Viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna
Papa Leone XIV sarà in Spagna dal 6 al 12 giugno 2026. Nella terra di Sant'Ignazio di Loyola e Santa Teresa d'Avila, la Chiesa appare onnipresente e al contempo in crisi, vivendo momenti di declino e di rinascita.
Programma del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna
L’aereo di Leone XIV è atterrato a Roma, concluso il viaggio in Spagna
Dalle Canarie l'anatema di Leone contro i trafficanti di esseri umani: "Fermatevi! Convertitevi!"
Barcellona, la croce più alta del mondo brilla sulla città di Gaudí
Ai carcerati e ai poveri di Barcellona, Leone porta il volto di una Chiesa che non volta le spalle
Barcellona abbraccia Leone XIV: unità, giovani e il coraggio di guardare in alto
Alcune considerazioni sulla fede cristiana dopo la processione eucaristica con il Papa a Madrid
Il Papa in Spagna ha incontrato in forma privata sei vittime di abuso da parte di membri del clero
Il Papa ai vescovi spagnoli: nelle polarizzazioni la Chiesa testimoni l'unità nella pluralità
Il Papa al Parlamento spagnolo: una società giusta difende ogni vita umana
Il Papa: università ed economia al servizio della persona, no a un'arte per pochi
Il Papa a Madrid: no a una fede privata e comoda, siate costruttori di speranza
Leone a mezzo milione di giovani con lui a Madrid: "Le ideologie passano, mentre la Verità resta"
Viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna
Papa Leone XIV sarà in Spagna dal 6 al 12 giugno 2026. Nella terra di Sant'Ignazio di Loyola e Santa Teresa d'Avila, la Chiesa appare onnipresente e al contempo in crisi, vivendo momenti di declino e di rinascita.
Programma del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna
In corso il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna (6-12 giugno 2026). Il programma tocca Madrid, Barcellona, Montserrat e le Canarie, includendo incontri con istituzioni, giovani, Parlamento e volontari. Questo spazio raccoglie le tappe e tutti i discorsi papali.
L’aereo di Leone XIV è atterrato a Roma, concluso il viaggio in Spagna
Si è concluso il quarto viaggio apostolico del Papa statunitense, atterrato all'aeroporto di Fiumicino alle 23:05 su un Falcon militare offerto da re Felipe VI. Il volo è partito da Tenerife in ritardo per un guasto tecnico che ha costretto a sostituire l'aereo. Niente conferenza stampa a bordo poiché i giornalisti viaggiavano su un volo separato.
Dalle Canarie l'anatema di Leone contro i trafficanti di esseri umani: "Fermatevi! Convertitevi!"
“Fermatevi! Convertitevi!”. È la “parola chiara” di Leone XIV, a Tenerife, rivolta “a coloro che approfittano della disperazione; organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare"
Barcellona, la croce più alta del mondo brilla sulla città di Gaudí
Nel centenario della scomparsa di Gaudí, il Pontefice ha benedetto la Torre di Gesù Cristo della cattedrale catalana, portata ora a 172,5 metri — record assoluto tra le strutture sacre. L'omelia ha condannato la guerra con parole dirette. Questa mattina, 11 giugno, la partenza per le Gran Canarie, dove lo attendono i migranti.
Ai carcerati e ai poveri di Barcellona, Leone porta il volto di una Chiesa che non volta le spalle
Quinta giornata del viaggio apostolico in Spagna: il Papa visita il carcere di Brians 1, il santuario di Montserrat e la "cattedrale dei poveri" di Sant'Agustí. Tre tappe, un solo filo rosso: la misericordia come risposta al dolore del mondo.
Barcellona abbraccia Leone XIV: unità, giovani e il coraggio di guardare in alto
Il Pontefice ha attraversato la città catalana pregando nella cattedrale gotica e alla veglia allo stadio olimpico davanti a quarantamila giovani. Ha ascoltato testimonianze di violenza familiare e ricerca di senso, rispondendo senza eufemismi. Sullo sfondo, un messaggio sull'unità che intreccia la storia e le urgenze del presente.
Alcune considerazioni sulla fede cristiana dopo la processione eucaristica con il Papa a Madrid
Il Santissimo Sacramento portato dal Papa per 40 minuti nelle vie della città tra una folla di un milione e duecentomila persone che messaggio trasmette? «La religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi», ha detto il Papa. Alcune chiavi di lettura.
Il Papa in Spagna ha incontrato in forma privata sei vittime di abuso da parte di membri del clero
“Nel corso della conversazione, durata quasi un’ora, a partire dalle proprie dolorose vicende personali ciascuno dei presenti ha offerto al Papa alcune proposte per rendere più efficace la risposta della Chiesa a casi così drammatici”, rende noto la Sala Stampa.
Il Papa ai vescovi spagnoli: nelle polarizzazioni la Chiesa testimoni l'unità nella pluralità
All'incontro con i presuli spagnoli, nella sede della Conferenza episcopale di Madrid, Leone XIV esorta a proseguire il cammino sinodale intrapreso, ad aprirsi al dialogo con tutti, a creare realtà capaci di comunicare la propria esperienza di fede, a fare comunione, sanando le fratture e accompagnando il Popolo di Dio.
Il Papa al Parlamento spagnolo: una società giusta difende ogni vita umana
Leone XIV esorta alla pace attraverso il coraggio del negoziato, denunciando il riarmo in Europa e nel mondo: "La vera sicurezza nasce dal rispetto del diritto internazionale". Invoca la difesa della vita e della famiglia, come pure la tutela della libertà di religione. Chiede risposte concrete per il dramma migratorio.
Il Papa: università ed economia al servizio della persona, no a un'arte per pochi
All’incontro “Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport” nel Movistar Arena di Madrid, al crepuscolo del secondo giorno del suo viaggio apostolico in Spagna, Leone XIV si chiede “cosa sta fiorendo e appassendo silenziosamente nella nostra società?”
Il Papa a Madrid: no a una fede privata e comoda, siate costruttori di speranza
Nessuno può inginocchiarsi davanti al Signore e disprezzare il fratello, afferma il Pontefice davanti a 1 milione e 200mila fedeli alla Santa Messa a Plaza de Cibeles. Al termine della celebrazione, la solenne processione del Corpus Domini per le strade della città.
Leone a mezzo milione di giovani con lui a Madrid: "Le ideologie passano, mentre la Verità resta"
Mezzo milioni di giovani in dialogo col Papa vicini al cuore della Madrid calcistica, nei viali attorno allo stadio Bernabeu. Un’immensa cattedrale all’aperto per una liturgia che finisce nella notte con una spettacolare adorazione eucaristica. "Questa è la gioventù di Cristo, questa è la gioventù della Chiesa, questa è la gioventù del Papa!".
Programma del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna
Sabato, 6 giugno 2026
ROMA - MADRID
12:30 | INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Palazzo Reale di Madrid |
18:00 | VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DAL PROGETTO SOCIALE “CEDIA 24 HORAS” presso il Centro di Informazione e Accoglienza |
20:30 | VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI in “Plaza de Lima” |
Domenica, 7 giugno 2026
MADRID
10:00 | SANTA MESSA in “Plaza de Cibeles” Processione del Corpus Domini |
18:00 | INCONTRO “TESSERE RETI CON IL MONDO DELLA CULTURA, DELL’ARTE, DELL’ECONOMIA E DELLO SPORT” nella “Movistar Arena” |
Lunedì, 8 giugno 2026
MADRID
10:30 | INCONTRO CON I MEMBRI DEL PARLAMENTO SPAGNOLO al Congresso dei Deputati |
11:30 | INCONTRO CON I VESCOVI DELLA SPAGNA nella sede della Conferenza Episcopale |
18:00 | PREGHIERA E OMAGGIO ALLA VERGINE DELL'ALMUDENA nella Cattedrale di Santa Maria dell'Almudena |
19:00 | INCONTRO CON LA COMUNITÀ DIOCESANA nello Stadio “Santiago Bernabéu” |
Martedì, 9 giugno 2026
MADRID - BARCELLONA
13:00 | PREGHIERA DELL’ORA MEDIA nella Cattedrale della Santa Croce e Sant'Eulalia |
20:00 | VEGLIA DI PREGHIERA allo Stadio Olimpico “Lluís Companys” |
Mercoledì, 10 giugno 2026
BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA
10:50 | |
12:00 | PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO nell’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat |
16:30 | INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE nella Chiesa di San Agustí |
19:30 | SANTA MESSA nella Basilica della Sagrada Família Inaugurazione della torre di Gesù Cristo |
Giovedì, 11 giugno 2026
BARCELLONA – LAS PALMAS DE GRAN CANARIA
11:40 | INCONTRO CON LE REALTÀ DI ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI nel porto di Arguineguín |
13:30 | INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI nella Cattedrale di Sant’Anna |
18:30 | SANTA MESSA nello Stadio di Gran Canaria |
Venerdì, 12 giugno 2026
LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – SANTA CRUZ DE TENERIFE – ROMA
09:30 | |
10:10 | INCONTRO CON LE REALTÀ DI INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI in “Plaza del Cristo de La Laguna ” |
12:15 | SANTA MESSA nel porto di Santa Cruz de Tenerife |
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17/07/2026 - 10:00
A Morbio Inferiore la Novena in preparazione alla Festa di Santa Maria dei Miracoli
Anche quest'anno il Santuario di Morbio Inferiore si prepara a vivere la Novena, che inizierà il 20 luglio, in vista della Festa di Santa Maria dei Miracoli, in programma mercoledì 29 luglio. Il 24 e 25 luglio ci sarà la decima edizione del pellegrinaggio notturno da Melide via diverse località del Mendrisiotto fino al Santuario.
