Ieri, 13 aprile, Leone XIV ha posato i piedi sul continente africano. Sotto una bufera di vento e pioggia, il Vescovo di Roma ha iniziato ad Algeri la prima tappa di un pellegrinaggio di undici giorni che lo porterà in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Tre anni dopo Francesco nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, Pietro torna in Africa come testimone di pace in un mondo che stenta a trovarne le parole.
Un viaggio nel segno della pace, non della retorica
Le trattative tra Stati Uniti e Iran sono fallite, il Medio Oriente brucia, l'Ucraina sanguina. È in questo quadro cupo che le parole pronunciate al monumento dei martiri dell'indipendenza algerina acquistano tutto il loro peso:
«In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità. E questa pace è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori.»
Il Papa sa bene che non è una strada facile: «So quanto sia difficile perdonare. Tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione.» Una frase che vale per Gaza, per Kiev, per tutte le città che il telegiornale della sera ci consegna ammaccate e sanguinanti.
Scarpe tolte e cuore aperto: nella Grande Moschea di Algeri
Nel pomeriggio, Leone XIV si è tolto le scarpe ed è entrato nella Grande Moschea di Algeri — la terza al mondo per importanza dopo La Mecca e Medina, con il minareto più alto del pianeta a 267 metri. Nella visita si è fermato davanti al miḥrāb in silenziosa meditazione, poi ha dialogato con il rettore rilanciando un appello alla pace:
«Attraverso lo studio, con la ricerca della verità e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, impariamo a rispettarci mutualmente, a vivere in armonia e a costruire un mondo di pace.»
Il richiamo a Sant'Agostino — nato proprio in terra nordafricana — ha conferito a queste parole una radice storica profonda: l'Algeria non è terra straniera per il cristianesimo.
Una Chiesa di minoranza che vive di servizio
La comunità cattolica algerina è minuscola, in un paese dove oltre il 90% della popolazione è musulmana. Eppure è proprio da questa marginalità che Leone XIV ha tratto la forza del suo messaggio alla comunità locale, incontrata nella Basilica di Nostra Signora d'Africa, sospesa su un promontorio a oltre centoventi metri sul Mediterraneo:
«È con grande gioia e affetto paterno che vi incontro oggi, voi che siete una presenza discreta e preziosa, radicata in questa terra, segnata da una storia antica e da luminose testimonianze di fede.»
Il Papa ha evocato i martiri uccisi durante la guerra civile, tra cui fratel Luc di Tibhirine, monaco e medico, che di fronte alla fuga per salvarsi rispose con parole diventate leggendarie: «Io voglio restare con loro.» Una scelta che parla da sola: stare dove fa male, stare con chi soffre, anche a costo della vita.
Il mare che inghiotte, il deserto che purifica
Uno dei momenti più intensi è stato quello davanti al monumento per le vittime dei naufragi: Leone XIV ha deposto una corona di fiori e si è raccolto in silenzio. Il Mediterraneo ammirato dall'alto della Basilica è lo stesso che ogni anno inghiotte centinaia di migranti. Certi gesti non si commentano: si abitano.
Nel discorso alla comunità, il Papa ha usato l'immagine del deserto come metafora esistenziale: le sue asperità sono capaci di ridimensionare «ogni presunzione di autosufficienza. La fragilità riconosciuta apre il cuore al sostegno vicendevole e all'invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e, con essa, la pace vera.»
Una voce che vale di più perché viene dalla periferia
C'è qualcosa di profondamente significativo nell'aver aperto questo viaggio africano da una terra dove i cristiani sono sparuta minoranza. La voce di Leone XIV acquista qui un'eco particolare: non parla da una posizione di potere, ma di umiltà condivisa. «Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace», ha detto. «La giustizia trionferà sempre sull'ingiustizia; la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l'ultima parola.»
In un'epoca in cui i governanti di mezzo mondo scelgono il riarmo, queste parole suonano controcorrente. Quasi scandalose. Eppure sono le uniche che, nella storia, hanno davvero cambiato le cose. Algeri è solo il primo capitolo: Leone XIV, sotto la pioggia algerina, ha cominciato a camminare. Con le scarpe tolte, il cuore aperto e la voce ferma di chi sa che il mondo può cambiare — ma solo se qualcuno ha il coraggio di crederci per primo.
Il programma di oggi, 14 aprile
Con un volo di un’ora, Papa Leone è arrivato alle ore 10.32 ad Annaba, l’antica Ippona dove Agostino è stato vescovo per 34 anni. Il primo appuntamento di oggi è la visita al sito archeologico di Ippona, dove si conservano i resti della città romana e di quella cristiana, tra questi la cosiddetta Basilica Pacis, nella quale Sant’Agostino svolse il suo ministero. Il Papa attraversa le rovine e, al termine del percorso, depone una corona di fiori tra i canti della corale dell’Istituto della Musica di Annaba, raccogliendosi per un breve momento di preghiera.
Spostandosi in macchina, Leone si reca a visitare la Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri gestita da cinque le religiose che si prendono cura di una quarantina di ospiti. A seguire l’incontro nella Casa della Comunità dei religiosi agostiniani con alcuni membri. Dopo il pranzo, nella Basilica di Sant’Agostino, il Pontefice celebra la Messa e successivamente è previsto il rientro ad Algeri.
Seguiranno aggiornamenti dalle prossime tappe in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.
fonte: agenzie/catt.ch