vicenda di Marco Gallo colpisce la sproporzione fra la brevità della vita e la nitidezza delle domande che si portava dentro: una ricerca cominciata da bambino, arrivata a una risposta e interrotta il mattino di un sabato qualsiasi, sulla strada di scuola.
A Rimini quella storia verrà raccontata da chi lo ha messo al mondo e da un monaco ticinese che a diciassette anni si era trovato davanti alle stesse domande. Non è la celebrazione di un modello irraggiungibile. È il tentativo di mostrare che certe questioni si pongono presto, e che qualcuno, ogni tanto, prova a rispondere sul serio.
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COMMENTO
Rivive alla Fiera riminense «la civiltà dell’amore» di papa Wojtyla
di Maria Acqua Simi
Quest’anno il Meeting di Rimini per l’amicizia tra i popoli avrà un ospite d’eccezione: papa Leone XIV. L’ultima volta che un Papa ha varcato le soglie della Fiera di Rimini è stato nel 1982, con la storica visita di San Giovanni Paolo II. Era la terza edizione del Meeting, nato appena due anni prima dalla creatività di alcuni amici cristiani che vivevano l’esperienza di Comunione e Liberazione. Wojtyla arrivò per incontrare migliaia di persone alle prese con una domanda che, a distanza di 40 anni, non ha perso la sua attualità: come costruire una società capace di mettere al centro l’uomo? Nel suo discorso il Papa ricordò che i doni che l’uomo riceve da Dio – creatività, intelligenza, volontà, capacità di amare – sono da mettere in campo nel lavoro, in famiglia, nella cultura per costruire quella che definì «la civiltà dell’amore». «Costruite senza stancarvi mai questa civiltà! Lavorate per questo, pregate per questo, soffrite per questo!». Sono passati più di 40 anni, il mondo è cambiato. Ma non è cambiata la domanda di fondo: che cosa muove il cuore dell’uomo? Cosa può ancora mettere in dialogo persone che non condividono necessariamente la stessa fede, la stessa cultura, le stesse idee? A Rimini sono passate personalità che hanno segnato la vita religiosa, politica e culturale del nostro tempo: da Madre Teresa di Calcutta al card. Joseph Ratzinger; dal Dalai Lama a Lech Wałesa, presidente della Polonia e simbolo della resistenza al comunismo. Negli anni sono arrivati politici, intellettuali, scienziati, artisti, imprenditori e uomini di fede: Giulio Andreotti, Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella, il filosofo Emmanuel Lévinas, lo scrittore Eugène Ionesco, il regista Andrej Tarkovskij, il direttore d’orchestra Riccardo Muti, il premio Nobel Carlo Rubbia, il tenore José Carreras. Un elenco inevitabilmente parziale, ma che documenta come il Meeting non abbia dimenticato la consegna di Wojtyla. Il titolo scelto per l’edizione di quest’anno è infatti il verso con cui Dante conclude la Divina Commedia: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Mostre, incontri, spettacoli saranno allora l’occasione per interrogarsi sull’amore come principio capace di tenere insieme la realtà: la pace e il conflitto, l’educazione, il lavoro, la tecnologia e l’IA, il rapporto fra culture e religioni, l’Europa, i giovani. Papa Leone incontrerà tutto questo. Visiterà alcune mostre, tra cui quella dedicata a S. Agostino, il Villaggio dei ragazzi e infine sarà accolto dal popolo del Meeting in Auditorium; il suo intervento sarà trasmesso in tutti gli spazi della Fiera. Non sappiamo ancora cosa dirà alle migliaia di persone presenti da tutto il mondo. Quel che è certo è che la sua visita non sarà un appuntamento tra tanti. Per capire perché, bisogna guardare a ciò che rende possibile il Meeting ancora prima dei suoi ospiti, dei suoi palchi e dei suoi eventi: i volontari, molti anche dal Ticino. Uomini, donne e studenti di tutte le età che dedicano gratuitamente parte delle loro vacanze per realizzare questa avventura culturale internazionale. Lo fanno animati da quel desiderio di bellezza, verità e giustizia che don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, definì «esperienza elementare». Dante chiamava «amore» ciò che muove il sole e le altre stelle. A Rimini, ora, c’è l’attesa di ascoltare Leone XIV. Per scoprire, nelle sue parole, che cosa può ancora mettere in movimento il cuore dell’uomo.
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Il Papa invita il popolo del Meeting a vivere il Vangelo della misericordia verso tutto e tutti
Erano attese da mesi le parole del Successore di Pietro, ponte e punto di riferimento per la Chiesa e il mondo. Lui, Leone, propone al Meeting un discorso/ appello di ampio respiro che guarda all’attualità di quest’umanità chiamata a una “inversione di rotta”, resa “convincente e credibile” dall’opera di “pionieri coraggiosi”.
Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo.
L'amore che muove il mondo
“Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni!”, dice il Papa dal palco, lasciando a chi lo ascolta un comando: l’Amore, quello che “move il sole e l’altre stelle” come scriveva Dante nell’ultimo verso della Divina Commedia che dà il titolo alla 47ª edizione dell’evento.
Più volte il Sommo Pontefice richiama il Sommo Poeta nel suo discorso in cui cita il Concilio, don Giussani e i predecessori Francesco, Benedetto XVI e, naturalmente, Giovanni Paolo II che già 44 anni fa aveva compreso “la profezia” di un simile appuntamento: “Già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: Incontro! Incontro di amicizia”! Amicizia tra i popoli! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo”.
Le persone prima dei confini e delle istituzioni
Leone fa sue le parole del Papa polacco: “Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”, sottolinea, esortando – sulla scia della Fratelli tutti - a “coltivare l’amicizia sociale” così da riconoscerci “nella dignità di figli di Dio” che accomuna tutti gli esseri umani, “al di là di ogni diversità, separazione o conflitto”.
Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone.
Il realismo della misericordia
È la forza dell’amore, l’amore che “muove” e che dai tempi di Dante “non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità”, sebbene rimanga “volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature”, evidenzia il Papa, richiamando l’insegnamento dei Papi sulla “Misericordia”. “Il male non si combatte col male – aggiunge -. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso”.
Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato
È dunque “un’autentica conversione di popolo” quella che domanda il Papa. Quanti sono seduti nell’Auditorium con le loro competenze, responsabilità e risorse possono mettersi davvero al servizio e accompagnare l’umanità sulla strada giusta: non quella che “sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione”, bensì quella che “serve il Regno di Dio e la sua giustizia”.
Un disegno che attraversa la storia
“In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat”, afferma Papa Leone. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro “i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali” e diventa “la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale”.
Appello ai giovani
Una “responsabilità”, il Papa la invoca pure per il vasto mondo educativo, oggi sempre più a “rischio”. E una parola la rivolge a giovani, presenti in gran numero come volontari: “Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia!”, scandisce Leone. “Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta”, esorta il Vescovo di Roma.
Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti! Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore.
Risveglio della fede
Nessuno deve permettersi di sminuire la parola “amore” che, rimarca il Papa, “è il nome stesso di Dio: Dio è amore”. E “nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé”.