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I lefebvraini non ci stanno e fanno ricorso contro la scomunica di Roma
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Don Agnell Rickenmann è andato in Cielo. Fu anche docente alla Facoltà di teologia di Lugano
I vescovi svizzeri annunciano il 21 luglio in un comunicato che il già segretario dei vescovi svizzeri, professore di teologia a Lugano e Lucerna, già rettore del Seminario San Beat a Lucerna e canonico della Cattedrale di Basilea, si è spento dopo una difficile malattia a 63 anni . Dal 2024 viveva in un eremo vicino a Engelberg.
L’aereo di Leone XIV è atterrato a Roma, concluso il viaggio in Spagna
Alle 23.05 il Falcon militare offerto dal re Felipe VI con a bordo il Pontefice e il suo seguito più stretto è arrivato all’aeroporto romano di Fiumicino. Dopo qualche minuto il rientro in auto in Vaticano. Dopo il guasto al motore dell’aereo Iberia Airbus A320 che lo avrebbe dovuto riportare a Roma da Tenerife, Papa Leone XIV è volato a Roma con l’aereo del re di Spagna, offerto gentilmente da sua maestà. L’aereo è partito alle 18.05 (ora locale, le 19.05 in Italia). Il personale della Santa Sede e i giornalisti del volo papale, ha comunicato la Sala Stampa Vaticana, stanno facendo ritorno in Italia con un altro aereo messo a disposizione da IBERIA.
I telegrammi ai capi di Stato dei Paesi sorvolati
Mentre il Papa era in volo, sono stati resi noti i telegrammi inviati ai capi di stato di Spagna e dei Paesi sorvolati dall’aereo papale. A re Felipe VI, il Pontefice ha espresso ancora una volta la sua gratitudine al sovrano, “alle autorità e al popolo spagnolo per la calorosa accoglienza e la generosa ospitalità che mi sono state riservate durante questa visita”. Assicurando al re e a tutti gli spagnoli le sue continue preghiere per la pace e l’unità della Nazione, Leone XIV ha invocato su ciascuno abbondanti benedizioni divine. Al re del Marocco Mohammed VI., e al suo popolo, il Pontefice rinnova i suoi migliori auguri, assicurando le sue preghiere “per il bene del Regno”. Al presidente italiano Sergio Mattarella, il Papa ha scritto che in Spagna ha avuto la gioia “di sperimentare la fede viva di quell’amato popolo che, radicato nei valori evangelici, ancora oggi si contraddistingue per lo spirito di accoglienza e la cristiana fraternità”. E ha assicurato la sua costante preghiera “per la diletta Nazione italiana”.
La discesa del Papa dal primo aereo
Si è concluso così, in modo inedito, dopo 7 giorni, il quarto viaggio apostolico internazionale di Leone XIV all’aeroporto di Tenerife Norte – Los Rodeos. Un viaggio che lo ha portato in Spagna dal 6 al 12 giugno. Una partenza che è stata a lungo rimandata per un problema tecnico al motore del velivolo Iberia Airbus A320. Avviata la procedura di decollo intorno alle 16.15 ora locale (le 17.15 italiane), con già più di un ora di ritardo, poco dopo è stata riportata la scaletta e il Papa è stato accompagnato nuovamente nella sala vip dell’aeroporto da re Felipe VI che lo aveva salutato poco prima. Poco dopo sono scesi anche il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e gli altri porporati e vescovi del seguito papale.
La mancata conferenza stampa in volo
Sul volo per Roma, lungo 3.036 chilometri, e della durata prevista di 4 ore e 40, non si è così svolta la tradizionale conferenza stampa con gli 80 giornalisti che hanno accompagnato il Pontefice in tutte le tappe del suo viaggio, da Madrid a Barcellona, da Gran Canaria a Tenerife.
Il messaggio dei due giorni del Papa alle Canarie
Il Successore di Pietro nei due giorni finali del viaggio in Spagna, con le tappe a Gran Canaria e Tenerife, ha voluto portare a compimento il desiderio di un viaggio espresso da Papa Francesco, segnando una pietra miliare del suo pontificato. Negli incontri con i migranti ha sottolineato che il denaro strappato a questi fratelli poveri non darà pace, né onore, né futuro. Ha ammonito i trafficanti di esseri umani, riprendendo san Paolo nella seconda Lettera ai Corinti, che per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, “dovrete comparire davanti alla giustizia divina”.
Le tappe del viaggio in Spagna
Il quarto viaggio apostolico internazionale di Papa Leone ha avuto un programma molto intenso, dall'incontro con i monarchi Felipe VI e Letizia a Madrid, alla Messa del Corpus Domini in Plaza Cibeles, con oltre 1 milione e 200mila persone. Il Papa ha anche guidato una veglia con 600mila giovani e incontrato la comunità diocesana allo Stadio Bernabeu, tenendo poi uno storico discorso, il primo per un Pontefice, nel parlamento spagnolo. A Barcellona poi ha visitato il Monastero di Montserrat, richiamando il valore della cultura e della spiritualità, e presieduto la cerimonia solenne nella Sagrada Familia per l’inaugurazione e la benedizione della Torre di Gesù, che fa della basilica la più alta Chiesa nel mondo, nel centenario della morte del suo architetto, Antoni Gaudì.
fonte: vaticannews
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Dalle Canarie l'anatema di Leone contro i trafficanti di esseri umani: "Fermatevi! Convertitevi!"
“Fermatevi! Convertitevi!”. E’ la “parola chiara” e il forte appello pronunciato da Leone XIV, nella Plaza de Cristo di San Cristobal de la Laguna, a Tenerife, ultima tappa del suo viaggio apostolico in Spagna, e rivolto “a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare”.
“Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a lui”,
tuona il primo papa ad aver raggiunto le Isole Canarie, davanti a centinaia di migranti accolti nella frontiera Sud d’Europa, in un mare che ha visto e vede morire molti loro fratelli e sorelle in cerca di speranza e di un futuro migliore, inghiottiti dalla rotta atlantica: “Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro”, il monito ai trafficanti:
“Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina.
Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione”. “L’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana”, garantisce il Papa: “L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato”. “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare”, ribadisce il Pontefice:
“ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana”.
Perché non ci sono solo i morti: “esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità”.
“Integrare significa impedire questo secondo naufragio”,
spiega il Papa in un discorso che è una vera e propria lezione sull’integrazione: “Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”. “L’’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso”, la tesi di Leone XIV: “il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade”.
La solidarietà non è filantropia
La solidarietà non è filantropia, e la presa in carico dei migranti è un processo: “L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro”. “Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria”, precisa Leone XIV:
“Non significa nemmeno creare mondi paralleli,
chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”.
Cosa vuol dire accogliere il migrante?
Ai migranti, il Papa chiede di aprirsi con fiducia alla comunità che li accoglie, “imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”. Ogni società che accoglie, a sua volta, “ha dei doveri nei confronti di chi arriva”, perché i migranti sono “persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire”: “Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato”.
Ma i migranti, per Leone XIV, “cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime”.
Di qui il ringraziamento “alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione”, ma anche ai “tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla”.
Nella Messa a Porto di Cruz:” lasciatevi evangelizzare da loro”
È l’invito ai presenti, rilanciato anche nell’omelia della messa nel Porto di Santa Cruz. “L’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario”, l’indicazione di rotta per i cattolici: “Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione, e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona”. La seconda e ultima giornata nelle Canarie è cominciata con l’incontro con centinaia di migranti del Centro Las Reisas alcuni salutati uno per uno dal Papa, che è entrato in una delle tende dove sono accolti: “Tutti siamo migranti. Al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità”.
In serata il rientro del Papa a Roma.
fonte: sir/redazionecatt
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Barcellona, la croce più alta del mondo brilla sulla città di Gaudí
Quando la croce che corona la Torre di Gesù Cristo si è accesa nella notte di Barcellona, illuminando il cielo sopra l'Eixample come un faro aperto sul Mediterraneo, centoventimila persone hanno trattenuto il fiato. Ieri, 10 giugno, centenario della morte di Antoni Gaudí, è stato il giorno scelto da Leone XIV per compiere il gesto più atteso della sua visita in Spagna, benedire il pinnacolo più alto di una delle architetture più straordinarie della storia umana. Con i suoi 172,5 metri, la Sagrada Família è diventata ufficialmente l'edificio religioso più alto del mondo. Ma il Papa ha subito sgomberato il campo da ogni tentazione di trionfalismo: questa torre non è un primato, è una luce. E una luce ha senso solo se illumina qualcuno.
