Il viaggio di Papa Leone XIV in Francia si è chiuso a Metz, sotto le vetrate della cattedrale di Santo Stefano, detta Lanterne du Bon Dieu. Lunedì 28 settembre, nel pomeriggio, il Pontefice vi ha celebrato l'ultima Messa pubblica della visita. Secondo le autorità locali l'hanno seguita circa 35'000 fedeli, tra la navata, il sagrato e le strade del centro. Alla celebrazione ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, che in un primo tempo non aveva previsto di prendere parte alle celebrazioni del Papa. Alle 19.33 l'aereo è decollato dall'aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine verso Roma.
Il viaggio è durato quattro giorni, dal 25 al 28 settembre, con tre tappe. A Parigi il Papa è stato all'Unesco, a Notre-Dame restaurata e alla veglia con i giovani allo Stade de France. A Lourdes, all'Angelus, ha chiesto di pregare il Rosario per la pace durante tutto il mese di ottobre. L'ultima tappa è stata Metz, la città di Robert Schuman, uno dei padri dell'Europa unita. Per Leone XIV era il quinto viaggio apostolico internazionale.
Al mattino, l'Europa di Schuman
La giornata era cominciata al Centro Congressi Robert Schuman con l'incontro interreligioso. Qui il Papa ha definito una profanazione invocare il nome di Dio per legittimare la violenza. Poco dopo, all'evento Alle radici dell'Europa per la pace e l'unità, ha tenuto un lungo discorso in francese ispirato alla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950. Prima una diagnosi: «oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare». Poi un avvertimento: «bisogna guardarsi dall'illusione del riarmo». Infine una strada: «È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace».
Una racchetta di legno sul sagrato
Verso le 15.30 Leone XIV è arrivato in papamobile a Saint-Étienne, dopo un ultimo giro tra la folla. Lo ha accolto il sindaco François Grosdidier. Sul sagrato gli hanno fatto un regalo poco protocollare: una racchetta da tennis in legno, per un Papa che non ha mai nascosto la sua passione per questo sport. L'ha studiata divertito, poi ha firmato il Libro d'Onore: «Possa la pace di Dio regnare sempre nella città di Metz e nei cuori di tutte le persone. Con la mia benedizione».
Lungo la navata si è fermato a salutare alcuni fedeli con disabilità. In sagrestia lo aspettavano i ministranti. Uno di loro, Louis, aveva spiegato ai media vaticani che la sua città porta i segni di tre guerre: quella franco-prussiana e i due conflitti mondiali. Porta anche, aveva aggiunto, «una storia legata alla riconciliazione».
Il perdono non è una resa
L'omelia è partita dalle tre immagini del profeta Isaia: il deserto, il giardino, la casa. Nelle prime due agisce Dio. La terza chiede mani e fatica. «Così la pace, che è dono di Dio, richiede una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso».
Poi il Vangelo di Matteo, con l'invito a porgere l'altra guancia. Il Papa ha riconosciuto che queste parole possono sembrare debolezza. Poi si è rivolto direttamente ai fedeli: «Voi che siete i figli di questa terra, lacerata in passato da conflitti fratricidi, sapete bene che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione». Né è più forte chi se ne va «sbattendo la porta».
La storia di Metz, per Leone XIV, ne è la prova. Dopo il 1871 la città fu annessa alla Germania, nel 1918 tornò francese e nel 1940 fu di nuovo annessa dal regime nazista, fino alla liberazione nel novembre 1944. «Metz e la Mosella testimoniano al mondo intero che la riconciliazione è possibile solo quando si ha il coraggio di spezzare la catena del risentimento. Ci vogliono forza e grande equilibrio per non lasciarsi sopraffare dal male, soprattutto quando le ferite subite sono profonde».
Le vetrate e le radici
Il Papa ha poi guardato alle origini: al monachesimo e a san Crodegango, pastore di Metz e autore della Regola dei canonici. Da lì l'Europa ha ereditato principi come «il primato della persona e il carattere sacro e inviolabile della vita umana, in tutte le sue fasi e in ogni circostanza». Con essi, la centralità della famiglia, la cura dei poveri e l'accoglienza dello straniero.
La diocesi di Metz è una delle due in Francia, con Strasburgo, ancora sottoposte al regime concordatario nato dal Concordato del 1801. A questa Chiesa il Papa ha chiesto di custodire «l'eredità unica di un dialogo fecondo tra società civile e fede» e di essere un «laboratorio vivente di questa fedeltà».
L'ultima immagine gliel'ha offerta la cattedrale, con i suoi 6'500 metri quadrati di vetrate. Tra queste ci sono quelle di Marc Chagall, che il Pontefice ha indicato come simbolo di dialogo ecumenico e interreligioso. «Contemplando queste vetrate, impariamo che il futuro dell'Europa non risiede nell'uniformità, ma nell'armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce».
Mezz'ora con Macron, poi Roma
Al termine della celebrazione l'arcivescovo-vescovo di Metz, monsignor Philippe Ballot, ha salutato il Papa con un augurio che nasce dalla storia della città: «Là dove, oggi, ci sono conflitti, la speranza di vedere i nemici parlarsi e diventare amici non è un'illusione perché si è concretizzata qui». Tra i doni c'erano una riproduzione di Schuman e un modellino in metallo della cattedrale, realizzati da studenti di istituti professionali. Al vescovo il Papa ha lasciato un calice.
Poi il ringraziamento finale: «Cari amici, continuiamo a camminare insieme, uniti nella Santa Madre Chiesa, per la gloria di Dio e al servizio del suo Regno di amore, giustizia e pace». All'aeroporto, fuori programma, un colloquio privato di circa trenta minuti con Macron ha fatto slittare il decollo. Sul volo, con arrivo a Fiumicino previsto verso le 21.20, era in programma la tradizionale conferenza stampa con i giornalisti al seguito.
In cattedrale il Papa aveva ricevuto anche una candela, prodotta da un laboratorio cittadino, «affinché la luce della lanterna possa giungere fino in Vaticano», come ha detto monsignor Ballot. Quella luce può arrivare anche più vicino a noi. Giovedì comincia ottobre, il mese che Leone XIV ha chiesto di dedicare al Rosario per la pace, e l'invito raggiunge anche le nostre parrocchie ticinesi. Metz dimostra che i nemici di ieri possono diventare amici. Spesso tutto comincia da un gesto piccolo, ripetuto con fiducia.
fonte: agenzie/catt.ch