di Francesco Muratori
Al funerale, tutti avevano la sua foto sul cuore. Centinaia di persone. Un gesto semplice, quasi disarmante, eppure capace di dire tutto: siamo tutti Melki. Martedì 12 maggio, nella collegiata di Sant’Antonio a Locarno, l’ultimo saluto a Melki Toprak ha riunito una comunità ferita, ma anche consapevole di avere perso una figura che per anni ha saputo tenere insieme identità, fede, generosità e responsabilità pubblica.
Melki Toprak si è spento a 66 anni. Era conosciuto come presidente della Federazione degli aramei in Svizzera e come presidente del Karate Club Locarno, due incarichi che raccontano già da soli la sua capacità di abitare mondi diversi, di fare da ponte, di creare legami, di non lasciare indietro nessuno.
Lo abbiamo conosciuto da vicino e lo ricordiamo però soprattutto per altro: per un modo di stare al mondo che aveva il tratto della bontà concreta. Non una bontà esibita, ma praticata. Non una parola astratta, ma una forma quotidiana di prossimità. In questo senso, Melki Toprak ha incarnato davvero un Vangelo vissuto: l’amore del prossimo tradotto in aiuto, presenza, attenzione, fedeltà alle persone e alle loro ferite.
Il funerale celebrato in una lingua nativa e antica come la fede ha restituito anche la profondità delle sue radici. In quella lingua, custodita dalla memoria di un popolo e dalla preghiera delle generazioni, c’era qualcosa di più di un rito: c’era una storia di resistenza, di appartenenza, di dignità. Ed era forse il modo più giusto per accompagnare Melki nell’ultimo viaggio, lui che ha sempre portato dentro di sé la sofferenza e la speranza dei cristiani d’Oriente.
Negli anni, diverse delegazioni della Federazione degli aramei in Svizzera si sono recate in Siria, Iraq, Turchia, Libano e Grecia per visitare e aiutare i profughi più bisognosi, e in alcune occasioni abbiamo seguito proprio Melki Toprak per documentare la situazione sul posto. Tra questi lavori c’è anche il documentario di “Strada Regina” Cristiani dimenticati, nato da un viaggio in Libano e dedicato ai cristiani aramei bloccati nei Paesi vicini alla Siria, sospesi tra impossibilità di tornare e impossibilità di ripartire.
Ma già il titolo di quel documentario, oggi, suona quasi come un paradosso doloroso. Cristiani dimenticati raccontava uomini e donne che il mondo rischiava di non vedere più. Melki, invece, non dimenticava nessuno. Aveva fatto della memoria un compito, della solidarietà una disciplina morale, dell’attenzione agli ultimi una forma di coerenza. Non guardava da lontano il dolore degli altri: ci entrava dentro, spesso in silenzio, con discrezione e ostinazione.
C’è un episodio che ricordo e che dice bene il suo stile. Era il 2017, in partenza all’aeroporto per il Libano. Mise di proposito nel bagaglio diverse bottigliette d’acqua non consentite. Un gesto apparentemente ingenuo, in realtà studiato: attirare l’attenzione su ciò che era visibile, per distoglierla da ciò che contava davvero, cioè il denaro che portava con sé per donarlo a persone nel bisogno. Un atto rivoluzionario e controcorrente ormai prescritto. È un’immagine che somiglia a un racconto evangelico minore, quasi domestico: l’astuzia usata non per sé, ma per gli altri; non per trattenere, ma per consegnare.
Anche per questo la sua figura lascia un segno che va oltre la comunità aramea. In un tempo spesso dominato dall’indifferenza, Melki Toprak ha mostrato che si può essere insieme uomini di identità e uomini di apertura, custodi delle proprie radici e servitori del bene comune. La sua testimonianza non appartiene solo a chi lo ha amato, ma anche a chi cerca ancora esempi credibili di fraternità.
La foto stretta sul cuore, allora, non è soltanto un omaggio. È una consegna. Dire “siamo tutti Melki” non significa sostituirsi a lui, ma assumere almeno una parte della sua eredità: ricordare gli invisibili, soccorrere chi soffre, non lasciare che la fede diventi lingua morta e non lasciare che il prossimo resti una parola senza volto.
Per molti resterà il presidente, il referente, l’uomo delle iniziative, dei viaggi, degli aiuti. Per chi ha avuto il privilegio di incontrarlo davvero, resterà soprattutto un uomo buono. E, forse, è proprio questa la definizione più alta.