Una «foresta pietrificata» al centro della festa
All'interno della basilica, novemila fedeli stipati nella navata principale hanno assistito alla Messa, mentre altri centomila attendevano fuori, sui marciapiedi e nelle piazze circostanti. L'interno della Sagrada Família è, come scriveva Gaudí stesso, «un grande bosco pietrificato»: le colonne ramificano verso l'alto come alberi, le vetrate trasformano la luce in colore e il colore in catechesi. «Questa chiesa — ha detto Leone XIV nell'omelia in catalano e spagnolo — è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest'opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine.»
La basilica, consacrata da Benedetto XVI nel novembre del 2010, è ancora un cantiere: a oggi ne risulta completato circa il settanta per cento. Una incompiutezza che il Papa ha riletto in chiave teologica senza retorica: «Non abitiamo un'opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza.»
Non si può credere in Gesù e fare la guerra
L'omelia di Leone XIV non si è limitata allo splendore architettonico. Davanti alle autorità spagnole — il re Felipe VI e la regina Letizia, il premier Pedro Sánchez — il Pontefice ha pronunciato parole nette, prive di ambiguità diplomatica: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l'innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.»
La Croce posta in cima alla torre, ha spiegato il Papa, non è un simbolo di potere: «È la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno.» E ancora: «La torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza.»
Valentina, la bambina che vede più in alto
Una delle scene più sorprendenti della giornata non è avvenuta sull'altare né durante la benedizione. Prima della Messa, una bambina non vedente di nome Valentina, invitata dall'associazione ONCE — che opera in Spagna a sostegno dei non vedenti — ha spiegato al Papa il progetto architettonico della torre attraverso il tatto, sfiorando un modellino con movimento ascensionale. Con il suo linguaggio preciso e poetico, Valentina ha raccontato come la croce sommitale, rivestita di circa quindicimila pezzi di ceramica bianca smaltata e di vetro, sia stata concepita da Gaudí perché «da quel vetro poteva uscire una luce a forma di raggio. E poiché esce dai quattro bracci della Torre, simboleggia l'ombrello protettivo della città di Barcellona: Dio protegge la città con questo ombrello e abbraccia i barcellonesi». Chi non vede, alle volte, vede di più.
La notte si illumina: il genio di Gaudí e la firma del Papa
Al termine della Messa, il corteo papale si è diretto verso la tribuna esterna attraverso la scalinata della facciata della Natività, rivolta a oriente. Davanti a centoventimila persone, Leone XIV ha pronunciato la benedizione: «Fa' che i tuoi figli, volgendo lo sguardo alla croce del Redentore che corona questa basilica della Sagrada Família, attingano i frutti della salvezza e testimonino la gioia che da quest'alba della vita è venuta.»
Poi, il momento atteso. La musica dell'orchestra, il canto corale dei pueri cantores, i giochi di luce che hanno attraversato il corpo della basilica dall'interno, e infine la croce accesa nella notte, esattamente come Gaudí aveva desiderato: «deve risplendere di giorno e illuminare la notte». Un'esplosione di fuochi d'artificio ha temporaneamente cancellato dalla vista il profilo maestoso dell'edificio, prima che tornasse a emergere nell'oscurità, mentre migliaia di luci a led disegnavano nell'aria il volto del venerabile architetto.
Un volo verso le Canarie, con lo stesso sguardo
Questa mattina, alle 8:45, Leone XIV è decollato dall'aeroporto di Barcellona diretto a Las Palmas de Gran Canaria, dove lo attende l'incontro con le realtà di accoglienza dei migranti nel porto di Arguineguín — il cosiddetto «porto della vergogna» del 2020. Dal pinnacolo più alto del mondo alla riva dove approdano i più poveri: è forse questo il movimento più eloquente del viaggio apostolico in Spagna. La frase con cui Gaudí riassumeva il suo metodo — Primer l'amor, despres la tecnica, prima l'amore, poi la tecnica — sembra fatta per descrivere anche questo pontificato.
fonte: aggenzie/catt.ch
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Martedì 10 giugno, quinta giornata del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna, si è rivelata forse la più densa di umanità dell'intero pellegrinaggio. Prima le mura di un carcere, poi la roccia millenaria di Montserrat, infine i vicoli del quartiere Raval di Barcellona: tre luoghi lontanissimi per geografia e simbolismo, eppure uniti dalla stessa domanda che il Pontefice sembra portarsi dentro — e restituire trasformata in risposta. Come si fa a sperare quando il dolore sembra più grande delle proprie forze? Leone XIV non offre risposte facili. Offre prima di tutto la sua presenza.
Dietro le sbarre, una libertà inattesa
La prima tappa della giornata è il centro penitenziario di custodia cautelare "Brians 1", nel comune di Sant Esteve Sesrovires, a oltre quaranta chilometri da Barcellona. Ad accogliere il Papa sono circa un migliaio di uomini e centocinquanta donne in attesa di giudizio, insieme a detenuti dei centri Brians 2 e Wad Ras, rappresentanza della comunità cristiana dei penitenziari catalani.
Nella sala conferenze del carcere — allestita attorno al versetto del Vangelo di Matteo «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» — Leone XIV ascolta le testimonianze di due donne detenute, Montse e Josefina. Storie che hanno i tratti del paradosso evangelico: la reclusione fisica che diventa, attraverso la fede, cammino verso una libertà interiore.
Montse racconta di aver trovato, tra quelle mura, ciò che anni di ricerca fuori non le avevano dato: la fede. «Per molto tempo avevo cercato di credere in Dio e non ci ero riuscita. In realtà la vita non me lo aveva permesso». La perdita di persone care l'aveva portata a uno scontro con quell'appiglio che proprio esse le avevano trasmesso. Oggi è libera dal fardello del rancore. E dorme: lei che soffriva di un'insonnia così grave che né farmaci né ricoveri riuscivano a placare. «Una notte, tenendo in mano una croce, sono riuscita a dormire. So che è stato Gesù ad aiutarmi».
Josefina, invece, racconta di un figlio che ha rischiato la vita e di una fede messa alla prova dall'impulsività e dal dolore. «Mio figlio è sopravvissuto ed è oggi un miracolo. E io crederò sempre che è stato Dio. È sempre Dio; altrimenti non so come avrei potuto resistere».
Il Papa, visibilmente commosso, risponde con parole che non cercano di edulcorare la realtà. «Gli errori della vita non determinano l'identità di una persona», dice. E ancora, rivolgendosi direttamente ai detenuti presenti: «Quando vi verrà la tentazione di sentirvi inferiori o penserete che non valga la pena andare avanti, alzate lo sguardo» verso Colui che non smette mai di mostrare amore e vicinanza. Citando sant'Agostino, Leone XIV invita a confidare nella grazia divina perché «il passato» non condanna «il futuro», anzi offre «la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte».
L'incontro si chiude con un'ovazione e con un dono del Pontefice: un'icona della Madonna di Kazan di Fatima, affinché — spiega a braccio — resti «l'immagine della nostra Madre Maria, la Vergine che ci accompagna sempre con l'amore di una Madre che non dimentica mai i suoi figli».
Sulla roccia di Montserrat, la preghiera del pellegrino
Dal carcere al santuario. Leone XIV sale poi a Montserrat, uno dei centri spirituali più caratteristici della Spagna e cuore pulsante della devozione catalana, per la recita del Santo Rosario davanti alla Vergine Moreneta. Ad accoglierlo sono il vescovo di Sant Feliu de Llobregat, Xabier Gómez, e l'abate benedettino padre Manuel Gasch i Hurios, che con commozione ricorda la missione del monastero millenario: essere, come disse san Giovanni Paolo II, «antenna permanente della buona novella della nostra salvezza». L'abate ringrazia il Papa per «la radicalità della sua denuncia della violenza» e auspica che Montserrat possa restare «il luogo dove l'uomo ritrova sé stesso e contribuisce a costruire un mondo di pace».
Nella "cattedrale dei poveri", le domande di Renzo
La sera porta Leone XIV nella chiesa di Sant'Agustí, nel cuore del quartiere Raval — zona tra le più fragili di Barcellona per povertà, immigrazione ed esclusione sociale — soprannominata «cattedrale dei poveri». Qui, tre testimonianze raccontano il volto concreto della carità diocesana.
Cristina, segretaria generale della Caritas diocesana, descrive oltre 63mila persone sostenute nel 2025: famiglie in subaffitto, anziani soli, lavoratori precari. Xavier, direttore di Obinso, ente di integrazione per persone con dipendenze, ricorda la saggezza del fondatore padre Pere Cornelles: «Non si tratta tanto di risolvere le vite delle persone quanto di non voltare loro le spalle». Encarna, religiosa adoratrice, porta le storie delle vittime di tratta: donne fuggite da violenze e guerre, ricadute in un'altra forma di schiavitù. «Donne capaci di celebrare la vita, mostrandoci che il male non ha l'ultima parola».
Ma la voce più disarmante è quella di Renzo, sei anni, che in una lettera pone al Papa le domande che nessun adulto osa più fare: perché ci sono poveri e ricchi? Perché i nonni restano soli? «Bisogna perdonare sempre?»
