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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (26 febbraio 2026)
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  • Proteste violente nelle strade

    Messico, un sacerdote contro i boss: "Politica e società infettate dal narcotraffico"

    Anche se il 25 febbraio, in tarda serata, il governatore dello Stato di Jalisco, Pablo Lemus, ha revocato il codice rosso che imponeva il coprifuoco e la sospensione di tutte le attività  all’indomani delle violenze scoppiate domenica scorsa nello Stato e in altre città del Paese dopo l’uccisione, da parte delle forze dell’ordine, di Nemesio Oseguera Cervantes, capo indiscusso del Cartel Jalisco Nueva Generación, una delle bande di narcotrafficanti più potenti in assoluto, non vuol dire che in Messico sia tornata la normalità. Anzi. Per capirlo basta dare un’occhiata al porto di Puerto Vallarta, proprio a Jalisco, dove ieri la nave Usumacinta della marina militare  ha fatto sbarcare 103 fanti e diversi fuoristrada armati di tutto punto: l’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la sicurezza della costa del Pacifico.

    Colpiti altri Stati

    Del resto, gli attacchi, gli attentati e le sparatorie dei giorni scorsi si sono moltiplicati anche in altri Stati: Michoacán, Guanajuato, Zacatecas e in alcune zone molto popolate dello Stato del Messico. Un’epidemia di violenze che, stando agli ultimi bilanci aggiornati, ha provocato la morte di 25 membri dell’esercito e della Guardia nazionale e di 70 membri del cartello criminale. 

    L'impegno del governo

    «Come è potuto accadere tutto questo? Prima di tutto perché Cártel de Jalisco Nueva Generación, guidato da Osegura Cervantes, soprannominato  “El Mencho”, ha esteso il suo potere in 21 Stati del Paese e in 70 nazioni del mondo» spiega ai media vaticani don Sergio Omar Sotelo Aguilar, sacerdote, giornalista e direttore del Centro cattolico multimediale, da anni impegnato in una lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione che gli è costata minacce e attentati proprio da parte dei  boss del narcotraffico. «Per diverso tempo — aggiunge — il governo federale ha lottato per contenere l'avanzata e il rafforzamento delle organizzazioni criminali, tuttavia il loro potere corruttivo è riuscito ad infiltrarsi anche in alcune amministrazioni politiche e in alcuni altri enti pubblici».

    Pressione della società civile

    Negli ultimi anni, assicura il sacerdote, la pressione esercitata dall’opinione pubblica e dal governo degli Stati Uniti ha rinvigorito la spinta al contrasto delle illegalità portando ad operazioni diffuse come quella che ha permesso l’eliminazione di “El Mencho”. Ma ancora non basta: «Il crimine organizzato si è rafforzato in modo inaudito, il suo potere è tale che esistono Stati che sono praticamente governati dai cartelli. Il potere militare ed economico del narcotraffico  ha generato le proprie norme di governance, le proprie strutture economiche e ha imposto una cultura che promuove il narcotraffico come stile di vita»

    Chiesa coinvolta

    La narcoeconomia, la narcopolitica e la narcocultura, permeando ampi settori della vita sociale comunitaria, non hanno risparmiato nemmeno la Chiesa locale.  «Lo dimostra — ricorda don Sotelo Aguilar — l’aumento degli attacchi contro persone vicine alla Chiesa, alle sue parrocchie e alle sue strutture. Tuttavia, oggi più che mai, l'azione pastorale è più forte e coerente con l’annuncio del Vangelo. Certamente, c'è il timore della violenza ma c'è anche una fede incrollabile che spinge e fa avanzare i processi pastorali».

    Esempio concreto di questo impegno diffuso  è “Dialoghi per la pace”, un movimento nato grazie alle istituzioni ecclesiastiche e la società civile, che ha l’obiettivo di sollecitare l’opinione pubblica a trovare vie di coesione e pacificazione. «Allo stesso modo, organismi come il Centro cattolico multimediale, del quale sono direttore, per anni hanno dato visibilità al fenomeno della violenza, in particolare contro i membri della Chiesa, con lo scopo di sensibilizzare su un fenomeno che ha danneggiato la società nel suo complesso e che è necessario sradicare. Da parte sua, la Conferenza episcopale messicana, attraverso comunicati e messaggi, ha iniziato a denunciare, in modo molto diretto, i terribili danni che il narcotraffico e la criminalità organizzata stanno causando».

    Pericoli evidenti

    Ma don Sotelo Aguillar è anche consapevole di un’altra, scottante, verità: «Il mio Paese è diventato un luogo pericoloso per giornalisti e sacerdoti, così come per chi lotta in difesa dei diritti umani. Come sacerdote e giornalista ho una grande sfida: parlare e portare a tutti la carità della verità, quella verità che libera e dà dignità. Lottare per un Messico libero, pacifico e giusto per me sarà sempre un privilegio per cui vale la pena dare anche la vita».

    Vatican News

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