da Buenos Aires Francesco Muratori
Dopo trentanove anni un Pontefice torna in Argentina, e Buenos Aires lo aspetta con una miscela di fede, stanchezza e speranza. Per capirlo bisogna partire dalla Alameda, il centro comunitario nato per soccorrere le vittime di tratta e sfruttamento, dove Gustavo Vera, fondatore dell’organizzazione ed ex legislatore porteño dal 2013 al 2017, parla a nome dei poveri: “Noi nutriamo grandissime speranze”. Il segnale, dice, è il pellegrinaggio di settembre a Luján, il più partecipato della storia: quasi tre milioni di persone sotto una pioggia torrenziale. “C’è un bisogno di fede e di speranza, in mezzo all’angoscia e alla disperazione per la situazione economica”. Alla Santa Sede, aggiunge, è già stato consegnato un rapporto sulla tratta, tema che Leone ha citato nella sua enciclica. Dietro quell’attesa c’è però un’assenza. Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e poi Papa Francesco, scomparso nell’aprile 2025, in dodici anni non tornò mai in patria. A spiegarlo è Federico Wals, già addetto stampa del cardinale e oggi coordinatore dei media esteri per la visita: la politicizzazione della sua figura, la pandemia e i problemi al ginocchio fecero saltare ogni tentativo. “Qualcuno diceva che il Papa non voleva bene all’Argentina, ma in fondo la gente lo ha aspettato”, racconta. Vera aggiunge un timore ulteriore: Francesco avrebbe voluto venire a fine mandato, per evitare provocazioni contro il suo ruolo di mediatore mondiale. Ora arriva Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, nato a Chicago, agostiniano e peruviano d’adozione, primo Pontefice nordamericano della storia. Per Wals è un Papa vicino, perché “ci conosce” e già negli anni Duemila frequentava Bergoglio in città, ma va guardato per ciò che è: “Non confondiamolo con Francesco, ha la sua storia e segnerà il suo cammino”.
Chi lavora ai margini spera nella continuità
Chi lavora ai margini spera invece nella continuità. Nestor, della cooperativa tessile dove ex vittime dei laboratori clandestini hanno ritrovato un lavoro, chiede di proseguire la battaglia di Francesco contro la “cultura dello scarto”. Il significato politico di questa visita lo decifra Fortunato Mallimaci, sociologo, dottore all’École des Hautes Études di Parigi, già decano di Scienze sociali all’Università di Buenos Aires e ricercatore del CONICET. Secondo lui “nessun attore sociale, sindacale o culturale si dichiara contro il Papa”, e dopo il sogno di avere il proprio parroco o il proprio vescovo, oggi gli argentini sognano il proprio Papa: vedremo “milioni di persone in strada”.
Leone parlerà di giustizia sociale, migranti e diritti dei lavoratori, cioè di temi che stridono con la linea del governo di Javier Milei.
Uno scontro in piazza, però, non ci sarà: “Si scontreranno dopo la sua partenza, o in altri modi”. Vera la pensa allo stesso modo: il Papa viene con un messaggio di unità, ma le sue omelie, quasi suo malgrado, “chiameranno in causa” l’esecutivo. Il desiderio di ricomposizione attraversa anche la comunità ebraica. Diego Elman, che ospitò Bergoglio in sinagoga quando era cardinale, ricorda che dopo una festa il futuro Papa rifiutò l’auto: “Sono venuto in metropolitana”. Elman spera in una visita che “unisca gli argentini”, perché la società è meno polarizzata di quanto sembri sui social. Sono proprio i giovani a chiedere più presenza. Un ragazzo dell’università Austral legata all’Opus Dei parla di “un privilegio enorme” e vorrebbe che il Papa aiutasse a ritrovare il contatto umano, eroso dagli schermi. Rosario Peregrina, cattolica, definisce l’arrivo “una carezza all’anima”, e Benjamin chiede soltanto una preghiera perché ci sia più lavoro. Alla fine il filo che unisce le voci è semplice: una città ferita dalla crisi spera che Leone, senza imitare Francesco, le restituisca la voglia di stare insieme.
Sabato 7 novembre a Strada Regina su RSILa1 alle 18,35 le voci da Buenos Aires in attesa di Prevost.