Una giornata che resterà
Tre luoghi, tre fotografie dell'umanità ferita. Leone XIV le ha attraversate tutte senza schivare il peso che ciascuna portava. Ha lasciato a ogni tappa non risposte definitive, ma la certezza di uno sguardo che non si distoglie. «Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore»: parole dette ai detenuti di Brians 1, ma risuonate, in modi diversi, anche sui sentieri di Montserrat e tra i poveri del Raval. È forse questa la cifra più autentica del pontificato di Leone XIV: una Chiesa che non gestisce la misericordia dall'alto, ma scende — fisicamente — là dove il dolore abita.
fonte: agenzie/catt.ch
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Barcellona abbraccia Leone XIV: unità, giovani e il coraggio di guardare in alto
Quando l'auto del Papa ha imboccato le strade di Barcellona nel pomeriggio del 9 giugno, migliaia di fedeli con ombrelli aperti contro il sole aspettavano già davanti al sagrato della cattedrale della Santa Croce e Sant'Eulalia. Con i 23 gradi miti della città catalana, c'era chi saltava, chi cantava, chi agitava bandiere vaticane e spagnole. Leone XIV si è voltato verso di loro, ha alzato la mano in segno di saluto, ed è entrato tra le volte gotiche di uno degli edifici simbolo della Catalogna. Era il quarto giorno del suo quarto viaggio apostolico, e Barcellona lo attendeva con tutta la sua vitalità.
Nella cattedrale gotica: la Chiesa come corpo vivo
La tappa alla cattedrale, costruita tra il XIII e il XV secolo, non era una visita di cortesia. Leone XIV vi ha presieduto la preghiera dell'Ora Media, e la sua omelia — letta alternatamente in spagnolo e catalano — ha subito fissato il tema portante dell'intera giornata: l'unità. Partendo dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi, in cui l'apostolo paragona la Chiesa a un corpo umano con molte membra, il Papa ha sviluppato una riflessione densa e concreta.
"La Chiesa è frutto di un atto d'amore che la precede e che viene da Dio", ha detto Leone XIV, "e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell'amore." Non una metafora astratta, ma una grammatica dell'azione quotidiana: "Per noi lavorare insieme non è una scelta di 'stile', ma una necessità fisiologica."
Il Papa ha richiamato il predecessore Francesco — che nell'8 dicembre 2021 aveva inviato un videomessaggio in occasione dell'inaugurazione della Torre della Vergine alla Sagrada Familia — e ancor prima san Giovanni Paolo II, che pregando l'Angelus a Barcellona nel 1982 aveva lodato la capacità dei catalani di "condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti." Un filo che attraversa i pontificati e arriva fino ad oggi, a ricordare che Barcellona porta nel suo stesso nome vocazione all'accoglienza.
Scrivendo nel libro d'onore della cattedrale, Leone XIV ha lasciato un augurio diretto: "Che la benedizione di Dio accompagni tutti con i suoi doni, in particolare la pace e l'unità."
Eulalia, la martire di tredici anni
Dopo la preghiera, il Papa è sceso nella cripta della cattedrale, dove sono conservate le spoglie di sant'Eulalia, patrona di Barcellona. Vissuta nel III secolo, a soli tredici anni si era opposta alle persecuzioni di Diocleziano. Arrestata, torturata, si era rifiutata di abiurare la fede. La tradizione vuole che subì tredici supplizi — uno per ogni anno della sua breve vita — prima di morire martire intorno al 304 d.C.
Leone XIV si è fermato in raccoglimento davanti alla sua tomba, e nell'omelia aveva già evocato la sua figura come specchio per il presente: "Pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre." Un'eredità spirituale che il Papa ha proposto non come peso, ma come bussola.
Allo stadio olimpico: quarantamila giovani e tre storie vere
La sera ha cambiato scena e scala. Allo stadio olimpico Lluís Companys — che trentaquattro anni fa aveva ospitato le Olimpiadi — quarantamila giovani attendevano il Papa per la veglia di preghiera. Prima di entrare, Leone XIV ha benedetto trentatré ambulanze destinate all'Ucraina: un gesto silenzioso ma preciso, che ha ancorato la festa alla realtà della guerra.
Il lungo giro in papamobile tra la folla è stato segnato dall'emozione visibile del Pontefice quando la folla ha intonato il canto che riprende il motto del viaggio: Alça la mirada — "Alza lo sguardo." Poi lo spettacolo del Castell, la torre umana tipica catalana: sette metri di corpi impilati uno sull'altro, con un bambino in cima. "Una bella manifestazione di ciò che siamo capaci di fare noi esseri umani quando lavoriamo uniti per un obiettivo comune", ha commentato il cardinale arcivescovo Juan José Omella Omella.
L'omelia è cominciata in catalano — un omaggio atteso, accolto dalla folla come un dono autentico — con l'immagine di Nicodemo, il personaggio biblico che va da Gesù di notte. "Siamo anche noi come Nicodemo, pellegrini nella notte", ha detto il Papa. Le "notti" della vita — la fatica di credere, il senso di inadeguatezza, i fallimenti — non sono trappole ma soglie: "Ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno... ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre."
Tre giovani, tre ferite, una risposta
Prima dell'omelia, il Papa aveva ascoltato tre testimonianze. Ferran, battezzato nella notte di Pasqua, aveva raccontato di aver inseguito obiettivi e curato la propria immagine per coprire "un vuoto immenso." Leone XIV ha risposto invitando a "coltivare quella sana inquietudine", denunciando apertamente come "l'idolatria del profitto e del rendimento... non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza."
Carmina ha parlato di depressione e di un tentativo di suicidio, fermandosi più volte per la commozione. Il Papa l'ha ringraziata per il coraggio, poi ha rivolto un appello a tutti: "È necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani." E ancora: "Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza."
Cecilia, infine, ha raccontato l'infanzia segnata dalla violenza domestica, il padre che tenta di uccidere la madre, il centro minorile, il difficile cammino verso il perdono. Leone XIV ha affrontato il tema senza eufemismi: "Tante notizie di cronaca nera riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi." Il perdono, ha detto, "è un potente rimedio contro il male", ma è "un cammino lungo" che "si procede a piccoli passi."
Un popolo che cammina insieme
Chiudendo la veglia, Leone XIV ha offerto un'immagine di futuro: "Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è."
La benedizione finale è tornata al catalano, come a sigillare un dialogo cominciato nella cattedrale gotica e concluso sotto le stelle dello stadio olimpico.
Il 9 giugno a Barcellona è stato questo: un Papa che ascolta ferite reali, che cita una martire di tredici anni per parlare all'oggi, che scende nelle cripte e sale sui palchi. Un pontificato che sembra voler tenere insieme, con ostinazione, ciò che il mondo tende a separare: il dolore e la speranza, l'antico e il presente, la fede e la vita concreta. Martedì, 10 giugno, l'inaugurazione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Familia. Ma quel che resta di ieri è già, da solo, un messaggio compiuto.
fonte: agenzie/catt.ch
I testi integrali del Papa
PREGHIERA DELL’ORA MEDIA nella Cattedrale della Santa Croce e Sant'Eulalia
VEGLIA DI PREGHIERA allo Stadio Olimpico “Lluís Companys”
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COMMENTO
Alcune considerazioni sulla fede cristiana dopo la processione eucaristica con il Papa a Madrid
di Lucio Brunelli
Da sette secoli non s’aveva memoria di una processione del Corpus Domini guidata da un Papa per le vie di una capitale europea e non, come di consueto, a Roma o dintorni. Per trovare un precedente extra-romano alla processione guidata da Leone XIV domenica a Madrid bisogna risalire al tempo dei Papi avignonesi, a Giovanni XXII che introdusse questa pia pratica popolare nel 1306 e la condusse nelle strade della città francese che per un periodo sfortunato era diventata sede del papato.
Il Santissimo Sacramento tra un milione e duecentomila fedeli
Un contesto del tutto differente ha fatto da cornice alla processione spagnola di papa Prevost. Ma non era solo l’unicità storica del gesto leoniano ad impressionare sia i partecipanti sia quanti seguivano la processione in tv o sui canali social. Erano certamente i numeri di questa manifestazione religiosa, con un milione e duecentomila fedeli assiepati lungo le centralissime strade della capitale dove il Santissimo Sacramento è stato portato, con le braccia alzate, per 40 minuti, dal Papa, sotto un caldo afoso tra preghiere e lancio di petali di rosa. Folla che sembrava smentire visivamente l’immagine di una Spagna ormai tutta e solo secolarizzata.
Ma oltre i numeri ad impressionare è stato lo stile religioso del Papa e la consapevolezza a cui ha richiamato la Chiesa tutta. Uno stile di sobrietà, che non significa distacco (in alcuni momenti il papa è apparso commosso) ma il desiderio di evitare ogni protagonismo e idealmente tendere a «sparire perché rimanga Cristo».
A colpire è stato soprattutto lo sguardo non fissato sul passato, ai fasti del tempo che fu, che «non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico». Ma è rivolto al presente:
«Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello».
Insomma, nessuna tentazione di trasformare un gesto umile e lieto di fede in un’esibizione di forza. Solo una testimonianza del “Dio presente”, che nella carità trova il suo culmine: gratuità totale. Uno sguardo coerente con la prospettiva indicata nel primo discorso del Papa, alle autorità e al corpo diplomatico accreditato a Madrid: «rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle». Un richiamo alle forze politiche spagnole, certamente, a superare un clima di polarizzazione estrema. Ma non rivolto solo a loro.
