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Mer 1 apr | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Nel Paese dei Cedri la guerra è già nelle case e a pagare per primi sono sempre i civili

    di Nello Scavo*

    E quando il conflitto iraniano si estende, si allargano i rischi sistemici. Si moltiplicano le linee di contatto tra Israele, Libano, Siria, Iraq e Golfo. Cresce il pericolo che corridoi energetici, rotte commerciali, traffici marittimi e dispositivi di sicurezza internazionale vengano risucchiati. In questo quadro il Libano, già esausto economicamente e politicamente, non ha margini di assorbimento. Un’altra ondata di guerra non significherebbe soltanto più morti: significherebbe paralisi delle scuole, collasso dei servizi, nuovo esodo interno, ulteriore frantumazione confessionale. Il Libano non è uno scenario che sta per aprirsi. È un luogo dove la guerra è già dentro le case. Prima ancora che le cancellerie trovino le parole per nominare l’escalation, il Sud del Paese conta già morti, sfollati e villaggi svuotati. Per chi vive lungo il confine, la guerra non è una formula diplomatica. È una condizione quotidiana.

    Nei paesi delle colline che guardano verso Israele, i contadini non aspettano i comunicati militari. La guerra la leggono nei campi resi sterili, nei raccolti perduti, nei bambini che non tornano a scuola. Le accuse sull’uso di fosforo bianco non riguardano soltanto il diritto internazionale umanitario. Riguardano la devastazione lenta: terreni inutilizzabili per stagioni, famiglie private dell’unica fonte di reddito, comunità costrette a capire che il cessate il fuoco non restituisce da solo la vita di prima. Per loro la pace comincia solo quando il suolo torna fertile e la paura smette di abitare i cortili.
    Il parroco di uno di questi villaggi è stato ucciso. Non era un combattente. Era ciò che restava quando molti erano già fuggiti: un presidio civile, un testimone, il custode di un’identità che il conflitto minaccia di cancellare insieme alle case. Colpirlo non è soltanto un danno collaterale. È un messaggio rivolto alle comunità cristiane del Sud, che qui non rappresentano un residuo simbolico ma una parte costitutiva del tessuto locale. Il sacerdote, in questi luoghi, non è solo una figura religiosa. È l’istituzione informale che supplisce allo Stato assente, spesso l’ultimo a restare quando il villaggio si svuota.
    L’allargamento del conflitto in Iran cambia la natura di ciò che accade anche qui. Il Libano non si trova più soltanto esposto alla pressione lungo la frontiera con Israele. Rischia di diventare uno dei punti in cui una crisi regionale mostra la sua vera dimensione: quella di una guerra che unifica teatri diversi, salda attori formalmente distinti, annulla i confini tra rappresaglia locale e confronto strategico.
    L’appello del Papa cade su uno Stato che da tempo non controlla più il proprio destino. Sul territorio libanese si sovrappongono la pressione militare israeliana, la forza di Hezbollah, la proiezione iraniana, i residui della crisi siriana e l’impotenza di istituzioni svuotate. UNIFIL conserva un valore reale di osservazione e testimonianza, ma non ha gli strumenti per invertire la traiettoria degli eventi. In questo quadro i profughi siriani subiscono una doppia pressione. Da anni sono il bersaglio più visibile di una tensione sociale che cerca un colpevole facile. Ma l’allargamento del conflitto rischia di trasformarli anche nel primo anello di una nuova emergenza umanitaria. E ora Beirut è di nuovo al centro: troppo esposta per sottrarsi, troppo fragile per reggere un’altra ondata, troppo importante per restare fuori dalla logica dello scontro. Il punto non è solo che il Libano può bruciare ancora. Il punto è che, se la guerra in Iran continua a dilatarsi, il Libano diventa uno dei luoghi in cui l’intera regione smette di essere una somma di crisi separate e torna a essere una sola guerra. E, come sempre, a pagare per primi saranno i civili.
    *Corrispondente di guerra di Avvenire

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