Questa stessa libertà è il motore del risveglio della fede di tanti giovani: “Oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa”, annota Leone. Ma non è “una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo”. “È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà”, afferma Leone XIV. E la Chiesa stessa, come diceva Benedetto XIV, “non fa proselitismo” ma “si sviluppa piuttosto per attrazione”.
Sinodalità
La via è, dunque, quella della “sinodalità”, che "non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo".
Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia
“Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi”, osserva il Papa. “Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile”.
fonte: vaticannews / catt.ch
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Leone XIV al Meeting di Rimini: Agostino, i giovani e l'amore per la Chiesa
di Federico Anzini / Rimini
Il 22 agosto il Papa ha attraversato circa un chilometro di corridoi e una folla che i media vaticani stimano in 60'000 persone per raggiungere il Grande Auditorium del 47° Meeting per l'amicizia fra i popoli, quarantaquattro anni dopo la visita di Giovanni Paolo II. Il primo padiglione in cui Leone XIV si è fermato alla Fiera di Rimini era dedicato al vescovo di Ippona.
Agostino, l'inquietudine come strada
«Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova»: è il titolo dell'esposizione allestita al Meeting di Rimini su Sant’Agostino. Il percorso non presenta un dottore della Chiesa in cattedra ma un uomo che cerca, cade, discute. Che l'inquietudine sia una strada e non un guasto, del resto, Leone XIV - primo papa agostiniano - lo aveva già ricordato in una sua catechesi dedicata al cor inquietum, e aveva spiegato che con quell'aggettivo «Sant'Agostino ci fa comprendere lo slancio dell'essere umano proteso al suo pieno compimento», e che «l'inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima». La citazione, ricordava il Papa, è l'incipit delle Confessioni: «Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te». A Rimini ha ricordato ai presenti che quel tesoro lo si trova solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino.
«Mettetevi in gioco»
Nel discorso al Grande Auditorium il Papa si è rivolto anzitutto ai ragazzi, molti dei quali lavorano come volontari. «Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani». Poi l'affondo: «L'amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco!». Leone XIV ha registrato uno spostamento culturale senza drammatizzarlo: «Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa!». E ha messo un paletto che vale come criterio di verifica per ogni proposta educativa: «Nell'amore non c'è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C'è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé».
Un trampolino, non un recinto
Il passaggio sui movimenti è il più diretto. «Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell'intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!». Al Meeting il Papa ha riconosciuto di non essere diventato «una sorta di enclave», bensì «un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini».
«Amate sempre la Chiesa»
La frase gli è parsa così importante da ripeterla: «Merita di pronunciarlo di nuovo». Amare la Chiesa significa, nel discorso, custodire l'unità della compagnia e ascoltare. Qui Leone XIV non ha usato perifrasi: «Il dono dell'ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa». La sinodalità, ha aggiunto, «non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell'amicizia e nell'incontro con l'altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l'autorità si converte in servizio».
Prima di lasciare la Fiera per la Messa al porto, il Papa ha stretto la mano a Roseline Hamel e Nassera Kermiche: la sorella di padre Jacques Hamel, ucciso nel 2016, e la madre di uno dei suoi attentatori. La loro testimonianza aveva aperto l'edizione il 21 agosto. Restano lì, in quel gesto di due donne, la domanda che don Giussani poneva ai suoi e che Leone XIV ha rilanciato ai 60'000 della Fiera: «Si può vivere così?».
fonte: agenzie/catt.ch
22/08/2026
Leone XIV: il mondo offre svaghi dispersivi, "tornare in sè" è il vero ristoro
Nell’omelia della Messa celebrata al porto di Rimini il Papa loda la schiettezza e l’indole gioviale, laboriosa e solidale della gente di Romagna. Inoltre, ricorda che i mezzi economici e di potere devono avere la funzione di promuovere “un disegno di rinascita per il bene di tutta la comunità”
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La rivista Communio torna in italiano, la nuova redazione nasce a Lugano
di Federico Anzini
Domenica 23 agosto, alle 17, nell'Arena Tracce del padiglione A3 della Fiera di Rimini, verrà presentato il numero zero di una rivista che porta un nome familiare a chi ha seguito la teologia del secondo Novecento e un aggettivo nuovo: Communio della Svizzera italiana.
Nata nel 1972 dall'incontro fra Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e Joseph Ratzinger, la testata è oggi presente in tredici Paesi con redazioni distinte ma in dialogo costante. L'edizione in lingua italiana mancava dal 2013, anno in cui la redazione chiuse i battenti. A riaprirla non sarà l'Italia, ma il Ticino.
Un ritorno che passa da Lugano
La decisione è dell'assemblea internazionale di Communio. Il via libera riguarda una redazione italofona, legata alla neocostituita Associazione Communio della Svizzera italiana, presieduta da don Willy Volonté con don Paolo Prosperi vicepresidente. La rivista è già in stampa; il sito, communio-rci.ch, è in allestimento.
La scelta ha una logica storica. La redazione italiana del 1972 era stata fondata da Eugenio Corecco — futuro vescovo di Lugano — insieme a Giuseppe Ruggieri e Luigi Serenthà. E le radici svizzere vanno oltre Corecco: von Balthasar, fra i padri fondatori, era di Lucerna e lavorò a Basilea per gran parte della vita. In Ticino, insomma, Communio non arriva per la prima volta: ci torna.
"Quando una persona è geniale si apre a tutto"
Fra i primi a entrare in quel sodalizio teologico ci fu un giovanissimo Angelo Scola, oggi cardinale. Ne parla con gratitudine e una punta di ironia. «Noi eravamo dei nani nei confronti degli altri collaboratori», ammette. Quello che permise l'incontro fu «una amicizia», e insieme «il desiderio di comunicare qualcosa che altrimenti non sarebbe diventato pubblico», un desiderio «talmente grande e semplice da imporsi anche presso personalità di questo grande livello».
«Eravamo così giovani e così eccessivi nelle nostre richieste da essere ben poco umili nei confronti di personalità di questo tipo», racconta. I maestri, invece di irrigidirsi, stettero al gioco. «Quando una persona è geniale si apre a tutto, non sta a guardare».
Sinodalità: "più che può, deve"
Se il metodo sinodale è la strada, la comunione vissuta ne è la sorgente. Può la nuova rivista Communio della Svizzera italiana servire questo processo? Scola non concede margini: «Più che può deve perché se non lo fa non ha futuro». L'elemento sinodale va messo sempre più in evidenza, così che l'azione comunionale della rivista «si trasformi in una modalità di attuazione della vita cristiana effettivamente efficace».
C'è poi l'auspicio che nel 1962 il giovane Ratzinger affidava al Concilio: liberare il cuore della fede dagli strati induriti. Quali siano oggi, Scola lo indica senza giri di parole. È «una concezione della vita cristiana che è generosa, che resta generosa nella proposta ma anche nello stesso tempo passiva, non creativa», incapace di sviluppare quella creatività «anche se magari la intravede».
A Rimini con il rettore di Lugano
L'incontro riminese si intitola Cristiani nel mondo e mette attorno allo stesso tavolo monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia, il teologo e saggista Elio Guerriero e René Roux, rettore della Facoltà di Teologia di Lugano. Modera don Paolo Prosperi.