La differenza tra il “cristianista” e il “cristiano”
Anche fra i cristiani può prevalere un certo “approccio identitario” che sembra rendere tutto chiaro, nella logica del “noi-e-loro” ma poi finisce col popolare la realtà solo di fantasmi e nemici. A proposito di identitarismo ideologico, un intellettuale cattolico francese, Remi Brague, insignito del premio Ratzinger nel 2012, coniò l’espressione “cristianista” ben distinta dal termine “cristiano” per indicare proprio quanti del cristianesimo vedono e apprezzano principalmente la sua dimensione storico-culturale: un “baluardo” di valori, tradizioni, dottrine da opporre ai nemici della Chiesa. Brague non esprimeva un giudizio negativo sui “cristianisti”, essi colgono una dimensione importante della storia della Chiesa, ma con tono bonario ricordava loro che unico scopo della Chiesa è condurre le persone all’incontro vivo con la realtà di Cristo e che la fede in Lui non si può ridurre a una ideologia: il “cristianismo” accanto e contro le altre ideologie, “comunismo”, “fascismo”, “laicismo” , “islamismo” etc.
Un richiamo quanto mai attuale, alla verità del nostro essere cristiani, evocato dai gesti e dalle parole di Leone XIV in questo viaggio in Spagna che altre sorprese certamente riserverà nei prossimi giorni.
fonte: Avvenire
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Il Papa in Spagna ha incontrato in forma privata sei vittime di abuso da parte di membri del clero
È durata quasi un’ora, trascorsa tra l’ascolto di storie di dolore - un dolore di cui il Papa si è fatto carico - l’udienza di questo pomeriggio, 8 giugno, tra Leone XIV e un gruppo di vittime di abuso da parte del clero e della Chiesa in Spagna. È l’appuntamento annunciato dalla Sala Stampa della Santa Sede alla vigilia della partenza del Pontefice e si è svolto nella Nunziatura Apostolica, dove il Papa risiede in questi giorni della visita. Sempre la Sala Stampa, tramite il canale Telegram, fa saper che la conversazione è “durata quasi un’ora” ed è partita dall’ascolto delle “dolorose vicende personali ciascuno dei presenti”, i quali hanno offerto ognuno al Papa “alcune proposte per rendere più efficace la risposta della Chiesa a casi così drammatici”.
“Il Papa – si legge ancora nella nota vaticana - ha ascoltato con affetto e attenzione, ha assicurato la sua vicinanza, e quella di tutta la comunità ecclesiale, e il suo impegno perché le proposte ricevute siano un fondamento per ulteriori sforzi e la Chiesa possa realmente essere luogo sicuro e spiritualmente sano, dove le ferite trovino conforto e guarigione”.
Opera di vicinanza
Le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore. Arrivate intorno alle 16 alla Nunziatura, il gruppo appartiene al Proyecto Repara è un'iniziativa dell'Arcidiocesi di Madrid creata per fornire un supporto completo alle vittime di abusi e per prevenire tali comportamenti all'interno della Chiesa e della società. Il suo acronimo sta per quattro pilastri essenziali: Riconoscimento, Prevenzione, Sostegno e Riparazione. Con le persone ricevute dal Papa sono stati ricevuti insieme al personale ecclesiale impegnato nell’opera di vicinanza alle vittime.
I precedenti incontri con le vittime
È la prima volta che Papa Leone incontra vittime di abusi durante un viaggio all’estero ma non il suo primo incontro con uomini e donne che hanno subito violenze sessuali all’interno della Chiesa cattolica. A ottobre dell’anno scorso aveva ricevuto in Vaticano sei membri del consiglio direttivo di ECA Global (Ending Clergy Abuse), associazione internazionale per i diritti umani che lotta per un maggiore sostegno e per i risarcimenti a chi ha subito abusi. A novembre aveva trascorso circa tre ore con 15 sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Belgio, accompagnati dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Infine, a febbraio, il Papa ha ricevuto l’irlandese David Ryan, vittima di violenze da bambino nel Blackrock College di Dublino insieme al fratello Mark, scomparso nel 2023. “Papa Leone ha sentito il mio dolore”, diceva Ryan all’uscita da quell’incontro.
Il problema degli abusi in Spagna
Ora quindi questo significativo dialogo privato, incastonato nel programma di viaggio in Spagna, dove il problema degli abusi è da anni al centro dell’attenzione a seguito anche di un’indagine presentata dal Defensor del Pueblo al Congresso dei Deputati che raccoglie 487 testimonianze di vittime di abusi nella Chiesa cattolica in Spagna. Sono seguite inchieste giornalistiche e anche iniziative che hanno visto la Chiesa spagnola in prima linea. L’ultima, a marzo, con l’accordo firmato da Conferenza Episcopale, Conferenza dei Religiosi, lo stesso Difensore del Popolo e il Ministero della presidenza per definire l’organizzazione e il funzionamento del sistema di riconoscimento e riparazione per le vittime.
Le parole del Papa
Già sul volo da Roma verso Madrid, il Papa – sollecitato da un cronista – aveva definito quella degli abusi “una ferita ancora aperta”, ribadendo che nei tanti luoghi dove è stato e ha lavorato ha sempre messo in atto un’opera di contrasto contro gli abusi. Impegno che continuerà a proseguire.
E questa mattina, nella sede dell’Episcopato iberico, parlando ai vescovi Leone XIV ha detto che “il nostro cammino è fatto di incontri” e in questi “non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare per loro samaritani. Uno dei più dolorosi – affermava Leone – è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga – ha esortato il Papa - la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.
fonte: Vatican News
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Il Papa ai vescovi spagnoli: nelle polarizzazioni la Chiesa testimoni l'unità nella pluralità
“Abbandonare le strutture” che non sono idonee al “cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa - “processo di ascolto profondo” per “riconoscere la voce di Dio che parla attraverso la comunità ecclesiale” - e “conservare come un tesoro ciò che lo facilita”, coniugando “prudentemente libertà e coraggio”. È la strada che Leone XIV suggerisce ai presuli della Spagna, incontrati questa mattina, 8 giugno, nella sede della Conferenza episcopale, a Madrid, nel terzo giorno del suo viaggio apostolico in terra iberica, per affrontare le sfide del mondo di oggi. In questo cammino è fondamentale aprirsi al dialogo con tutti, essere in comunione, curare la formazione dei sacerdoti, inserire di più i laici nelle attività ecclesiali, avere attenzione all'altro, ai giovani e alle persone ferite.
LEGGI QUI IL DISCORSO DEL PAPA AI VESCOVI DELLA SPAGNA
Un viaggio verso Dio
È come “un viaggio in cui la destinazione è Dio” e con l’intenzione di “far volare il cuore” quello da intraprendere, spiega il Papa dopo essere stato accolto dal saluto del presidente dell'episcopato spagnolo monsignor Luis Javier Argüello García, arcivescovo di Valladolid. Un viaggio che si affronta con il timore di lasciare “luoghi, cose, forme” senza aprirsi - docili “allo Spirito” - “alla novità” e con la tentazione di riempire il bagaglio “con cose inutili che finiscono per essere un peso”. È un po’ quello che accade ai migranti, uomini e donne “senza radici e senza risorse” che soffrono perché si sentono soli e “con grande difficoltà” riescono “a stabilire legami solidi” nei luoghi in cui arrivano.
Il patrimonio cristiano e il Pane celeste
Quanto al “tesoro” che deve supportare la Chiesa della Spagna nel suo viaggio è il “patrimonio cristiano” che la contraddistingue, il quale, “con la sua bellezza”, “raggiunge anche il non credente” e “con i legami di appartenenza” intessuti “nell’identità spirituale” degli spagnoli “rimane presente” anche quando la “fede vacilla”. Ma è pure "il Viatico del pellegrino”.
Il Pane della Parola e dell'Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale.
Un’opportunità di dialogo
Proseguendo la similitudine del viaggio, Leone XIV riconosce che spesso "costa molto", comunicare con le persone che si incontrano, e questo “a causa della lingua e delle culture diverse, sia per la sfiducia verso l'ignoto, sia per le liti e incomprensioni che possono verificarsi”, così ci si sente limitati nell’esprimersi o nel “comprendere” il proprio “interlocutore”. È quello che può accadere “nell'annuncio del Vangelo, nell'accoglienza dell’altro, nella capacità di rispondere ai quesiti del mondo” oppure “nella necessità di attivare la corresponsabilità dei membri della comunità nelle nostre azioni pastorali”. E allora è necessario far sì che il patrimonio cristiano “sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo”. Ed è ancora a un esempio pratico che il Papa ricorre per essere più chiaro. “Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago” che lungo il viaggio incontrano immense pianure, che sembrano “vuote”, “con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri”, così “in alcune realtà ecclesiali” vengono percepite “molte situazioni sociali”.
Usare nuovi linguaggi rispettosi dell’altro
È accaduto, nel passato, che la Chiesa, in Spagna, ha dovuto “ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata”, ricorda il Papa, e sono emersi “modelli di evangelizzazione che furono poi esportati in America” e che possono essere validi oggi.
Siamo chiamati a costruire una nuova realtà attraverso il dialogo rispettoso e l'uso di nuovi linguaggi.
