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"Missione conclusa?" - Che cosa dice oggi alla Chiesa l’esperienza missionaria

C’è chi ha trascorso diversi anni come missionaria laica a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo; chi invece è stata in missione per mezzo secolo come religiosa in Papua Nuova Guinea; e anche una famiglia che ha svolto un impegno ecclesiale a Taiwan. Sono solo alcuni dei circa 70 partecipanti, insieme ad altre persone impegnate nel mondo missionario provenienti da tutta la Svizzera, che si sono riuniti alla fine di Settembre a Friborgo per la «Giornata delle missionarie e dei missionari». Un evento reso ulteriormente speciale dal 100° anniversario della Giornata Missionaria Mondiale, che ricorre proprio in questo 2026.

L’incontro di Friborgo è stato aperto dalla riflessione di Markus Cott, direttore nazionale di Missio Svizzera (il ramo svizzero delle Pontificie Opere Missionarie, presenti in 120 Paesi), che ha posto una domanda provocatoria: “Missione conclusa?”. Ovvero, parlando direttamente alle vite di chi è stato per periodi più o meno brevi in Paesi spesso segnati da vari tipi di difficoltà: che cosa rimane di un’esperienza missionaria? Che cosa hanno ricevuto, a loro volta, coloro che sono partiti? E che cosa significa oggi la missione?

Una domanda che assume ulteriore profondità considerando che, ormai da diversi anni, la Svizzera stessa è terra di missione. Da anni infatti - come sappiamo bene anche in Ticino - sacerdoti, religiose e religiosi, operatrici e operatori pastorali provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina sono attivi nelle parrocchie e nelle comunità svizzere. Da tempo, insomma, la missione non procede più in un’unica direzione, dall’Europa verso altre regioni del mondo: è soprattutto incontro e scambio tra culture e Chiese diverse all’interno della Chiesa universale.

Nell’incontro di Friborgo hanno preso la parola tre ex direttori nazionali di Missio Svizzera (il diacono Martin Brunner-Artho, responsabile dal 2011 al 2021; e i suoi predecessori p. Bernard Maillard OFMCap e p. Damian Weber CMM). Ma sono intervenuti anche numerosi partecipanti all’incontro, che hanno segnato su una carta del mondo i luoghi dei loro impegni passati e attuali. Il significato profondo è quello di una scelta missionaria che porta a ricevere molto più di quanto si riesce a dare; e di una Chiesa che sceglie lo stile missionario convinta - come ha insegnato Papa Francesco - che la fede non si può fabbricare, né si può «conquistare» qualcuno come fedele: Dio è già presente, e il compito della Chiesa è riconoscerne l’azione e farle spazio.

Partecipanti all’incontro di Fidei Donum a Pensier (FR)
Partecipanti all’incontro di Fidei Donum a Pensier (FR) © Fidei Donum/CVS

Dopo l’evento di Friborgo, il giorno successivo Fidei Donum (il servizio della Conferenza dei vescovi svizzeri che sostiene e accompagna le operatrici e gli operatori pastorali delle diocesi svizzere attivi all’estero) ha proseguito lo scambio, in un gruppo più ristretto, a Pensier (FR). Al centro vi era la domanda su come le esperienze missionarie possano continuare a portare frutto dopo il rientro in Svizzera. Sono emerse forme molto diverse: ascoltare e accompagnare persone isolate o vulnerabili, impegnarsi nelle parrocchie e nelle istituzioni ecclesiali oppure aprire la propria casa agli altri. Il rientro può così diventare esso stesso una nuova tappa della missione.

Gli incontri di Friburgo e Pensier hanno mostrato anche quanto sia cambiato il volto della Chiesa. Per decenni donne e uomini svizzeri hanno vissuto e lavorato nelle Chiese locali di altri continenti; oggi persone provenienti da quelle Chiese contribuiscono sempre più a dare forma alla vita ecclesiale in Svizzera. La missione abbatte muri, supera confini e apre nuovi orizzonti.

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