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Coscienza e servizio: la Chiesa dice no alla stretta sul civile

Il 14 giugno la popolazione sarà chiamata alle urne per pronunciarsi sulla modifica della legge federale sul servizio civile, approvata dal Parlamento lo scorso 26 settembre 2025 e ora oggetto di referendum. A prendere posizione con forza, in un comunicato stampa diffuso dalla Commissione nazionale Justitia et Pax, è la voce della Chiesa cattolica svizzera, che raccomanda senza esitazione di votare no. Non per ragioni di opportunismo politico, ma per un'esigenza che essa definisce teologico-etica: tutelare la libertà di coscienza come diritto inalienabile di ogni persona.

Cosa cambia con la riforma

La modifica in votazione introduce sei misure che rendono sensibilmente più restrittivo l'accesso al servizio civile. La più rilevante impone a tutti gli assoggettati un minimo di 150 giorni di servizio, indipendentemente da quanti giorni di servizio militare abbiano già prestato. Vengono inoltre innalzate le barriere per chi intende passare al civile dopo aver completato una formazione militare, vengono esclusi gli impieghi che richiedono studi universitari in medicina, odontoiatria e veterinaria, e si introduce l'obbligo di prestare servizio ogni anno, con una pianificazione più rigida.

Il Consiglio federale e la maggioranza parlamentare difendono la riforma richiamandosi al principio costituzionale secondo cui non deve esserci libera scelta tra servizio militare e civile. Il comitato referendario replica che la stretta non rafforza concretamente l'esercito, ma colpisce la coesione sociale.

Quarant'anni di pensiero, una posizione coerente

La presa di posizione di Justitia et Pax non nasce dal nulla. Già nel 1981, la Commissione indicava nella «prova attraverso i fatti» la «soluzione più ragionevole» per rispondere all'obiezione di coscienza. Il principio è semplice: chi è disposto a prestare una volta e mezzo il numero di giorni previsti per il servizio militare dimostra, con i fatti e non con le parole, la serietà della propria scelta. Costringere qualcuno ad imbracciare le armi nonostante un autentico conflitto interiore, si legge nel comunicato, «costituisce una violazione della sua dignità umana».

Questa impostazione si è tradotta in legge nel 2009, quando la Svizzera ha istituzionalizzato il sistema vigente. La riforma ora in votazione, secondo Justitia et Pax, rischia di svuotare di significato quel modello, aggiungendo ostacoli burocratici che puniscono «in modo sproporzionato» l'esercizio di un diritto fondamentale tutelato dall'articolo 15 della Costituzione federale e dall'articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Non solo esercito: il valore sociale del servizio civile

Una delle argomentazioni più concrete del documento riguarda il contributo che i prestatori di servizio civile offrono ogni anno alla società. Migliaia di ore di lavoro vengono svolte in settori di importanza sistemica: ospedali, case di riposo, asili nido, scuole, progetti di tutela ambientale. Non si tratta, precisa la Commissione, di sostituire personale specializzato, ma di supportarlo e alleggerire il carico di istituzioni già sotto pressione. I principali beneficiari di questo impegno sono spesso i più vulnerabili: anziani, bambini, studenti in difficoltà.

Ridurre drasticamente il numero di prestatori di servizio civile, attraverso requisiti più onerosi, significherebbe privare queste realtà di una risorsa concreta e difficilmente rimpiazzabile. Un argomento che Justitia et Pax inquadra nella cornice della Dottrina sociale della Chiesa: il bene comune, citando il Compendio della Dottrina Sociale al numero 164, è «l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente». Il servizio civile, in questa visione, non è un ripiego, ma un contributo positivo e insostituibile alla comunità.

Una concezione integrale della sicurezza

Al cuore del ragionamento di Justitia et Pax vi è anche una critica implicita a una certa visione riduttiva della sicurezza nazionale. Una concezione che si fonda esclusivamente sulle capacità militari, afferma la Commissione, è semplicemente «insufficiente». La sicurezza vera — quella che la tradizione cristiana chiama «pace positiva», richiamando la costituzione pastorale Gaudium et Spes al numero 78 — si costruisce anche nelle corsie degli ospedali, nelle aule scolastiche, nei parchi naturali curati da giovani in servizio civile.

L'obiezione di coscienza, viene ribadito con fermezza, non è una fuga dalle responsabilità civiche né un attacco all'autorità dello Stato. È, al contrario, «un atto di discernimento morale responsabile». Equiparare il servizio civile a un privilegio da limitare significa fraintendere profondamente la natura di questo istituto.

Un voto che parla di chi siamo

Il 14 giugno, dunque, non si tratta soltanto di una questione tecnica sul numero di giorni di servizio. Si tratta di decidere che tipo di società vogliamo essere. La Commissione Justitia et Pax lo dice senza giri di parole: respingere questa modifica non indebolisce la Svizzera, la rafforza eticamente. Perché una democrazia che prende sul serio i propri fondamenti morali non sacrifica la coscienza individuale sull'altare di obiettivi di sicurezza «non oggettivamente dimostrati».

In un momento in cui le tensioni geopolitiche spingono molti Paesi a rivedere i propri modelli di difesa, la voce di Justitia et Pax ricorda che esiste un altro modo di pensare alla sicurezza: uno che non contrappone la fedeltà alla coscienza al bene collettivo, ma le riconosce come profondamente complementari. È un messaggio che va oltre la contingenza del voto, e che interpella ciascuno — credente o laico — sul senso più profondo della vita in comune.

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