La presenza di Roux non è un dettaglio protocollare. Che a presentare il rilancio ci sia il rettore dell'ateneo teologico di Lugano, fondato proprio da Corecco, dice quale sia il baricentro dell'operazione: il Ticino non ospita l'iniziativa, la firma.
Il punto di partenza dell'incontro in programma domenica all'Arena Tracce è un paradosso antico: la Chiesa annuncia una verità che dice valida per tutti, dentro un mondo che proprio quella pretesa respinge. Di qui l'esigenza di riformulare, nel contesto culturale ed ecclesiale di oggi, quanto il Vaticano II aveva detto sul rapporto fra Chiesa e mondo.
Il di più che la comunione può essere
In apparenza è poca cosa: un fascicolo, una redazione appena costituita, un sito ancora in allestimento. Ma anche la prima volta era cominciata così, con un gruppo di giovani teologi che avevano soprattutto stima gli uni per gli altri. Scola riassume così quello che allora riuscì a fare: «Abbiamo con semplicità messo in evidenza la bellezza della Chiesa sinodale e comunionale».
È l'augurio migliore per chi riparte da Lugano. La comunione si realizza, dice ancora il cardinale, quando non ci si ferma ai dati significativi ma si punta «sul di più che la comunione può essere». Domenica pomeriggio, in un padiglione della Fiera di Rimini, quel di più ricomincia da un numero zero.
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Il compositore Arvo Pärt protagonista al Meeting di Rimini con l'abate Mauro Lepori
di Federico Anzini
Lunedì 24 agosto il Teatro Galli di Rimini ospita "Muovendosi tra i silenzi", concerto del Meeting dedicato ad Arvo Pärt. A guidare l'ascolto una riflessione del ticinese P. Mauro Lepori, abate generale dei cistercensi.
Alle 21.30, I Solisti Veneti diretti da Giuliano Carella apriranno un programma costruito attorno a un paradosso: un concerto sul silenzio. Si intitola Muovendosi tra i silenzi, è firmato dal Meeting per l'amicizia fra i popoli in collaborazione con la Sagra Musicale Malatestiana, e mette al centro tre pagine di Arvo Pärt, il compositore estone che fra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta scelse di tacere per quasi un decennio.
Otto anni senza scrivere una nota
Verso la fine degli anni Sessanta Pärt si fermò. Era stato uno dei nomi di punta della cosiddetta avanguardia sovietica, passando per la dodecafonia e le tecniche di collage; poi, nel 1968, compose Credo, e il contenuto religioso del pezzo gli attirò critiche durissime in Unione Sovietica. Da lì cominciò un lungo periodo di silenzio e di studio, dedicato alla musica medievale, alla polifonia rinascimentale e al canto gregoriano. Per otto anni non pubblicò quasi nulla.
Da quel vuoto uscì il tintinnabuli, il linguaggio che lo ha reso riconoscibile ovunque: poche note, triadi che risuonano come campane, nessun virtuosismo. Lui stesso lo ha spiegato in modo asciutto: quella musica, disse, andava tratta dal silenzio e dal vuoto.
Il riconoscimento arrivò altrove. Nel 1980 Pärt lasciò l'Unione Sovietica con la famiglia e si stabilì a Vienna, dove firmò con l'editore Universal Edition; l'anno seguente si trasferì a Berlino con una borsa del servizio tedesco per gli scambi accademici, e in Germania sarebbe rimasto quasi trent'anni, prima di rientrare in Estonia nel 2010. Oggi riempie le sale, cosa rara per un compositore vivente di musica contemporanea, e la sua produzione ha da tempo varcato i confini del repertorio colto, finendo nelle colonne sonore di film e documentari.
Tre brani, tre modi di tacere
Fratres, del 1977, è forse il suo pezzo più eseguito: nove sequenze di accordi separate da un motivo di percussione, sopra un bordone immobile. Sulla carta è una serie di variazioni. All'ascolto è un'altra cosa, e padre Mauro Lepori ci si sofferma: ogni ritorno del tema non aggiunge un ornamento ma compie un passo, come se la ripetizione fosse un cammino verso il basso, o meglio verso il fondo.
Silouan's Song nasce nel 1991 da un testo di Silvano dell'Athos, monaco russo del monastero di San Panteleimon morto nel 1938. Pärt ne prende una frase — l'anima che anela al Signore — e la traduce in frasi musicali circondate ciascuna dal proprio silenzio.
Il terzo brano su cui si concentra la lettura di Lepori è Da pacem Domine. Pärt lo cominciò due giorni dopo gli attentati di Madrid dell'11 marzo 2004, su commissione di Jordi Savall, partendo da un'antifona gregoriana del IX secolo che chiede pace nei nostri giorni perché nessun altro può combattere per noi. In Spagna viene eseguito ogni anno per ricordare le vittime. Il programma della serata mette poi queste pagine in dialogo con musiche di Ennio Morricone e Rachel Portman.
L'orecchio di un monaco
«La musica nasce dal silenzio e conduce al silenzio», afferma Lepori. La sua tesi è che nel linguaggio essenziale di Pärt le pause non siano assenza ma spazio lasciato libero: la rarefazione del suono serve a far sentire quello che di solito sfugge. Il silenzio, in altre parole, non è un vuoto da riempire ma una presenza da riconoscere, e l'ascolto diventa il modo per farlo.
Non è una lettura astratta. Lepori entrò a Hauterive nel 1984 e di quell'abbazia friburghese fu abate dal 1994: il silenzio, per un cistercense, non è una metafora ma scandisce la giornata. Nel testo racconta anche il proprio rapporto personale con il compositore, e conduce chi legge verso quello che chiama un ascolto capace di portare più in alto.
Ascoltare è una fatica
Un concerto costruito sul silenzio ha qualcosa di provocatorio in una fiera che in sei giorni raduna centinaia di migliaia di persone fra padiglioni, stand e altoparlanti. Pärt non offre consolazione facile: la sua musica chiede di rallentare, e chi la ascolta distrattamente non ci sente quasi nulla. Che a spiegarlo sia un monaco non è un dettaglio di colore, ma il riconoscimento che ascoltare si impara, e che c'è chi vi si dedica ogni giorno da quarant'anni. Il resto lo faranno gli archi, lunedì sera 24 agosto, in una sala che le bombe ridussero in macerie il 28 dicembre del 1943 e che ha riaperto nel 2018, dopo settantacinque anni di silenzio.
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Terra Santa al Meeting di Rimini: il custode Ielpo e il parroco di Gaza Romanelli
da Rimini, Federico Anzini
«Gaza è tritata», ha detto padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, collegato in video dalla sua chiesa di Gaza City con l'Auditorium del Meeting di Rimini, lunedì 24 agosto. L'immagine l'ha presa in prestito dallo tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano, con una differenza: là i soccorsi poi arrivarono. In fiera padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa; a moderare l’incontro dal titolo «Amare la Terra Santa», Alessandra Buzzetti, corrispondente di Tv2000 dalla Terra Santa.
