Ambiguità, perplessità e responsabilità. Queste le tre parole che il cardinale Jean-Marc Aveline ha usato per descrivere il futuro del cristianesimo. Parlando nella cattedrale di Losanna il 1° ottobre 2026, l'arcivescovo di Marsiglia ha difeso una visione della Chiesa incentrata sulla resistenza a tutto ciò che ferisce la dignità umana e sulla speranza in un Dio che viene all'umanità.
Invece di fare progetti sul futuro del cristianesimo, Jean-Marc Aveline preferisce porre la questione in un altro modo: «Come abitare da cristiani il futuro del mondo?» Più importante è rileggere ciò che si è vissuto, scorgervi le cose essenziali e rispondere alle chiamate. Davanti a circa 250 persone riunite nelle navate della cattedrale di Losanna, il cardinale ha invitato a resistere a tutto ciò che degrada l’essere umano e a sperare in un Dio che si fa vicino.
Si rischia di confondere l’assolutezza di Dio con l’assolutezza dell’istituzione. Ed è la fonte di molti abusi
Il coraggio di dire no agli idoli
La prima parola scelta da Jean-Marc Aveline è ambiguità. Fin dalle origini i cristiani, inseriti in una società profondamente religiosa, furono stranamente accusati di ateismo. Contestando la validità del politeismo greco-romano, i cristiani, come gli ebrei, si distinguono per il rifiuto degli idoli ai quali bisognava offrire sacrifici. È ciò che attirerà loro le persecuzioni. L’ambiguità si colloca dunque tra il cristianesimo e la religione tradizionale.
Tentazioni contemporanee
La questione non risparmia il mondo contemporaneo: il cristianesimo si oppone all’ideologia delle religioni secolari che sono il capitalismo o il nazionalismo. Nemmeno la Chiesa stessa sfugge a questa tentazione. Tanto la storia quanto l’attualità mostrano come la pretesa di assolutezza, la nostalgia di un’egemonia in gran parte fantasticata, possa trasformare il cristianesimo in un idolo in più, prosegue Jean-Marc Aveline. Si rischia di confondere l’assolutezza di Dio con l’assolutezza dell’istituzione. Ed è la fonte di molti abusi che ancora oggi si possono constatare.
Ospite della Società vodese di teologia
Il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, è stato a Losanna su invito della Società vodese di teologia. Legato alla facoltà di teologia di Losanna, in particolare al professor Pierre Gisel, con il quale ha condotto diversi lavori accademici, il prelato ha raggiunto per qualche ora le rive del Lemano all’indomani della visita di papa Leone XIV in Francia.
Degli antidoti
Di fronte a questa tentazione dell’idolatria, il cardinale propone tre antidoti. Il profeta, che «dice ciò che Dio guarda», che chiama alla giustizia e che si ritrova in tutte le religioni, dove in genere non è ben accolto. Il secondo è il mistico, che dice che «l’unione con Dio è più alta dei muri» eretti tra gli uomini. Il terzo antidoto è la figura del teologo, che convoca la ragione sul terreno della fede. Una religione che rinunciasse all’aiuto della ragione potrebbe presto sprofondare nella superstizione.
Il cristianesimo non è un «sistema di valori»
Un altro scoglio analogo agli occhi di Jean-Marc Aveline: l’idea che il cristianesimo sia semplicemente un «sistema di valori» di fronte a una società secolarizzata. Questo discorso sui valori finisce per mettere Dio da parte, e ancor più un Dio incarnato e crocifisso. Ci si accomoda allora con un «Dio opzionale». Il cristianesimo consisterebbe in un insieme di concetti morali, socialmente utili.
Al contrario, con cristianesimo si può anche designare una sorta di cultura o di controcultura di fronte a una società fondamentalmente cattiva. Diventa così l’ausiliario o l’alibi di un progetto identitario e nazionalista. Per il cardinale Aveline questa tentazione non è morta, anzi conosce un nuovo vigore. Ora, il cristianesimo è al contrario una forza di libertà che talvolta esige di pagare un prezzo alto.
Ciò che confessiamo non è tanto la ricerca dei cammini dell’uomo verso Dio, quanto dei cammini di Dio verso l’uomo.
Quale cammino?
Il secondo interrogativo è quello della perplessità: «Qual è il cammino?» In un contesto neoliberista, con il suo mercato spietato, il cristianesimo è condannato a convincere del proprio diritto di esistere, di sopravvivere? È fatica sprecata? Bisogna rassegnarsi a un futuro senza religione e senza metafisica? Il compito è nuovo e difficile, riconosce il cardinale. Occorre affrontarlo con serietà e profondità.
