di Cristina Uguccioni
In occasione del pellegrinaggio della Diocesi di Lugano a Pavia, catt.ch ha incontrato padre Antonio Baldoni, appartenente alla comunità dei padri agostiniani di Pavia cui è affidata la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di sant’Agostino, Dottore della Chiesa, uomo di intelligenza finissima e di premura pastorale instancabile, che ha lasciato un’impronta profondissima nella vita culturale dell’Occidente.
Padre Baldoni, quali sono gli snodi della storia che lega Pavia ad Agostino?
«Tutto è iniziato molti secoli fa quando Pavia era la capitale del regno dei longobardi e governava il re Liutprando, che poi venne sepolto qui nella Basilica di san Pietro in Ciel d’Oro. Fu Liutprando – siamo nell’VIII secolo – a desiderare che la sua capitale, per acquisire prestigio, ospitasse le spoglie di un grande personaggio: la scelta cadde sulle spoglie di Agostino, che si trovavano a Cagliari, città che a quel tempo era preda degli assalti dei saraceni che facevano razzie. Dunque Liutprando, anche per evitare che le spoglie di Agostino cadesse nelle mani dei saraceni, le fece portare a Pavia: ciò accadde tra il 721 e il 725. Liutprando temendo però che anche a Pavia i resti mortali potessero correre qualche pericolo, li fece nascondere all’interno della chiesa longobarda che sorgeva nel luogo dove poi, nel XII secolo, venne edificata l’attuale Basilica. In quella prima, antica chiesa erano stati posti anche i resti del filosofo Severino Boezio».
Successivamente cosa accadde?
«Il corpo di Agostino fu nascosto così bene che venne trovato solo nel 1695 quando alcuni operai, eseguendo dei lavori nell’attuale cripta, scoprirono l’urna d’argento di epoca longobarda che conteneva le ossa del santo. L’urna venne poi alloggiata all’interno dell’Arca di Agostino, imponente, magnifico monumento funebre in marmo commissionato dagli agostiniani ad artisti lombardi, nel XIV secolo. L’arca, un vero capolavoro, rappresenta uno dei più pregevoli esempi di scultura gotica in Italia. In epoca napoleonica la Basilica fu poi chiusa e divenne un deposito, mentre l’arca fu smontata per essere meglio conservata e le spoglie di Agostino e Boezio furono messe in salvo. La Basilica, dopo un lungo lavoro di ristrutturazione venne riaperta nel 1900. Sant’Agostino è intanto divenuto compatrono della diocesi e dell’università cittadina».
Oggi cosa rappresenta Agostino per la città di Pavia?
«Il legame di Pavia con Agostino è forte, ma penso che potrebbe esserlo maggiormente. La presenza delle sue spoglie e l’eredità della sua spiritualità potrebbero essere maggiormente valorizzate. E non solo a Pavia. Agostino è sempre molto studiato, soprattutto però dal punto di vista filosofico. Certamente fu un insigne filosofo, ma fu anche e soprattutto uomo di Dio e pastore della Chiesa. E invece il popolo cristiano lo considera soprattutto un intellettuale, un filosofo, e si accosta a lui con meno devozione di quella che riserva ad altri santi sentiti più vicini perché meno “intellettuali”. Sono lieto che l’appartenenza di papa Leone XIV all’Ordine agostiniano stia contribuendo a far scoprire o riscoprire la spiritualità di Agostino».
Lei è autore del volume “I cammini spirituali dell’uomo. Temi e riflessioni tratti da sant’Agostino”. Quali sono i tratti più significativi della spiritualità di Agostino che possono maggiormente istruire gli uomini e le donne del nostro tempo?
«Ne indico quattro. Il primo: Agostino è l’uomo dell’interiorità, l’uomo che invita a volgersi verso il proprio cuore, il luogo dove ognuno “è”, il luogo dell’autenticità, il luogo di Dio. Agostino conosce bene la fatica di rientrare in se stessi. Come scrive nelle Confessioni, egli ha per lungo tempo vissuto una vita “fuori”, alla ricerca di senso, di bellezza, di verità nelle cose, nelle relazioni, nel successo. Poi, la scoperta di Dio: «Tu eri dentro di me e io fuori», scrive nelle Confessioni.
L’uomo è l’abitazione stessa di Dio perché Dio, per grazia, ha scelto di abitare l’uomo.
Un secondo tratto della sua spiritualità dal quale dovremmo lasciarci istruire è la comunione: Agostino è l’uomo della comunione, voluta, perseguita, costruita con i fratelli. L’ideale degli agostiniani, indicato anche nella Regola, è vivere insieme avendo un cuore solo e un’anima sola protesi verso Dio. La comunione, per Agostino, riguarda noi religiosi, ma non solo: riguarda la Chiesa intera e tutti i fedeli. Il terzo tratto della sua spiritualità è l’umiltà. Essere umili è fondamentale, significa essere terreno (humus) buono sul quale può crescere la vita secondo Dio.
Si racconta che a un diacono che domandò ad Agostino quale fosse la virtù principale, egli rispose: l’umiltà. E poi aggiunse: e se mi chiedi qual è la seconda e qual è la terza più importante, dirò sempre l’umiltà.
Il quarto tratto della sua spiritualità è l’amore per la Chiesa. Prima della conversione la teneva in scarsa considerazione, poi però il suo sguardo cambiò e la Chiesa divenne per lui come una madre, perché come una madre – e Agostino pensava alla propria, santa Monica – la Chiesa si prende cura dei suoi figli, è paziente, fedele, capace di perdonare e far nascere alla vita in Dio».
Il sito catt.ch segue il pellegrinaggio dei ticinesi.