Cinquecentoquarantuno
I numeri padre Romanelli li ha snocciolati quasi a memoria. Nella Striscia vivono due milioni e trecentomila persone, e «hanno bisogno assolutamente di tutto». I cristiani, cattolici e ortodossi insieme, sono oggi 541; prima del 7 ottobre 2023 erano poco più di millecento. Sessanta sono morti durante la guerra: ventitré «direttamente uccisi per azioni militari», altri ventitré «per mancanza di cura», quattordici erano molto anziani «ma comunque i dottori dicono che potevano vivere di più». Il resto se n'è andato. E l'urgenza non si attenua con il tempo: «se tu ti trovi in emergenza hai bisogno di una risposta immediata. Ogni giorno che si ritarda quella risposta [...] diventa peggiore». Con un'aggiunta che suona come un rimprovero ai media: «la catastrofe è sparita dai titoli dei giornali, però non è sparita per niente».
Una cisterna, tre generatori, mille alunni
La chiesa parrocchiale fu costruita sopra una cisterna alimentata da una sorgente. Durante la guerra quella cisterna «è stata miracolosa», dice il parroco: rifornisce d'acqua oltre quattrocento famiglie del quartiere, quasi tutte musulmane, più chiunque si presenti al cancello. Ma per pompare serve corrente, e «la pompiamo a prezzo d'oro». Dei tre generatori uno, quello della casa delle suore di Madre Teresa, è stato bombardato; un altro «è morto». Il diesel costa dieci euro al litro. Ogni ora di motore va divisa tra gli sfollati ospitati nel compound, la scuola, le due case delle Missionarie della Carità, l'acqua del quartiere e la clinica San Giuseppe, aperta un mese fa dal Patriarcato latino con l'Ordine di Malta. La scuola parrocchiale prima della guerra aveva duecentosettanta alunni; le altre due scuole cattoliche della Striscia non esistono più, così a settembre ne accoglierà circa mille.
«Non siamo eroi»
Sul perché siano rimasti, nonostante gli ordini di evacuazione e i testamenti già scritti, Romanelli ha tolto di mezzo le due spiegazioni più comode. «Non siamo degli eroi, e quindi delle volte crolliamo». E «non è una sfida politica, per niente». La ragione è un'altra: «ci è sembrata la risposta naturale, spiritualmente e umanamente parlando [...] il pastore deve essere con il suo gregge». Poi: «noi siamo qua per Gesù Cristo, per preservare la presenza eucaristica; l'altare di questa chiesa è un altare di pace». Il 17 luglio dell'anno scorso, quando un colpo dell'artiglieria israeliana centrò il complesso uccidendo tre persone della comunità, erano tutti in chiesa. «Nessuno, nessuno, nessuno ha chiesto vendetta, ma nemmeno giustizia, che tutto sommato è una cosa giusta chiedere. Tutti hanno chiesto perdono, misericordia, pace per tutti». E ancora: «inghiottire le lacrime è un ufficio di chi ama».
Le opere e il cuore
Padre Ielpo, custode dal giugno 2025 e alla guida di oltre trecento frati tra Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto e Cipro, ha detto che un tempo avrebbe cominciato elencando le opere della Custodia; adesso no: «faccio più fatica a elencare le opere, perché mi accorgo sempre di più che innanzitutto c'è un'opera che è ciascuno di noi, che è il mio cuore, che continuamente va costruita». Altrimenti, ha aggiunto, «saresti un'altra ONG tra le tante». A Betania, alle porte di Gerusalemme, tre frati giovanissimi hanno semplicemente cominciato a fare le cose insieme, «stimandosi, volendosi bene», e ora la parrocchia non riesce più a contenere i fedeli. Ai cristiani della Cisgiordania, ha spiegato, non serve anzitutto denaro: chiedono aiuto per ottenere un permesso di lavoro in Israele, «per poter portare a casa il pane per i loro figli». Leone XIV ha parlato di «emorragia cristiana». Da qui l'avvertenza del custode: se si sgancia la missione dalla dimensione vocazionale, si rischia «di fare violenza agli stessi cristiani che vivono lì», dicendo loro «dovete rimanere a tutti i costi».
A Gaza, intanto, resta un solo generatore funzionante «al quale chiediamo al Signore che gli dia lunga vita» ci dice padre Romanelli sorridendo. Ogni tanto lo accendono anche per far giocare i bambini, cristiani e musulmani, con acqua non potabile e un po' di detersivo pagato a prezzo d'oro. Una follia, in piena crisi idrica. «Delle volte puzza, ma non fa niente [...] tutti ridono, pure i grandi, pure io gioco con loro».
Incontro «Amare la Terra Santa» con padre Ielpo e padre Romanelli
Incontro «Israele-Palestina: esiste un'alternativa al conflitto?»
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Léon Harmel, una delle due mostre visitate da Leone XIV al Meeting di Rimini
da Rimini, Federico Anzini
Lo scriveva un padrone, non un sindacalista: «Il lavoro dell'uomo non è una merce ma un atto umano. Si offenderebbero la legge morale e l'equità se il salario arrivasse al punto di non assicurare più il pane quotidiano». Léon Harmel — origine belga, naturalizzato francese, nato nel 1829 e morto durante la prima guerra mondiale — lo metteva nero su bianco mentre mandava avanti un lanificio nella Marna. A lui è dedicata la mostra «Léon Harmel: la profezia di un'impresa», allestita alla 47esima edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli e realizzata dalla Fondazione Meeting. Sabato 22 agosto l'ha visitata Papa Leone XIV, accompagnato da uno dei curatori, Ubaldo Casotto.
Un'utopia realizzata nell'occhio del ciclone
Il Val-des-Bois non era un laboratorio protetto. Era una fabbrica dentro il mondo che ha raccontato Dickens: ciminiere, sfruttamento del lavoro anche minorile, tutela della salute pressoché inesistente, povertà endemica. Lì Harmel introdusse i consigli di fabbrica per far partecipare gli operai alla gestione, assegni familiari, congedo di maternità, cassa mutua per l'assistenza. Rese obbligatorio il riposo festivo, abolì il lavoro notturno, ridusse l'orario senza toccare la retribuzione. Attorno all'azienda crebbero case, scuole, casse di risparmio: opere che gli operai gestivano da sé. «La legge di Dio obbliga a fare di più di quanto esige la regola della domanda e dell'offerta», ripeteva. Le leggi del mercato vanno studiate, non adorate.
«Non un teorico, ma un realizzatore»
«Il nome di Léon Harmel si può certamente associare alla vicenda storica del cattolicesimo sociale francese dell'Ottocento», scrive la studiosa Rosanna Marsala. «Non fu un teorico in senso stretto, né un pensatore politico, bensì un realizzatore». Il suo primato, aggiunge, sta nell'aver realizzato per primo nella fabbrica laniera la corporazione cristiana. E il metodo aveva una direzione precisa: Harmel credeva «che la ricostruzione di una nuova solidarietà di vita può venire solo dal basso», e per questo si rivolgeva direttamente agli operai. Voleva un movimento operaio cristiano capace di incidere sulla legislazione e di puntare non solo agli interessi economici ma all'autonomia della classe operaia, «ricostruita con le sue stesse forze». Un'idea che, annota Marsala, perseguì per tutta la vita.
