di Cristina Vonzun
Quattro anni fa quando è arrivata come un fulmine a ciel sereno la guerra in Ucraina, eravamo appena usciti dall’ultima ondata di pandemia da Covid. Appena tacque il virus ebbe quindi inizio un virus forse ancora peggiore: la violenza del fratello contro il fratello. Una furia bellica che ha portato ad una fuga in massa di popolazione e alla conseguente mobilitazione dell’Europa, in primo luogo dei Paesi confinanti per accogliere e dare un minimo di futuro a questi esuli. Incertezza economica per tutti, sanzioni e altre iniziative, per ora non hanno fermato la volontà di chi va avanti nei bombardamenti. Poi le stragi, la scoperta delle fosse comuni, gli attacchi mirati alle infrastrutture, soprattutto in inverno, per mettere ancora di più a dura prova la resistenza della popolazione, senza luce e riscaldamento, nelle lunghe stagioni invernali. E i morti: migliaia, da ambo le parti. Pure i soldati mandati al fronte dalla Russia, in tanti casi dei poveretti che neppure sapevano la vera causa del conflitto (che è soprattutto economica) e sono finiti ammazzati. Venne anche il turno dei ragazzi della Corea del Nord andati a morire con i russi – che cronache di guerra pervenute, raccontano essere arrivati mal equipaggiati, in prima linea e alquanto inesperti. Un caos voluto di orrore. Dall’altra parte del fronte c’è stato e c’è l’esercito della solidarietà. Il nostro sito ha documentato tante iniziative in tal senso in Ticino: camion partiti con aiuti per i profughi, accoglienza di ucraini nelle famiglie, la mobilitazione portata avanti dalle istituzioni cattoliche e non. Qui ricordiamo le parrocchie e chiese della Polonia, la Caritas internazionale, ma anche tanti nostri gruppi locali che non si sono tirati indietro. Quattro anni fa ero ancora impegnata con la scuola. Gli allievi erano appunto appena usciti dalla pandemia e aleggiava ancora quel vago sogno di un mondo migliore e più buono. Illusione? Di fatto un mondo buono c’è, ma convive, come è anche in una lettura cattolica della storia, in una tensione perenne con il mistero del male, del dolore innocente che si mischia a quello colpevole provocato dalla crudeltà umana. Una tensione che è nel cuore di tutti quanti, una tensione che arriva fino alla croce di Cristo, che è estremamente realista nella sua forma verticale e orizzontale: capace di tenere quella tensione tra l’amore di Dio per l’uomo che arriva fino a farsi fisicamente dono di pace, e sotto, la lettura di chi non accetta un tale amore e rifiuta Cristo e tutto il suo messaggio di misericordia e di perdono, crocefiggendolo. Noi esseri umani stiamo vivendo questo tempo delle macerie della guerra che è il tempo della croce. Lo stanno vivendo in prima linea in Ucraina evidentemente, e ovunque nel mondo dove ci sono questi conflitti bellici. Papa Francesco, in una frase detta ad un anno dall’inizio del conflitto e che incontra molto bene i versi di San Martino del Carso, scritti dal poeta italiano Ungaretti, militare all’epoca nella prima guerra mondiale, disse: “Quella costruita sulle macerie non sarà mai una vera vittoria”. Ungaretti, un secolo prima, davanti alla tragedia della prima guerra mondiale scrisse questi versi intitolati San Martino del Carso, quasi una preghiera laica:
“Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il Paese più straziato.
La guerra non è una vittoria. Resterà sempre una ferita, anche quando sarà conclusa. Ma nella guerra Dio in qualche modo è presente e solidale, non con chi vince, ma accanto a chi soffre, come il Cristo, che non per teoria o per filosofia ma nella sua concreta carne ha fatto della croce il luogo di vicinanza e di prossimità di Dio all’umanità che resta e resterà sempre ferita e quindi bisognosa della compagnia concreta di Dio di un Dio molto umano nella storia, fino alla ricapitolazione di tutte le cose in Lui.