Offrono un esempio frate Hernando di Talavera e san Toribio de Mogrovejo, di cui quest’anno si celebra il terzo centenario della canonizzazione. Può essere “modello di vescovo ‘in uscita’ in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale”, fa notare Leone.
Parlare con ogni realtà
Ma se “i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate”, ciò che deve rimanere è lo spirito. Bisogna, anzitutto, essere capaci “di comunicare, di parlare con ogni realtà”, “abbassarsi non solo per capire, ma per condividere”, dice il Pontefice.
Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo potremo costruire una realtà nuova, in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per fare questo, logicamente, bisogna cominciare imparando il linguaggio dell'altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno.
In secondo luogo, servono realtà ecclesiali che sappiano “comunicare la propria esperienza di fede” e utilizzare “le risorse” che consentono “di affrontare con franchezza le sempre nuove sfide dell'evangelizzazione in ogni circostanza”.
Dare una testimonianza di unità nella pluralità
Quando, poi, nel cammino ecclesiale, “dopo le pianure deserte”, si incontreranno le “grandi città in cui “il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali”, saranno necessarie risposte diverse, occorreranno sempre “ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza”. La metafora del Pontefice richiama ai pellegrini che “solitamente partono di notte e molte volte” sono spaventati da “quell'oscurità iniziale del cammino”. In “buona compagnia” le cose, però, cambiano e “le difficoltà del camminare e il pericolo di smarrirsi si riducono”.
È il Signore che ci conduce; Egli è il padrone della storia e di ciascuna delle nostre storie; Egli determina i tempi. Noi camminiamo dietro di Lui; anzi, camminiamo con Lui come membri di un solo corpo. Questo legame profondo chiede alla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio.
Il compito dei vescovi
Nell’impegno di una comunione profonda, “il ministero del vescovo assume una responsabilità peculiare” sottolinea, ancora Leone soffermandosi sul compito dei pastori della Chiesa.
Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune.
Ai presuli il Vescovo di Roma chiede “di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato” alle loro “cure” e rimarca che solo così “la comunione” avrà “una forza missionaria”, perché “una Chiesa riconciliata interiormente può parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni”, a chi non crede, “alle autorità civili” e a quanti “lavorano per il bene comune”.
L’importanza della pastorale vocazionale
Tra le problematiche cui la Chiesa deve guardare, poi, c’è anche quella “sfida che oggi tocca il cuore di molti: la difficoltà di assumere impegni definitivi e di prendere decisioni vitali”. È la “ricerca di senso, di appartenenza e di dono” di “tanti giovani”, di fronte alla quale occorre elaborare una buona pastorale vocazionale.
Il cuore umano non si colma accumulando esperienze, possibilità o garanzie provvisorie: si colma quando scopre una chiamata, quando comprende che la vita raggiunge la pienezza solo se donata. Per questo, il pastorale vocazionale non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare la sua semplicità, che seguire Cristo non impoverisce l'esistenza, ma la espande.
L’importanza della formazione dei seminaristi
Quando “il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione”, allora “la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita”, evidenzia il Pontefice, richiamando quanto Papa Francesco, ha rilevato più volte: nell’attuale contesto vocazionale “la conservazione delle strutture non può prevalere sul bene della vocazione”. Ma se “i seminaristi hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa” necessita di “sacerdoti ben formati”, allora i seminari devono essere autentiche case di formazione dove va garantita “un'adeguata esperienza di vita comunitaria”, avere “formatori totalmente dedicati allo studio e all'insegnamento, con esperienza nell'accompagnamento spirituale” e disporre “di Centri Superiori di Teologia dotati dei mezzi necessari per svolgere la loro funzione”. Per questo è fondamentale “unire le forze, imparare a lavorare insieme nella gestione di queste sfide”
Integrare i laici nel cammino della Chiesa
E ancora, dinanzi alle sfide odierne, Leone esorta a valorizzare i laici e ad integrarli nel “cammino di vita” che la Chiesa sta compiendo, tenendo conto che in “molte opere, tradizionalmente gestite da religiosi” si ricorre a collaboratori laici. Tutto ciò può essere “opportunità di incontro, di dialogo e di comunicazione”.
Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno realizzata.
Vicinanza alle persone ferite
Il Papa incoraggia, inoltre, ad avere attenzione per quanti “vivono momenti di oscurità” e necessitano di aiuto e in particolare per “coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero”.
Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione.
La vicinanza va assicurata, pure a “molti uomini e donne del nostro tempo” che “non rifiutano semplicemente Dio”, ma “spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza”, continua il Pontefice, specificando che ciò che è proprio della Chiesa è offrire “l’amore di Dio rivelato in Cristo”, per “restituire alla persona la convinzione di essere amata”, e questo “anche quando collabora con altre istituzioni, religiose o civili, persino quando offre aiuto materiale, istruzione, assistenza o promozione umana”.
La forza della Chiesa non è nella grandezza dei mezzi
Infine Leone rammenta ai vescovi spagnoli la guida di Maria, che “mostra con la sua vita come accogliere la Parola e custodirla nel cuore”, come affiancare “i discepoli e rimanere presente nel cammino della Chiesa come madre di comunione e di speranza”. E alla Vergine affida il ministero dei presuli perché li “aiuti a essere, in mezzo al popolo” loro affidato “quel lievito nascosto di cui parla il Vangelo”.
Piccola agli occhi del mondo, ma capace, quando rimane unita a Cristo, di far fermentare la massa: la forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori, dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito.
L’esempio di san Giovanni d’Ávila
E prima di terminare il suo discorso, il Pontefice indica in “san Giovanni d’Ávila, patrono del clero spagnolo” e del quale quest’anno si ricorda il quinto centenario dell’ordinazione presbiterale, quella “vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel proprio presbiterio”. E rivolge anche un pensiero ai sacerdoti, incoraggiandoli a essere “innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale”. Inoltre, “che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna” e negli altri presbiteri “fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie” della quotidianità nella quale tutti cercano Cristo.
fonte: Vatican Media
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Il Papa al Parlamento spagnolo: una società giusta difende ogni vita umana
Temi politici: pace, negoziati, riarmo, migrazioni, leggi, polarizzazioni; temi etici: la famiglia e la tutela della vita in tutte le sue fasi; poi l’appello alla libertà di coscienza e religione (incluso il segreto confessionale), alla cura dei poveri e infine un messaggio alla Spagna, all’Europa e al mondo: “Ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana”.
LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI PAPA LEONE XIV
Leone XIV parla al centro del tempio della vita istituzionale, giuridica e democratica spagnola: il Palacio de las Cortes, la sede del Congresso dei Deputati. È il primo Pontefice a prendere parola in questo emiciclo in cui la convivenza sociale prende forma giuridica. Sono presenti 500 tra parlamentari e senatori che accompagnano con un lungo applauso l’ingresso di Leone XIV, arrivato intorno alle 10.30 nel cortile della Carrera de San Jerónimo, accolto dai presidenti del Congresso e del Senato, Francina Armengol e Pedro Rollán. Presente il presidente del governo Pedro Sanchéz, già ricevuto in mattinata nella Nunziatura Apostolica. Leone XIV ringrazia, saluta, stringe la mano dei diversi rappresentanti delle istituzioni, firma il Libro d’Onore. Nel discorso in spagnolo, chiarisce subito di presentarsi al Congresso “come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica” per dare “un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della cooperazione reciproca, e una parola offerta al servizio della persona umana”. Sempre, sottolinea, “nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare”.
L'eredità della Spagna nella coscienza internazionale
Proprio l’attività legislativa, annota il Papa, al di là di ogni diversità, finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: “Quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono?”. A tale quesito segue un lungo e ricco excursus della storia e del patrimonio della Spagna, terra in cui la fede si è intrecciata alla ragione, l’arte al diritto, la tradizione al pensiero: “Un’eredità che ha dato forma un peculiare modo di vivere la libertà, di praticare la giustizia e di ordinare la vita comune”. Nelle parole di Leone XIV si alternano quindi Don Chisciotte e Santa Teresa d’Avila, la tradizione giuridica e la metafisica di Unamuno. Poi la Scuola di Salamanca, 500 anni fa, che “ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale” capace di ricordare che “ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”. Un anelito che risuona ancora oggi:
La dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale
Questa è una delle grandi eredità del Paese, entrata nella coscienza della comunità internazionale, dove, afferma Leone, ci si continua a chiedere “come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza”.
La pace, esigenza morale. La guerra, dolorosa sconfitta
E alla pace, non solo “aspirazione politica” ma “vera e propria esigenza morale” in un’epoca di violenza e polarizzazioni, Leone XIV dedica lo spazio più ampio del suo discorso. La pace, dice ai politici spagnoli, richiede “istituzioni al servizio dell’incontro”, “verità e riconciliazione”, “amicizia civile” e “il rispetto reciproco pur in mezzo alle divergenze”. A livello internazionale, “la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale”.
Ogni guerra costituisce una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura
Lo sviluppo di tecnologie e IA
Per il Papa è, infatti, “preoccupante” che, in diverse parti del mondo e in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come “risposta quasi inevitabile” di fronte alla fragilità dello scenario internazionale: “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”. E “anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale in ambito militare richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana”.
La comunità internazionale è chiamata a riscoprire il valore indispensabile del dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza. Da ciò nascono la fiducia e la speranza.