Della sua tempra restano le note personali: la stanchezza si può ignorare, si può vivere facendo finta che non ci sia. Continuò a reggere una mole di lavoro impressionante anche rimasto vedovo, con otto figli da crescere da solo. A Pio IX aveva scritto che «essere del proprio tempo, comprendere il proprio tempo, vivere con il proprio tempo» era il mezzo indispensabile per renderlo migliore.
Ventimila operai a Roma
Con Leone XIII il legame diventò più stretto. Secondo lo storico Iorwerth Prothero, il pensiero del Papa sulla condizione del lavoro fu influenzato dalla fabbrica e dagli scritti di Harmel. Nel 1891, al pellegrinaggio di ringraziamento a Roma per la Rerum novarum, si iscrissero in ventimila. «Harmel, voi siete uno di quelli che mi procura più consolazione», gli disse il pontefice. E ancora: «Quest'uomo mi ha procurato i migliori giorni del mio pontificato. Se tutte le fabbriche fossero come la sua, come tutto andrebbe bene!». Il cardinale Benoît-Marie Langénieux avrebbe poi dichiarato che il Papa aveva permesso di affermare solennemente che l'enciclica era il ringraziamento per i pellegrinaggi degli operai francesi.
I campanili, le panche e l'occasione mancata
A riportarlo alla luce era stato don Luigi Giussani, in un corso alla Cattolica di Milano, ricordano i curatori. «Se i cattolici industriali di allora invece o oltre che regalare i campanili o le panche alle chiese avessero preso sul serio l'enciclica, può darsi che il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune sarebbe stato profondamente diverso». Un giudizio duro, che riguarda un'occasione mancata: non la dottrina, ma la sua traduzione. Casotto ricorda che la riscoperta è ripartita dalla prima Messa di Leone XIV, quando il pontefice spiegò la scelta del nome ricollegandosi a Leone XIII.
Tradizione e innovazione, nello stesso uomo
L'altro curatore, Francesco Cassese, insiste su un punto che riguarda l'oggi più dell'Ottocento. «In lui la tradizione non coincide con la conservazione del passato, ma è capace di generare risposte nuove a problemi nuovi. È l'ancoraggio nella tradizione della Chiesa che gli permette di essere profondamente innovatore». Da qui il collegamento con la Magnifica humanitas, prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum e dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. «La convinzione che la fede investe tutta la realtà, la centralità della persona come criterio che deve guidare ogni progresso tecnologico e il metodo della sussidiarietà per valorizzare la responsabilità dei lavoratori sono delle costanti nell'operato di questo imprenditore illuminato», osserva Cassese, «e si ritrovano come capisaldi anche nella Magnifica humanitas».
Una profezia già accaduta
Al centro dello spazio espositivo c'è un telaio per tappeti in legno. Non è un cimelio: ricorda che tutto questo è nato in un capannone, tra la lana e le macchine, e non in un convegno. La parola profezia, nel titolo, non annuncia un futuro. Registra qualcosa che è già successo una volta, e questo cambia la natura della domanda che il visitatore si porta fuori: non più se sia possibile, ma come. Harmel non ha lasciato una teoria da discutere, ha lasciato dei numeri — orari, salari, un consiglio di fabbrica del 1883 — e il fatto che l'azienda abbia continuato a funzionare. Chi oggi guarda agli algoritmi con la sensazione di trovarsi in mezzo a una tempesta ha davanti un precedente che dice che la direzione è praticabile, e che il primo passo lo compie qualcuno che decide di farlo prima di sapere se conviene.
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Ucraina, il vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia: vogliamo la pace e siamo per la pace
Com'è possibile coltivare la speranza sotto le bombe? Com'è possibile convivere con il sentimento di impotenza senza cadere in un odio sfrenato verso l'altro?
Partono da queste domande le testimonianze di Yaryna Grusha, scrittrice ucraina che risiede stabilmente in Italia dal 2015, e del vescovo latino di Kharkiv-Zaporizhzhia, Pavlo Honcharuk, durante una tavola rotonda svoltasi oggi al Meeting di Rimini e intitolata "La speranza per l'Ucraina". Una sfida già nel titolo - dice Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l'amicizia fra i popoli e moderatore dell'incontro - per cercare di evitare il dubbio di un punto di domanda: "Perché già dall'anno scorso, riflettendo sulla guerra, spiega, è diventato chiaro che sono le persone, che vivono una speranza certa che permette loro di affrontare le ingiustizie, ad essere esse stesse la speranza. Sono loro che vivono la speranza".
La guerra come normalità
Di fronte alla brutalità del conflitto, scoppiato nel 2014 e diventato su larga scala a partire dall'invasione russa del 24 febbraio 2022, "semplicemente noi ogni giorno cerchiamo di sopravvivere", esordisce il vescovo Honcharuk. "Anche questa notte la mia città" è stata bersagio di missili. "I droni sono normali, arrivano ogni giorno, e quasi ogni giorno per 10-12 ore c’è un pericolo vero" a causa del quale "la gente non può uscire per strada", spiega. La guerra è la nuova normalità. "Però viviamo".
Honcharuk: l'odio uccide chi odia
Per non farsi sopraffare dall'odio, allora, occorre coltivare l'amore e chiedere che questo riempia il cuore, aggiunge il presule. "L’odio uccide chi odia. L’odio uccide il cuore della persona che porta quest’odio, e chi porta nel cuore l’odio non sopravviverà". Certo, riconosce, "abbiamo dolore, rabbia, forza per combattere: ma non permettiamo all’odio di entrarci nel cuore, perché esso rovina il pensiero e porta via la pace. La nostra forza invece è l’amore, per i nostri fratelli e sorelle, per le mogli… e questo ci spinge a difenderli" e a difendere il proprio Paese. "Non vogliamo essere ridotti a un organismo che poi viene chiamato a uccidere altri popoli", aggiunge. "Vogliamo la pace e noi siamo per la pace. Siamo stati educati secondo il Vangelo, sui valori cristiani, per i quali l’uomo e la donna sono padre e madre, per i quali ci sono figli e padri, e ciascuno ha una grande famiglia".
La persona è persona per l'amore
Quindi ritorna sul concetto di amore, che dà anche il titolo del Meeting: "Ciò che rende persona la persona è l’amore che c’è nel cuore", e fa un esempio: "La lampadina, di per sé, anche senza elettricità può essere bella, ma non ha senso; così il cuore della persona può essere ben costruito, ma se non ha dentro l’amore è vuoto, e Dio mette l’amore nel cuore per far risorgere in me, in ciascuno di noi, la persona. Solo allora questa crea la cultura e conserva una civiltà della vita". Il punto di partenza è che "io non posso cambiare il mondo - riconosce - ma importante è come sono io nel mondo", di fronte alla realtà e alla vita.
