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Come mai gli uccelli cantano così forte, stamattina?

“Ma come mai gli

uccelli cantano così forte, stamattina?” mi chiedo passeggiando col cane nel

parchetto accanto a casa. Ascolto meglio: non sono loro che hanno alzato il

tono, ma tutt’intorno è il silenzio, ad essere salito. E’ l’assenza di voci, ad

avvolgermi. Quelle dei bimbi a ricreazione, delle macchine per strade, degli

operai nei contieri, degli studenti sui marciapiedi, delle signore con la spesa

che si fermano a scambiare due parole. E’ il mondo degli umani ad aver

abbassato il tono della sua voce collettiva. Ad essere avvolto in una cappa di

silenzio. E dentro una bolla, mi sento anch’io. Sospesa tra un passato, così

vivo, fino a ieri, così ricco di relazioni, impegni, condivisioni, e un futuro

che non so immaginare.

Vivo, viviamo,

ciascuno nella propria nicchia, in un tempo che sembra non condurre più da

nessuna parte: che non ci porta più in avanti, ma ci inchioda ad un presente

dove i giorni vengono replicati, uno dopo l’altro. Viviamo in un presente sospeso

e dilatato che non sappiamo dove ci conduce e la cui fine non riusciamo nemmeno

ad immaginare.

Viviamo il

susseguirsi dei giorni, dove il virus ci ha colto e dove il virus ci condurrà, camminando

su una sorta di tapis roulant che dà l’idea del movimento, ma dove in realtà si

corre sul posto. Dopo decenni a bordo di un treno lanciato a rotta di collo non

importa verso dove, purché costantemente in avanti, qualcuno ha tirato la

maniglia del freno d’emergenza. E tra lo stridore del ferro contro il ferro, la

pioggia di scintille e lo stupore dei passeggeri, la corsa è finita in mezzo al

nulla, forse addirittura in una galleria dove non capiamo se per salvarci dobbiamo

correre in avanti o tornare indietro. La corsa è finita, viene da dire. La

corsa sul dorso di vettori sempre in salita, di numeri in costante crescita, di

cifre con sempre più zeri,  si è

interrotta: oggi non sono più i grafici del PIL o quelli dell’andamento delle

borse ad interessarci, ma unicamente quelli relativi all’andamento della

malattia, quelli del numeri di chi combatte, quello di chi non ce l’ha fatta.

Una sostituzione repentina, che come un veloce passaggio di una spugna bagnata

su una lavagna di ardesia, ha cancellato non solo eventi, programmi e

appuntamenti, ma anche la presunzione che ci faceva credere di avere in mano la

sequenza dei nostri giorni e la facoltà di moltiplicarli, sempre diversi ma

sostanzialmente uguali,  nel tempo.

Di settimana in

settimana, vediamo ora il futuro allontanarsi: le date della ripresa slittano

sempre più in là. Quello che non è andato in scena in questi giorni, viene

previsto per  l’autunno. Ma mi chiedo:

davvero ci interesserà ancora quello che ci siamo persi da febbraio in poi? Continueremo

a ridere delle stesse cose? Davvero ripartiremo da dove ci siamo fermati?  Non saranno, forse, diverse le domande su cui

vorremmo chinarci domani? Non avrà, questo tempo, fatto nascere in noi idee,

visioni, desideri diversi su cui vorremmo confrontarci insieme, dopo?

Arriverà, il

coronavirus,  ad essere linea di

demarcazione tra un prima e un poi, allo stesso modo con cui lo sono le vere rivoluzioni?

Sarà capace di ristituirci qualcosa oltre ai lutti, alle restrizioni, alle

mancanze che ci ha inflitto? Che ci sta infliggendo?

La mia mente si agita inquieta. Il presente le sta stretto. Si spinge ad immaginare scenari sempre nuovi e diversi. Di un mondo che si risolleverà più consapevole, più maturo, più… umano. In cui sarà una festa tornare a scuola, stringersi tra le braccia, aprire la porta delle nostre case. Un mondo fragile, vacillante sui propri passi,  che come un convalescente, come un malato guarito si alza dal letto e si guarda allo specchio scoprendosi uguale ma diverso. Smagrito, indebolito, ma con due occhi più profondi e uno sguardo più limpido.

Corinne Zaugg

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