La difesa della vita umana, meta di civiltà
È, dunque, una “cultura della reciprocità” quella che invoca il Papa, ricordando che “il pluralismo politico non dovrebbe degenerare in discredito permanente dell’avversario” e che “in una convivenza matura, anche il conflitto può diventare un passaggio verso la pace”. Il pericolo, prosegue il Pontefice, è un altro tipo di cultura: la “cultura dello scarto”, espressione coniata da Francesco per indicare la principale minaccia alla convivenza sociale. Leone XIV la richiama per rivolgere “una parola serena e decisa” a coloro che questa convivenza sociale hanno la responsabilità di ordinarla giuridicamente. Introduce qui la tematica della vita, “valore fondamentale” per il futuro delle società.
Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà
“Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza”, afferma il Papa. “Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona”.
La grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità.
Il valore della famiglia
In questo contesto particolare riveste importanza la famiglia, “fondamento naturale della comunità” e “scuola di umanità” in cui si impara “la grammatica elementare della convivenza”. Quando la famiglia è sostenuta, “si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni”, assicura il Papa, chiedendo una collaborazione con le istituzioni educative, chiamate a “rispettare il diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose”.
Risposte concrete al dramma migratorio
Nella prospettiva della dignità umana, Papa Leone affronta la questione migratoria, dramma che “interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale”. “Numerosi uomini, donne e bambini si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami”, annota il Pontefice. “Questa realtà va oltre qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica”.
Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani.
Protezione, accoglienza, integrazione
La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede dunque una risposta che affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi. Bisogna, cioè, “offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica”.
Non manca, Leone XIV, di puntare il dito contro “le rotte sempre più pericolose” con persone “vittime di trafficanti e contrabbandieri che approfittano della loro disperazione”. “È necessario rafforzare la prevenzione, il salvataggio e l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione regionale e multilaterale”, insiste. Ma “nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata”; serve infatti “una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra”.
Quando la risposta istituzionale si fa vicina, equa e coordinata, le frontiere cessano di essere luoghi di abbandono e possono diventare spazi di tutela responsabile della dignità umana
"Disarmare il linguaggio"
“Riconciliazione” è l’altra direttrice indicata dal Vescovo di Roma ai deputati della Spagna. Riconciliazione a contrastare “rancore”, “indifferenza” e “odio”; la si instaura anche attraverso il linguaggio: “Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”, chiosa Leone XIV, ricordando l’obbligo speciale di “disarmare il linguaggio”: “La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione”.
Tutelare giuridicamente la libertà di coscienza e religione
Dallo stesso rispetto nasce anche il dovere di garantire “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”. Papa Leone chiede che la dimensione religiosa venga rispettata e tutelata giuridicamente e ricorda che “ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata”.
La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica
In questo contesto, “il sigillo sacramentale della Confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica”, spiega il Pontefice. Tutelarlo giuridicamente, significa “preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali”.
La cura dei poveri
Infine, alzando lo sguardo verso i dipinti che adornano l’Aula delle Sessioni, alcuni dei quali evocano il Vangelo, il Successore di Pietro ribadisce che “i poveri appartengono pienamente alla comunità”, “lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità” e “mai la vita umana può mai essere trattata come una merce”.
Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi
Memoria delle radici, coraggio per il futuro
Da qui, l’invito ad “alzar la mirada”, motto del viaggio apostolico: “Alzare lo sguardo, non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire”. Infine, l’auspicio che “questa nobile Nazione” non possa mai perdere “la memoria” delle proprie radici né “il coraggio” di guardare al futuro.
Che la Spagna continui ad essere terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza
A conclusione del suo discorso, i deputati, tutti in piedi, hanno dedicato a Leone XIV quasi 10 minuti di applausi scroscianti, intervallati da qualche grido di "Viva il Papa" e durati ancora per alcuni istanti quando il Pontefice ha lasciato lo scranno della Cortes. Nel Libro d'Onore, la dedica: "Con l’auspicio che il rispetto dei diritti di tutti sia sempre alla base dell’attività legislativa di questa sede democratica della sovranità nazionale spagnola".
fonte: Vatican Media
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Il Papa: università ed economia al servizio della persona, no a un'arte per pochi
Una canzone, una chiesa silenziosa, una partita di basket con gli amici. Questo bello “tanto da cambiarci interiormente” continuerà a fiorire quando l’umanità imparerà a “custodire l’anima di ciò che essa genera”. Non ce l’ha ancora fatta, o forse sta “appassendo silenziosamente” proprio la capacità di intrecciare il materiale con lo spirituale. È un’impronta di eternità che forgia l’identità del mondo e dell’Europa, riflettendosi nelle sue istituzioni: attraverso università ed economie che non voltano le spalle al mondo del lavoro, sminuendo il dipendente a “fattore nell’equazione dei propri interessi”; in forme d’arte accessibili a tutti, e non riservate alle élite; in pratiche sportive che valgono molto più del “mero business”; in progresso che non dimentica chi già fatica a far sentire la propria voce. A guidare e orientare tutto ciò può e deve essere la Chiesa, che seppur talvolta “controcorrente”, rimane “esperta di umanità”.
LEGGI IL DISCORSO INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV
“Quale eredità stiamo lasciando al futuro?”
Lo scibile della creatività umana, esordisce il vescovo di Roma nel discorso pronunciato in lingua spagnola, si dirada da piazze e chiese nelle forme artistiche in cui numerose personalità del Paese iberico si sono distinte.
Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana.
Dall’ammirazione scaturisce una domanda spontanea:
Quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?
Esperti, ma incerti
Gli interventi che precedono quello di Leone XIV, incluso quello dell’attore Antonio Banderas, trovano concorde il Pontefice nel riconoscere un’umanità che, alla straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare, non riesce a corredare un’autentica custodia di ciò che genera.
Corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo.
Le risposte alle domande sulla vita
Il Pontefice richiama l’affermazione del suo predecessore san Paolo VI alle Nazioni Unite: in quanto “esperta in umanità”, la Chiesa non si disinteressa di nulla che sia autenticamente umano. Al contrario, invita a interrogarsi su cosa significhi davvero esserlo, condividendo l’aver trovato in Gesù la risposta alle domande più profonde sulla vita e sulla sua pienezza.
Fiorire e appassire
La comunità ecclesiale intende quindi inserirsi pienamente nel contesto culturale contemporaneo, in cui "l’uomo in quanto uomo è di più", utilizzando i propri strumenti per tornare alla radice etimologica della cultura: coltivazione.
Siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate.
Università, lavoro, arte e sport
Per rispondere a tali questioni è necessario tessere reti di dialogo sociali consapevoli del linguaggio multiforme della società contemporanea – scritto, orale, digitale, visivo – e della sua non neutralità. Ogni espressione può infatti guarire o ferire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisioni o risvegliare la speranza di costruire insieme qualcosa di autenticamente umano.
Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce.
Generare bellezza
Il contributo della Chiesa a questo interscambio nasce dalla consapevolezza che "il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore" i quali, nelle parole di Benedetto XVI, attraverso la fede generano poesia, musica e gioia. E dunque bellezza. Perché tutti, chi più chi meno, hanno “sperimentato qualcosa di bello” tanto da mutarli “interiormente".
L’esistenza tra materiale e spirituale
Da tale fascino non è estraneo l’annuncio della Buona Novella. In Spagna, il canto religioso tradizionale andaluso della saeta accompagna le processioni della Settimana Santa; la poesia mistica e la grande letteratura contano autori come Lope de Vega, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce e Calderón de la Barca, fino alla prosa di san Tommaso d’Aquino, dalle cui opere derivano alcuni degli inni del Corpus Domini celebrato proprio oggi.
Tutto ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza.
Osservazioni e interrogativi
Questo patrimonio umano si traduce spesso in servizio disinteressato e, grazie alla fede, dà vita a opere concrete come ospedali e scuole. Da qui nasce un’ulteriore riflessione:
Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità.
E una nuova domanda:
È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto.
Chi non può esprimere le virtù
Leone amplia poi lo sguardo, riprendendo la sua esortazione apostolica Dilexi te, e lo rivolge a quanti non hanno la possibilità di esprimere pienamente le proprie virtù: i bisognosi, che interrogano tanto le persone quanto i sistemi politici ed economici, e la stessa Chiesa, chiamata a placare le avidità e alimentare la speranza senza abbandonare nessuno. Un concetto ripreso anche nell’enciclica Magnifica humanitas
Questa Chiesa, esperta in umanità, anche se a volte va controcorrente, insiste sul fatto che le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti.
Sport e unità
In chiusura del discorso, il Pontefice si sofferma sullo sport, spesso capace più di molti discorsi di insegnare il rispetto dell’avversario, la vittoria che non umilia e la sconfitta che non genera odio. Già san Giovanni Paolo II ricordava come, in tempi che lacerano il tessuto della solidarietà sociale, lo sport possa offrire una luminosa testimonianza di coesione, pace e unità.
Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza.