Grusha: la cultura fattore di speranza
Segno distintivo di speranza e riconoscimento tra i popoli è la cultura. "Con il mio libro - afferma Yaryna Grusha, che nel febbraio 2026 ha pubblicato per Bompiani "L'album blu" - desideravo anche provare ad avvicinare la cultura ucraina a quella italiana, volevo raccontare quanto è lunga e ricca la nostra storia". Grusha, che dal 2018 insegna Letteratura ucraina presso l'Università Statale di Milano, ma che è giunta in Italia una prima volta già a nove anni nell'ambito di un progetto di ospitalità e accoglienza per bambini allontanatisi con le famiglie dall'area di Cernobyl (dove nell'aprile 1986 esplose uno dei reattori della centrale nucleare), spiega che a suo parare "in Italia mancavano i tasselli per capire" il suo Paese, per impararne le ragioni e "comprendere perché le famiglie ucraine avessero deciso di resistere all’invasione russa. Ma questa storia di resistenza è profondamente radicata nell’Ucraina, fin dai tempi dell'Urss".
Ridurre gli spazi per fake news e propaganda
Il suo testo ripercorre le tappe della vita del popolo ucraino andando a ritroso a inizio Novecento, raccontando anche vicende autobigrafiche dei suoi nonni e amici, e passando attraverso le esperienze di quattro amici posti di fronte al destino e ai rivolgimenti della Storia, fino all'indipendenza nel 1991 e alla rivoluzione arancione e a quella della dignità (Euromaidan). "Volevo farci conoscere meglio, riducendo così gli spazi per fake news e propaganda", dice, confessando di essersi innamorata dell'italiano ascoltando la canzone "Felicità" di Al Bano e Romina Power: "Desideravo capire le particolarità della vostra lingua e scoprire così il significato della parola felicità", dice, spiegando di aver compreso "stando qui" la differenza tra la vita "in uno stato democratico e quella in uno stato autoritario", come quello dell'epoca sovietica, dove "non si potevano fare domande, si doveva mantenere il silenzio su tutto".
Il cuore come un autobus che al volante ha l'amore di Dio
La parte finale dell'incontro è dedicata al perdono, nelle circostanze di oggi. "Ci sono tre tappe: perdono, scusa, riconciliazione", osserva il vescovo di Kharkiv. "Il perdono lo do quando qualcuno me lo chiede; poi c'è la terza tappa che è la riconciliazione. E questa la vedo quando capisco il motivo del male nel mondo: il cuore è vuoto senza Dio, se non c’è l’amore. Attraverso il vuoto non passa il suono, non ci sono elementi che trasmettano la vibrazione, un cuore vuoto non sente la vibrazione dell’altro, e questo è il motivo delle guerre". Ma - conclude con una metafora - "il mio cuore è come un autobus, dove stanno seduti il dolore, la rabbia… ci sono tante cose. Al volante però deve stare seduto l’amore. Tante cose possono turbarmi e non è realistico pensare di non provare " sentimenti negativi. "Ma io sono una persona e devo preoccuparmi di rimanere persona: al volante deve esserci l’amore che viene da Dio".
fonte: vaticannews
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Meeting di Rimini, ragazzi ticinesi tra la testimonianza su Marco Gallo e lo stupore del cosmo
da Rimini, Federico Anzini
Una ventina di ragazzi ticinesi delle scuole medie, con le rispettive famiglie, nel fine settimana del 22 e 23 agosto erano presenti alla Fiera di Rimini, per il 47° Meeting per l'amicizia fra i popoli. Il gruppo di giovani che aderiscono alla proposta chiamata “I Cavalieri del ClanDestino” – compagnia cattolica di preadolescenti guidata da alcuni adulti – non sono arrivati a caso alla kermess romagnola: due appuntamenti – tra le moltissime proposte del Meeting - erano fissati in agenda. La testimonianza sul Servo di Dio Marco Gallo e la mostra «Wonder Bound – Incantati dalla meraviglia». «Abbiamo dato due appuntamenti legati un po' all’attività che abbiamo vissuto quest'anno», spiega Martino Laffranchini, di Massagno, fra gli adulti che hanno accompagnato il gruppo ticinese.
Una domanda scritta sul muro
Marco Gallo era nato a Chiavari nel 1994 ed è morto il 5 novembre 2011, a diciassette anni, investito da un'automobile mentre in motocicletta andava a scuola. La sera prima aveva scritto sul muro della camera, accanto al crocifisso, una frase presa dal Vangelo di Luca: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Il 7 marzo di quest'anno l'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha aperto il processo di beatificazione. A Rimini ne hanno parlato i genitori, Antonio Gallo e Paola Cevasco, con padre Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell'Ordine cistercense.
Ai ragazzi la storia di questo coetaneo – normale e straordinario - era stata raccontata già l'anno scorso durante i loro incontri. Il motivo? «Per vedere cosa significa essere santi, cioè essere felici», dice Laffranchini. «A un certo punto Marco capisce che il Dio cristiano è il Dio della circostanza e quindi comunica attraverso i fatti. Quello che devo fare è interrogare quello che incontro e aprire gli occhi, stare attento a tutto quello che mi accade. Scommettendo sul fatto che sarà il modo, il canale con cui Lui mi risponderà, cioè compirà la mia vita. Questo mi rilancia al mattino a entrare nella giornata con una prospettiva diversa».
Dodici pannelli e un cielo notturno
L'altro appuntamento è stato con una mostra nata dalla collaborazione fra la Specola Vaticana, la Johns Hopkins University e lo Space Telescope Science Institute: dodici pannelli di grande formato con immagini dei telescopi Hubble e James Webb, commentate dagli scienziati che guidano quelle ricerche, e un planetario dove guardare il cielo stellato con il naso all'insù. Anche qui il legame passa da un'amicizia. A presentare la mostra ai ragazzi è stato Aldo, astrofisico e volontario dell'esposizione, lo stesso che d'estate li aveva portati a osservare il cielo di notte durante una vacanza e a cui avevano chiesto di raccontare Artemis II, il volo che il 1° aprile ha riportato quattro astronauti attorno alla Luna per la prima volta dal 1972. Davanti ai pannelli Laffranchini descrive un capogiro: «La ragione mi porta a dover riconoscere che è una menzogna quella che dice che solo quello che tocco e vedo c'è e non c'è nient'altro». L'esempio è l'universo in espansione: «Ma dove si sta espandendo? Cosa c'è fuori?».
Il gusto di domandare
Domenica 23 agosto ha visto l'incontro «Don Giussani, un dono per il presente» dedicato al fondatore di CL, di cui in maggio si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione. Dal palco Davide Prosperi, presidente della Fraternità di CL, ha ricordato - tra le molte cose - che «non è vero che i ragazzi di oggi abbiano meno domande dei loro coetanei di settant'anni fa». Il pericolo, per lui, è altrove: «Il rischio più insidioso dell'era digitale non è che le macchine pensino come noi, ma che noi smettiamo di pensare. Che davanti a strumenti capaci di dare risposte immediate, apparentemente perfette, i ragazzi perdano il gusto di domandare». Nessun algoritmo, aggiunge, può avere a cuore il destino dei ragazzi. Le nozioni una macchina le trasmette anche meglio ma «comunicare un'ipotesi di significato richiede un rapporto vivo. Richiede una presenza. In cui l'adulto rischia la propria libertà davanti alla libertà del ragazzo».
Lo stupore non è una reazione che si insegna. Si può però creare l'occasione perché accada: un cielo di notte in vacanza, una storia di un coetaneo sulla via della santità, una mostra sul cosmo in un padiglione del meeting. Quello che i ragazzi ticinesi hanno trovato a Rimini, prima ancora delle immagini spettacolari di Hubble, sono stati degli adulti che c'erano, accanto a loro, con una proposta affascinante che ha sfidato la loro libertà.