Per rispondere, Jean-Marc Aveline invoca il termine responsabilità. Più che mai si tratta di farsi voce dei senza voce. È l’atteggiamento di Gesù: ascoltare colui che si vuole far tacere. Ciò che confessiamo non è tanto la ricerca dei cammini dell’uomo verso Dio quanto dei cammini di Dio verso l’uomo. È tutta l’originalità della rivelazione cristiana.
Per questo il cardinale invita a una rilettura personale. «Come ha fatto Dio con me, con quale delicatezza, con quale pazienza?» Partecipare alla natura divina: è l’unico futuro che conta, e la Chiesa è al servizio di questo obiettivo, che riguarda ogni uomo ben oltre le sue frontiere. Come dice il Vangelo di Giovanni (3,16): «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». Si può così uscire dalle domande inutili sull’istituzione, suggerisce il cardinale. La Chiesa non ha il proprio centro di gravità in se stessa.
L’assenza di interiorità indebolisce la relazione, che rischia di polarizzarsi su opinioni semplicistiche
Vivere questo decentramento è impegnativo. Si tratta di lasciarsi convertire dal Vangelo come sale della terra e luce del mondo. È ciò che dà ai cristiani e alla Chiesa la loro più grande libertà, la loro più grande sicurezza sul futuro.
Osservazioni pastorali
Forte di questa riflessione, il cardinale ha concluso con alcune osservazioni pastorali.
La prima consiste nel lasciarsi provocare dalla novità dei catecumeni in Francia e altrove in Europa. Vedervi soltanto una garanzia di sopravvivenza sarebbe uno sguardo troppo superficiale. In realtà, non c’entriamo molto. Queste persone, per lo più giovani, arrivano spesso per vie inattese: i social network, la ricerca di identità, la pressione di un certo islam, le preoccupazioni ecologiche... Accoglierle è una responsabilità di fronte a Dio.
La seconda osservazione, valida soprattutto per la Francia, è il rischio di una Chiesa non abbastanza varia dal punto di vista sociologico, secondo il principio «chi si assomiglia si piglia». Ciò implica anche curare il legame tra fede e vita.
Per il cardinale, la fragilità del legame sociale e il bisogno di interiorità sono una terza preoccupazione. L’assenza di interiorità indebolisce la relazione, che rischia di polarizzarsi su opinioni semplicistiche. Occorre ripristinare una cultura della conversazione, che è anche la condizione della libertà e della resistenza.
La perdita di credibilità della Chiesa nei casi di abusi sessuali e spirituali chiede di mettersi dal punto di vista delle vittime, di operare per la riparazione e la prevenzione, senza trascurare la vigilanza nei confronti di chi ha commesso tali atti.
Resistere
In conclusione, Jean-Marc Aveline ricorda che la fede significa anche resistere. Riprende la formula di un sacerdote palestinese a Gaza: «Qui la gente non si chiede dove sia Dio, dice ‘Dio è il nostro unico rifugiò, ma si chiede dove sia l’umanità».
fonte: cath.ch/mp/trad. catt.ch
Un figlio d’Algeria
Jean-Marc Aveline è nato nell’Algeria francese, a Sidi Bel Abbès, nel 1958. La sua famiglia, pieds-noirs originari di Almería, in Andalusia, vi si era stabilita alla fine del XIX secolo. Il prelato marsigliese ama ricordare che era «venuta per fuggire la carestia e cercare lavoro in un’epoca in cui i flussi migratori nel Mediterraneo andavano piuttosto da Nord verso Sud».
Ma la guerra d’Algeria li spinse, come tanti altri, a fuggire per venire in Francia, dove è cresciuto.
Nel settembre 1977 entra nel seminario di Avignone, poi in quello dei Carmes a Parigi, dove studia greco ed ebraico biblico. Nel 1984 viene ordinato sacerdote per la diocesi di Marsiglia e prosegue gli studi per due anni. Nel 1986 torna finalmente a Marsiglia come professore in seminario e poi vicario in una parrocchia del centro città.
Nel 1992 fonda l’Istituto di scienze e teologia delle religioni (ISTR), istituzione rivolta alle realtà spirituali del Mediterraneo, di cui resterà direttore fino al 2002. Nel 2007 diventa vicario generale dell’arcidiocesi di Marsiglia, poi vescovo ausiliare nel 2013 e arcivescovo nel 2019. È stato creato cardinale da papa Francesco nel 2022.