di Federico Anzini
Sono arrivati da tutta la Svizzera italiana, famiglie con bambini, giovani e adulti, con le loro storie, le loro fatiche e i loro sogni, e si sono ritrovati a Sommascona, nella splendida Val di Blenio, dal 14 al 17 maggio scorsi. Erano circa un centinaio, radunati per la Mariapoli annuale dei Focolari della Svizzera italiana: quattro giorni di incontro, riflessione e vita comune, animati dal carisma di Chiara Lubich, con un obiettivo apparentemente semplice eppure sorprendentemente esigente: sperimentare concretamente cosa significa essere fratelli e sorelle.
Un canto degli anni Cinquanta che dice tutto
Per capire cos'è la Mariapoli, vale la pena tornare alle origini. Luca Crivelli, uno dei partecipanti, ha richiamato le parole di un canto composto durante i primi incontri nelle Dolomiti, negli anni Cinquanta: "Tranvieri, studenti e medici, speziali e deputati, entrati qui in Mariapoli siam già parificati". Un testo che, tradotto nella semplicità di oggi, dice una cosa precisa: persone con vite e professioni diversissime, una volta varcata la soglia della Mariapoli, diventano tutte uguali. Non perché perdono la propria identità, ma perché scoprono qualcosa di più profondo che le unisce: «l'esperienza di essere una famiglia e di scoprirsi fratelli e sorelle».
È questo il cuore pulsante di una tradizione che si rinnova ogni anno, e che quest'anno ha scelto come cornice la verde Valle di Blenio. Il cielo plumbeo dell'Ascensione ha progressivamente ceduto il posto, nel weekend, a un sole generoso — quasi un segno che il tempo stava cambiando, dentro e fuori.
Le «noccioline» dell'amore quotidiano
Il tema conduttore di questa edizione era la cura delle «relazioni a basso impatto»: piccoli gesti quotidiani — la gentilezza, l'ascolto, l'accoglienza, la prossimità generosa — capaci di trasformare un gruppo di sconosciuti in una comunità vera. I partecipanti le hanno chiamate affettuosamente «noccioline»: azioni minute ma indispensabili, come i semi di una foresta.
Fonte di ispirazione concreta è stata la storia del «tavolo 7» di una clinica di riabilitazione, attorno al quale un gruppo di pazienti con i propri dolori e le proprie preoccupazioni aveva imparato, grazie alla cura delle relazioni, a diventare una piccola comunità. Un'immagine che ha risuonato con forza tra chi, a Sommascona, stava vivendo qualcosa di simile: «il sorriso sincero durante i pasti tra persone che prima non si conoscevano», «la passeggiata al Ponte tibetano vissuta come immagine di una cordata, dove ci si sostiene a vicenda», «la gioia di un'insalata portata con delicatezza» o «delle chiacchierate attorno alla macchina del caffè al mattino».
Anche gli imprevisti si sono trasformati in opportunità. Durante una serata si è rotta una chitarra, ma ciò che è rimasto impresso non è stato il dispiacere: «Ho sentito una carezza più fisica che fatta di parole», ha raccontato qualcuno, descrivendo la vicinanza affettuosa della comunità in quel momento inatteso.
Disconnettersi per ritrovarsi
Tra le storie emerse, una in particolare ha colpito per la sua semplicità disarmante. Una partecipante si è accorta di aver dimenticato il cellulare a casa. Quello che inizialmente sembrava un problema si è rivelato un dono: «Non mi è mancato. Ho riscoperto la bellezza di stare davvero in contatto con le persone». Una scoperta che, nell'epoca dello schermo permanente, suona quasi rivoluzionaria.
C'è chi ha descritto la Mariapoli usando l'immagine del Monte Tabor — quel salire sul monte, toccare il Paradiso, e poi ridiscendere nella quotidianità portando dentro qualcosa di nuovo. «Mi sono rigenerato. Vorrei andare a lavorare e tornare qui ogni sera. E fare così fino alla pensione», ha confidato uno dei partecipanti, con un'ironia bonaria che nascondeva però un desiderio autentico.
I bambini e i giovani hanno avuto un ruolo tutt'altro che marginale. La loro spontaneità ha spesso stupito gli adulti: un'insegnante presente ha raccontato con gratitudine come «proprio dai ragazzi si impari continuamente quella freschezza che spesso gli adulti rischiano di perdere». E ancora: un partecipante, partendo dalla parola «libertà», si è ritrovato a trascorrere un pomeriggio a dipingere con due bambini, permettendo così a una giovane coppia di partecipare a un workshop sulla Tenerezza — un gesto piccolo che ha fatto sentire tutti «liberi di chiedere, donare e aiutarsi reciprocamente».
La voce del Vescovo: nessuno è veramente solo
L'ultimo giorno ha portato con sé una presenza attesa e significativa: quella del Vescovo emerito Valerio Lazzeri, che ha concelebrato la Santa Messa insieme a don Maurizio Silini e al diacono don Luca Turlon. Nella sua omelia, Monsignor Lazzeri ha fatto notare come le letture del giorno — anziché esaltare i frutti esteriori e spettacolari dell'azione cristiana — si concentrassero sui frutti più nascosti, che nascono dalla cura delle relazioni più vicine. L'attesa dello Spirito Santo da parte degli Apostoli e di Maria nel Cenacolo: non un'azione eroica, ma un «saper stare», in un'atmosfera di famiglia.
Il Vescovo ha poi toccato una delle paure più radicate nell'uomo contemporaneo: quella di sentirsi isolato, chiuso in una «campana di vetro», incapace di entrare davvero in contatto con gli altri. Ma Dio — ha ricordato — «ha infranto quella barriera venendo ad abitare in mezzo a noi. Per questo nessuno è veramente solo». E ha invitato i presenti a vivere la quotidianità con la certezza che «c'è Qualcuno che cammina con noi, che abita la nostra vita concreta e che sostiene il nostro cammino anche nei momenti di fragilità e paura».
Tornando alla riflessione di Crivelli, anche l'omelia ha sottolineato come «facciamo tanto conto sui nostri progetti per portare a compimento le nostre vite, ma l'esempio di Maria ci ricorda che occorre soprattutto saper stare; non c'è un vuoto da riempire, perché tutta la realtà è colmata dalla presenza di Dio che trasforma le nostre esistenze».
Quando il Paradiso inizia già qui
La Mariapoli di Sommascona 2026 si è chiusa com'era iniziata: con la semplicità di persone che si guardano negli occhi, si stringono la mano, si promettono di non dimenticare ciò che hanno vissuto insieme. «Nocciolina dopo nocciolina», come hanno detto in molti, ogni persona ha contribuito con qualcosa di piccolo ma indispensabile, costruendo insieme un clima di accoglienza, fraternità e autenticità difficile da trovare altrove.
In un tempo di solitudini digitali e distanze crescenti, quattro giorni in una valle del Ticino hanno dimostrato che è ancora possibile creare comunità vera, fatta di sguardi e di ascolto, di chitarre rotte e di insalate portate con cura. E forse è proprio questo il messaggio più urgente che Sommascona consegna a tutti: che il Paradiso — come ha sussurrato qualcuno congedandosi — può davvero iniziare già qui, ogni volta che ci si sente, e si sceglie di essere, famiglia.