Le tessere del nostro tempo
Prima del discorso del Papa e delle testimonianze, il cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano, rivolge alcune parole di benvenuto riprendendo il motto del viaggio apostolico, “alzare lo sguardo” e il tema delle tessere, il cui senso si coglie solo osservandone l’insieme. A creparle, nel nostro tempo, è la “mancanza di domande e di senso”, che si ripara soltanto unendo “frammenti sparsi della realtà, come tessere di quella grande vetrata, per restituire la luce all’umanità”.
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Il Papa a Madrid: no a una fede privata e comoda, siate costruttori di speranza
In Plaza de Cibeles, famosa in tutto il mondo, non solo nella capitale madrilena, per essere il palcoscenico delle più grandi e folkloristiche manifestazioni sportive, casa dei trionfi del Real Madrid, punto di arrivo di gare podistiche e ciclistiche, inclusa l'ultima tappa della Vuelta a España, oggi è Cristo l’unico, vero protagonista. E ai cori dei tifosi, al chiasso da stadio, ai carri colorati e alle bandiere sventolanti, nella solennità del Corpus Domini, fanno da contraltare il silenzio e la devozione, lo stupore e la preghiera di migliaia di pellegrini stretti attorno a Leone XIV che qui presiede la Santa Messa, oggi 7 giugno, nel secondo giorno del viaggio apostolico in Spagna, e al termine, la solenne processione eucaristica.
Accolto dai reali di Spagna, Felipe VI e la regina Letizia, al Palacio de Cibeles, è il sindaco di Madrid a consegnare la Chiave d’Oro della Città al Papa che firma il Libro d’Onore per poi spezzare la Parola insieme a un milione e duecentomila persone.
Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio.
Non folklore ma fede e conversione
Il Papa ricorda come le solenni processioni di questo giorno abbiano plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del Paese anche attraverso i tappeti floreali, i canti, la cura degli altari e degli ostensori ma, ribadisce, niente di tutto ciò può essere considerato come una “manifestazione esteriore” o “una sopravvivenza folkloristica”. E’ piuttosto la fede nella presenza del Risorto che si fa pane per sfamarci, visita gli angoli del cuore e della storia, e attraversando le strade, i quartieri, le piazze, consola i deboli, illumina le famiglie, porta pace e speranza a chi soffre.
Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità. Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.
Inginocchiarci davanti a Dio e al prossimo
La memoria storica delle processioni del Corpus Domini, ben oltre il ricordo nostalgico, diventa invece – afferma il Pontefice – “un invito per l’oggi” che coinvolge la vita personale, le relazioni, fino alla costruzione del futuro. Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi davanti al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.
Fonte che scorre e disseta
Il Papa ricorda San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati e il suo richiamo ad onorare l’Eucaristia non solo nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa. Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, spiega il Santo Padre, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorgano una luce che non conosce tramonto e una vita che non si esaurisce.
Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.
Protagonisti della storia, segni di speranza
L’invito conclusivo del Successore di Pietro alla Chiesa di Madrid e ai fedeli tutti è a portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e gioia. Non cadere nella tentazione di un pane che non sazia, ma essere noi stessi pane spezzato, donato e offerto.
Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.
Il pane giunga a tutti
Fin dalle 7 del mattino, l'intera aerea di Plaza de Cibeles, il Paseo de Recolectos e le strade circostanti, erano già brulicanti di fedeli, turisti, pellegrini, gruppi di giovani e famiglie appartenenti a congregazioni e scuole religiose, venuti da tutta la Spagna e da varie città d'Europa. Imponente l'allestimento della celebrazione eucaristica: 400 cantori, oltre 2mila tra sacerdoti diaconi accoliti e ministri per la distribuzione della comunione, 22mila volontari impegnati nel servizio d’ordine e 23mila agenti, 42 i maxischermi, dislocati in punti strategici.
All’inizio della celebrazione il saluto di benvenuto al Papa da parte dell’arcivescovo metropolita di Madrid, il cardinale José Cobo Cano, che ha ricordato come Madrid sia una città costruita sull’acqua: “Siamo un popolo edificato sull’acqua viva del Battesimo, fonte della nostra identità e fondamento più profondo della nostra comunione. Oggi torniamo a quella sorgente. E da essa presentiamo sull’altare le ricerche, le ferite e le speranze della nostra gente…”. Poi ha aggiunto: “oggi usciamo dalla comodità delle nostre chiese e andiamo nel cuore della città per proclamare che Dio continua ad abitare in mezzo al suo popolo e ci invia a costruire un mondo più fraterno, dove nessuno resti invisibile e dove il pane giunga a tutti. Santità, nelle mani del successore di Pietro, il Corpo di Cristo percorrerà oggi le strade di Madrid. E questa immagine ci ricorderà ciò che la Chiesa è chiamata a essere: un popolo che porta Cristo nella vita dei propri concittadini, compagno di cammino per quanti sono stanchi e speranza per tutti”.
La processione del Corpus Domini
Al termine della Santa Messa tra Calle de Alcalá, il paseo de Recoletos e il paseo del Prado, sotto gli occhi della dea Cibele, posta al centro dell’antica fontana che dà il nome alla storica Piazza di Madrid, si snoda la solenne processione eucaristica e la gente in ginocchio accoglie il Re dei Re. Il Papa con in mano l'ostensorio sotto al baldacchino dorato a festa viene preceduto dai bambini della Prima Comunione, dai laici, i consacrati, i sacerdoti e tutti i cardinali, gli arcivescovi e i vescovi, i fedeli al passaggio del Santissimo Sacramento lanciano petali di fiori mentre le campane suonano a festa. Dopo aver percorso via Alcalá in direzione della Gran Vía, si raggiunge la chiesa di San José per tornare poi verso Cibeles. La benedizione è l'ultimo atto della celebrazione sentita e partecipata, attesa dal popolo spagnolo che non manca di mostrare l'affetto per il Successore di Pietro.
fonte: vaticannews
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Leone a mezzo milione di giovani con lui a Madrid: "Le ideologie passano, mentre la Verità resta"
Mezzo milioni di giovani con il Papa, il dialogo del Successore di Pietro con loro nel cuore della Madrid calcistica, nei viali attorno allo stadio Benabeu, dove gioca il Real Madrid. Un’immensa cattedrale all’aperto per un incontro di quasi tre ore con papa Leone, iniziato con la papamobile che ha percorso un chilometro di folla fino al palco, poi il dialogo del Papa con i giovani, domande e risposte poste da alcuni ragazzi e ragazze a Leone. E poi una spettacolare adorazione eucaristica guidata da Leone, con centinaia di migliaia di giovani in preghiera. Questa è la “gioventù di Cristo, la gioventù della Chiesa, la gioventù del Papa” ha detto il cardinale arcivescovo di Madrid nel saluto iniziale e gli hanno fatto eco i ragazzi con i loro cori.
Il dialogo tra il Papa e i giovani
San Giovanni Crisostomo, San Tommaso da Villanova, san Turibio da Mogrovejo. Son i tre santi che, oltre a Sant’Agostino, hanno accompagnato la formazione di Robert Francis Prevost. Lo ha rivelato il Papa, rispondendo alle domande dei giovani. “Mi hanno specialmente colpito le sue splendide catechesi, che coniugano amore per la verità e rettitudine di vita”, le parole dedicate a San Giovanni Crisostomo. San Tommaso da Villanova, da vescovo di Valencia,” avviò un’intensa opera di riforma della Chiesa, soprattutto del clero, spronando i fratelli all’impegno nella preghiera, alla castità e all’obbedienza”, ha ricordato Leone XIV: “La sua ardente carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova”. Il terzo compagno di viaggio è san Turibio da Mogrovejo, missionario in Perù, “dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione degli Indios, studiando le lingue locali e unì un’intensa vita di preghiera all’impegno per la giustizia, soprattutto contro i soprusi coloniali e la corruzione. Perciò è per me un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo”.
Gli anni di Prevost in Perù
Riguardo agli anni vissuti in Perù, come missionario e vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede della gente, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza”. Ha proseguito il Papa rispondendo ad un’altra delle domande dei giovani. “Proprio l’incontro con le ferite e le gioie del popolo mi ha fatto crescere nel cammino alla sequela di Gesù”, ha spiegato:
“Mentre lo annunciavo, anch’io venivo trasformato dal Vangelo, sperimentando che la parola del Signore porta pace dove c’è conflitto, diventando per tutti sorgente di riconciliazione e di giustizia”.
Nel silenzio capiamo che le ideologie passano
“Per riconoscere la voce di Dio, può aiutarci anzitutto il silenzio, che favorisce l’attenzione e il raccoglimento”. Ha risposto Leone ad un altro giovane. “Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo che cosa non ascoltare e da quali rumori non essere distratti”, ha spiegato: “Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta”.
“Siate Umani!”
I discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa”. Lo ha spiegato il Papa, in un’altra risposta alle questioni dei ragazzi.
“In Cristo siamo liberi!”, ha esclamato: “Egli ci ha liberato con il suo amore. Grazie a quest’amore, restiamo sempre liberi davanti a ogni forzatura e inganno. Siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte. Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita, che Dio prepara per tutti”.
“Voi giovani siete chiamati a dare direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro”, l’appello del Pontefice, esteso anche al mondo del digitale: “Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova.
La missione che vi affido è proprio questa: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili.
Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa la virtù che più di tutte cambia la storia”.
fonte: sir/catt.ch
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