MARCO GALLO: PIÙ VITA ALLA VITA
WONDER BOUND. DESTINATI ALLO STUPORE
DON GIUSSANI, UN DONO PER IL PRESENTE
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Il cardinale Pizzaballa: la Cisgiordania è una “terra senza legge”
La Cisgiordania è ormai "una terra senza legge", la tensione tra coloni e popolazione palestinese è in continuo aumento, e quanto accade resta "senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità". E che "ci sia una situazione di aggressione continua da parte dei coloni è un fatto assodato". Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, parla nell'ultimo giorno del Meeting per l'amicizia di Rimini, incontrando prima i giornalisti e poi dialogando con un gruppo di giovani. “L’Occidente - sottolinea il porporato - deve aiutare ad alzare un po’ lo sguardo, a creare delle prospettive, aiutare anche a calmare questa deriva continua con uno sforzo diplomatico sempre maggiore”, indicando come la diplomazia, nonostante “tutta la sua debolezza”, resti “l’unico modo per cercare di risolvere il conflitto che eviti l’uso delle armi, della violenza e della forza militare”. Lo sguardo del patriarca si volge a Gaza, dove la situazione “si è deteriorata tantissimo” e resta “umanamente molto devastata”, tuttavia resta "più stabile da un certo punto di vista, a livello politico si discute molto". Pizzaballa invita a non confondere la speranza con l’ottimismo o con l’attesa di una soluzione immediata: “Non dobbiamo confondere la speranza con ‘andrà tutto bene’ o con una soluzione politica. La speranza è qualcos’altro”. Nasce, spiega, “da dentro”, dagli incontri e dalle persone, “israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani”, proprio come avvenuto nei giorni di Meeting, che scelgono di mettersi in gioco “per fare qualcosa di bello, per aiutare, per sostenere, o anche semplicemente per rifiutare di deumanizzare l’altro”. La soluzione dei due Stati, Israele e Palestina, ribadita dal Papa, indica poi "è l'unico modo di riconoscere agli israeliani e ai palestinesi il diritto di avere una casa nella loro terra". "Prima o poi il Papa verrà in Terra Santa - indica - è questione di tempo. Penso che sia necessario preparare le condizioni per questa visita perché possa davvero portare frutto. Lavoreremo su questo insieme al Santo Padre ma credo che non si debba avere fretta e si debbano evitare anche gesti eclatanti che restano lì, ma deve essere inserita dentro un percorso significativo".
La logica deumanizzante della guerra
Nel dialogo con tre giovani, in conclusione di giornata, evento intitolato “Scrutando il cielo di Gerusalemme”, il porporato risponde alle domande di una studentessa milanese, di un ragazzo statunitense e di un liceale di origini ucraine che vive a Rimini, formulate sugli spunti offerti dalla sua Lettera pastorale “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”, pubblicata nell’aprile scorso e indirizzata alla sua diocesi, dislocata su Israele, Palestina, Giordania, Cipro. Occorre impedire, spiega rispondendo proprio al giovane dell'Ucraina, che la logica deumanizzante della guerra diventi "il tuo modo di pensare, di sopravvivere", poiché "la guerra ruba ai giovani gli anni più belli della loro vita, quando non toglie loro la vita stessa. È vero per l'Ucraina ma anche per il Medio Oriente. La guerra ha le sue dinamiche, ti abbrutiscono. L'altro viene esorcizzato perchè se l'altro è umano e ti è vicino diventa difficile colpirlo" e "la dinamica della guerra non deve impossessarsi della coscienza".
La pace non è uno slogan
Ciò che si rende necessiario, sottolinea poi Pizzaballa, è “evitare di ridurre la pace a slogan e anche approcci ingenui a una realtà complessa” come quella del Medio Oriente e non solo. Perché la pace richiede azione politiche le quali hanno le loro dinamiche. E tra l’altro la politica è fatta di equilibri, di interessi, relazioni di potere, ma il problema è quando si riduce a interessi di parte ed equilibri di forze, “e le conseguenze sono visibili”, spiega, aggiungendo che allora serve qualcuno che alzi la voce, “che ricordi qual è il bene comune”, il quale “non deve essere disatteso ed dimenticato”. E in Medio Oriente il senso del bene comune si è perso evidenzia il patriarca, e sembra che a guidare le istituzioni sia ciò che è buono per sé, per la propria parte politica. E allora i leader religiosi devono ricordarlo, la politica è anche la società civile e in un momento come questo, in cui le istituzioni politiche mostrano debolezza e incapacità di lavorare per il bene comune serve cambiare linguaggio.
Nel dolore esserci per gli altri
Al cardinale Pizzaballa viene chiesto anche come si affronta il dolore in una realtà come quella del Medio Oriente, come rimanere saldi. La risposta è guardare la croce, “il luogo dove Gesù umanamente fallisce ma che per noi è fonte di salvezza” e da dove scaturisce la risurrezione, con la premessa che il dolore che si vive è quello delle relazioni spezzate e per la violenza cui si assiste, per le persone che non ci sono più, per l’inadeguatezza avvertita di fronte a diverse situazioni, “perché non si può fare tutto” non si può arrivare dappertutto, non si può offrire aiuto come si vorrebbe. Nella preghiera è il luogo in cui consegnare la propria impotenza, dice il patriarca, e quando si cade, quando si pensa di non farcela più, guardare a Cristo e “ricominciare”. Nel dolore è importante non essere lasciati soli, più di tante parole conta esserci.
La speranza nasce dal cuore
E allora mantenere viva la speranza? Nel contesto mediorientale, “così lacerato, carico di odio, rancore, fatiche” non è facile coltivarla e il porporato precisa che “non è una soluzione ai problemi”, la quale, tra l’altro non si vede all’orizzonte. “Bisogna essere realisti perché la situazione è deteriorata” osserva, precisando che la speranza “non è l’attesa di qualcosa che deve venire da fuori, nasce dall’interno del cuore, è figlia della fede, è la coscienza di non essere soli, è, nella fede, la presenza dell’incontro con Cristo nella popolazione, nei volti, nelle associazioni, nelle comunità che si mettono in gioco per fare qualcosa insieme”. Come i ragazzi dell’Università pubblica di Gaza che il patriarca ha incontrato recentemente, pieni di vita e desiderio di vita - e “quello è fonte di speranza” - concordi nel ritenere che la violenza va rifiutata.
