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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (28 gennaio 2026)
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  • Markus Krienke, professore di Filosofia moderna e di etica sociale alla Facoltà di Teologia di Lugano e direttore della Cattedra Rosmini

    Testimoniare la pace in tempi di guerra. Un commento di Markus Krienke

    Dopo due anni e mezzo dall’inizio della guerra d’attacco della Russia all’Ucraina e considerando la stanchezza, sempre più diffusa in Europa, relativamente a questo clima di guerra, sorgono alcune domande. Ad esempio: come cristiani è ancora possibile sostenere il diritto di difesa dell’Ucraina, considerando che ciò comporta un ulteriore prolungamento dei combattimenti e dunque di dolore e morte? È vero, a questo proposito, che il pacifismo cristiano sia ormai irrimediabilmente «danneggiato », dato che la Segreteria di Stato vaticana avrebbe affermato, in più occasioni, il diritto di difesa dell’Ucraina, contro la stessa linea di Papa Francesco? E, per contro, che significato ha, in una prospettiva di pace, l’appello recente del card. Parolin, ribadito durante il suo viaggio in Ucraina? Come insegna la riflessione ormai millenaria su guerra e pace, l’impegno cristiano per la pace non può non fare i conti col fatto che, purtroppo, i mezzi alternativi alla guerra spesso «si rivelano definitivamente inefficaci, per la potenza del male o per la malizia degli uomini», come considerava il pensatore cristiano Emmanuel Mounier (1905-1950). Del resto Gesù stesso, insegnando la non violenza, ha combattuto incessantemente contro i sostenitori della violenza, con i quali certi compromessi non sono possibili senza tradire il valore della pace stessa. E non a caso San Paolo afferma: «Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,18). Il pacifismo, dunque, deve purtroppo fare i conti con la realpolitik, che insiste, come molti Stati europei continuano a ribadire, sulla stretta necessità della giustizia per avere un esito di pace. Ma c’è senz’altro un’ulteriore dimensione importante nel messaggio cristiano sulla pace, sulla quale insistette proprio San Nicolao della Flüe e che va oltre questa logica: si tratta di «rispettare senza compromessi l’umanità nell’altro». Così infatti si potrebbe «tradurre» il suo famoso monito con cui salvò nel 1482 la Confederazione elvetica. Dicendo di «custodire nel cuore la memoria della passione del Signore» – queste le parole originali rivolte alle autorità bernesi –, egli indicò la passione di Cristo come vera fonte di pace, la quale non sorvola sulla realtà del dolore e del sacrificio, contrariamente a quanto tende a fare la «giustizia umana ». Nel nome dell’umanità sofferente, infatti, per Bruder Klaus la pace significa trovare proprio tra nemici un riferimento comune: e mentre egli lo individuava in Cristo, oggi esso è l’umanità, anche se a livello diplomatico è così difficile da comprendere. Papa Francesco usa l’idea della fratellanza universale umana per esprimere una testimonianza forte e la forza, necessaria, di rendersi attivamente prossimi di chiunque soffra per la guerra e l’ingiustizia. Sin dall’inizio della guerra in Ucraina, l’operato di Papa Francesco e della diplomazia vaticana si muove lungo questi parametri di valutazione e azione per i cristiani, che non si identificano né con la realpolitik né con un ingenuo pacifismo: l’affermazione del chiaro diritto di autodifesa, la solidarietà incondizionata con chi soffre e l’insistere su soluzioni diplomatiche al cui centro stia il rispetto dell’umanità.

    Markus Krienke, professore di etica alla Facoltà di teologia di Lugano

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