Il vero dialogo interreligioso è tra la gente
Tra gli interrogativi posti al cardinale Pizzaballa quello su come intendere “il vero dialogo interreligioso”. Si sviluppa se ciascuno non ha “paura di incontrare l’altro”, quando, convinti del proprio credo, non ci si sente minacciati, e ci si relaziona agli altri “senza pregiudizi”. Il porporato chiarisce di preferire l’espressione “dialogo interreligioso” e non “dialogo tra le religioni”, perché a parlarsi sono i credenti, partendo dalle proprie esperienze di fede” sono le comunità. Finora sono state le élite, a dialogare, di ebrei, cristiani e musulmani, osserva il patriarca, serve invece che il dialogo cresca tra la gente. “Dopo la guerra di Gaza non si può tornare come prima, ci sono state tante ferite, e incomprensioni” fa notare, e allora occorrono “occasioni a livello di territorio”, perché cresca il dialogo, “perché lì nasce e si crea qualcosa di bello e diverso”. E per guardare l’altro positivamente è necessario incontrarsi, non categorizzare, afferma Pizzaballa. “Ciascuno in Terra Santa si sente vittima e la sola vittima e questo è un circolo vizioso; l’altro diventa un nemico. La prima violenza nasce dal cuore e dalle parole” evidenzia il patriarca che invita a non categorizzare “ebrei, musulmani, palestinesi, credenti, non credenti”, bisogna, invece incontrare le persone, con le loro storie, emozioni, relazioni, “e questo aiuta a non generalizzare”. “Servono testimoni dentro le nostre comunità che permettano di superare i confini, che ci sono, ma che non devono essere impermeabili - sintetizza il porporato - servono persone che creino brecce”, bisogna uscire dal circolo vizioso del sentirsi uniche e sole vittime e del vedere gli altri come carnefici”.
Saper ascoltare più voci
Per capire e giudicare gli eventi oggi, di fronte alle molte polarizzazioni e alle fake news, Pizzaballa ritiene, poi, "che sia bene ascoltare più voci”, anche perché spesso gli algoritmi fanno leggere solo ciò che interessa a ciascuno, e allora è importante “ascoltare più voci, anche quelle che non si condividono, saper giudicare il linguaggio degli altri”, capire se è aggressivo e disumanizzante e quindi da non seguire; “ma è un lavoro da fare continuamente in Medio Oriente”, dove “nulla è come appare e tutto è molto complicato”.
La purificazione della memoria
Tra i temi della lettera pastorale del patriarca che vengono approfonditi durante il colloquio, ci si sofferma sulla “purificazione della memoria”. Per il patriarca latino di Gerusalemme “non significa dimenticare il passato, ma non si deve permettere che questo fatto di dolore e di ingiustizie segni il futuro, le interpretazioni della storia”. Ci sono narrazioni diverse in Medio Oriente, e possono anche non essere condivise, ma non si può negare la lettura dei fatti da parte degli altri, e si deve evitare, attraverso la lettura sbagliata della storia, di giustificare scelte di rancore per le generazioni future. “Dobbiamo consegnare un passato redento alle nuove generazioni - afferma il cardinale - questo è necessario e decisivo, a tutti i livelli: nelle università, nelle scuole, nelle moschee, nelle chiese, nelle famiglie”. Infine, di fronte all’indifferenza “serve la passione, che è contagiosa”, e ci vogliono pure “la gioia, l’amicizia”.
fonte: vaticannews
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COMMENTO
Meeting di Rimini 2026 si chiude nel segno dello stupore e della gratitudine
di Federico Anzini
Si è chiuso mercoledì 26 agosto, alla Fiera di Rimini, il 47° Meeting per l'amicizia fra i popoli: sei giorni con il titolo preso dall'ultimo verso della Divina Commedia, «L'amor che move il sole e l'altre stelle»: 900'000 presenze, 150 incontri, 13 mostre, 13 spettacoli, 3'300 volontari. La giornata che rimarrà nella storia è sicuramente quella di sabato 22, con la visita di Papa Leone XIV, secondo Pontefice a Rimini dopo Giovanni Paolo II nel 1982. Resta soprattutto la gratitudine. Per la cordialità con cui il Papa ha attraversato i padiglioni, per il tempo dato ai bambini, alle famiglie, ai volontari. Chi era lì ha avuto la sensazione di essere accolto, più che di accogliere.
Ventenni che ad agosto non vanno al mare
Il 58 per cento dei molti volontari - arrivati dall'Italia e dall'estero, Ticino compreso - aveva meno di trent'anni. Li incontri ovunque, all'ingresso, in coda, davanti a una sala già piena, e ti accolgono con una gioia contagiosa. Montano e smontano, servono ai punti di ristoro, indirizzano chi si perde fra i padiglioni, presidiano gli ingressi delle sale, lavorano dietro le quinte. Commuove vedere così tanta gioventù che, in pieno agosto, invece di stare al mare sono alla fiera a svolgere un servizio gratuito e così decisivo per la manifestazione riminese con umile protagonismo.
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Meeting di Rimini, ragazzi ticinesi tra la testimonianza su Marco Gallo e lo stupore del cosmo
Una ventina di adolescenti della Svizzera italiana, con le loro famiglie, nel fine settimana del 22 e 23 agosto, hanno scelto due appuntamenti: la testimonianza su un diciassettenne sulla via della santità e una mostra con le immagini dei telescopi Hubble e James Webb. Sullo sfondo la visita di Leone XIV.
Si entra incuriositi, si esce stupefatti
Le tredici mostre restano il luogo dove si capisce meglio come lavora il Meeting. Quest'anno il percorso su Agostino di Ippona, «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova»; l'Ecce Homo di Antonello da Messina; Søren Kierkegaard; il Libano fra ferite e convivenza; i dieci anni dal terremoto del Centro Italia; le missioni gesuitiche dei secoli XVI e XVII; Tolkien e Harry Potter.
Poi i nomi che quasi nessuno conosce, entrando. Léon Harmel, industriale francese dell'Ottocento che anticipò parecchi principi della dottrina sociale della Chiesa. Madeleine Delbrêl, che il Vangelo lo visse dentro la città operaia. Suor Clare Crockett, irlandese, morta nel terremoto dell'Ecuador nel 2016 dopo aver lasciato il mondo dello spettacolo. Si entra per curiosità, si esce con la sensazione di aver incontrato qualcuno di importante, che ha parlato al proprio cuore.
Perché questo accada bisogna essere accompagnati: da soli, davanti a un pannello, si raccolgono nozioni. Il passaggio lo fanno le guide, volontarie e spesso giovanissime, che ti prendono all'ingresso e ti portano dentro il tema. Parlano di cose grandi con una semplicità che spiazza. E sorridono, liete nonostante la fatica.
Un crocevia, non un'enclave
Nel discorso del 22 agosto Leone XIV ha riconosciuto al Meeting di non essersi chiuso in «una sorta di enclave» e di essere diventato «un crocevia per la Chiesa e per la società». Ha anche detto che «occorrono pionieri coraggiosi», capaci di cominciare dalla propria inversione di rotta. Da quella frase la Fondazione ha ricavato il titolo della 48esima edizione, in programma dal 20 al 25 agosto 2027: «Pionieri coraggiosi per custodire l'umano».
Custodire l'umano, appunto. Quello che porto via dalla 47esima edizione è un modo di guardare la realtà. Il Meeting è un luogo che educa, cioè tira fuori il meglio delle persone: di chi accompagna e di chi si lascia accompagnare. Si torna a casa con una speranza rinnovata e con la convinzione che sia un piccolo miracolo passare sei giorni d'agosto ad ascoltare e a discutere insieme di temi anche complessi, invece di arrendersi all’indifferenza. Quel miracolo va portato dove ciascuno è chiamato a vivere: un'aula, un ufficio, una casa, una parrocchia.
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