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De Raemy per il Primo Agosto: "La Svizzera: una squadra nel mondo"

di mons. Alain de Raemy*

I mondiali di calcio si sono appena conclusi. Non siamo diventati campioni del mondo, ma siamo arrivati ai quarti di finale. Niente male, anzi! Anche chi non s’interessa di calcio o non se ne intende, si unisce volentieri al coro mediatico: evviva la Nati, evviva la Svizzera!
La patria è una squadra.
Nel calcio, una squadra è un gruppo che vuole giocare con altri, e se possibile, ai più alti livelli a livello mondiale e internazionale.
Non si gioca mai da soli senza confrontarsi con un’altra squadra.
Anche la nostra patria vuole giocare con tutte le altre nazioni e assumere il suo ruolo nel mondo. Benvenga questo spirito di squadra!
Ma un gioco è solo possibile nel rispetto delle regole che valgono per tutti. Solo così il gioco diventa una partita, la partita che stimola entrambi le parti e fa vibrare i cuori.
La nostra patria democratica è depositaria delle Convenzioni che regolano il diritto internazionale e anche sede del Comitato internazionale della Croce Rossa. La Svizzera è quindi per definizione una squadra qualificata e classificata per le sfide mondiali.
Il calcio offre momenti di emozioni e di gioia condivisa in un unico stadio sullo stesso campo. La competizione sportiva oppone sempre due squadre per una sola vittoria, ma se rimane la coscienza del gioco, prevale la gioia della sfida reciproca. E così, dal confronto con l’avversario si impara gli uni dagli altri. Nel gioco cresce lo stimolo reciproco e il rispetto dell’altro.
Questo vale anche per la nostra patria che vive a tutti i livelli relazioni e scambi in Europa e nel mondo.
Una squadra non gioca mai sola per sé ma sempre anche per gli altri, per il pubblico, per i cosiddetti tifosi che quasi ne fanno parte.
Anche in patria, il successo degli uni dovrebbe nutrire gioia e provocare ambizioni negli altri.
L’altro giorno ero presente all’inaugurazione del nuovo stadio di Lugano. Due cose mi hanno colpito durante la partita: l’autocritica sentita e il settore ospiti.
L’autocritica di chi sosteneva con sonoro entusiasmo la sua squadra, ma ne vedeva e ne criticava anche ad alta voce gli sbagli e le debolezze. Talvolta anche con rabbia.
È così anche un vero patriottismo. Un patriottismo che non allontana né discrimina nessuno.
Nello stadio della nostra patria non c’è tuttavia posto per quel settore ospiti che ho visto, e che si vede in ogni stadio del mondo con ospiti rinchiusi e isolati. Lo straniero non può essere confinato nel ruolo dell’eventuale nemico. Lo stadio della patria non dovrebbe comprendere quella curva. Lo spazio della nostra società deve essere aperto a tutti nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.
Abbiamo per fortuna nel nostro patrimonio culturale svizzero la capacità di superare i quarti di finale. Perché giochiamo in squadra. Non abbiamo il culto della personalità nemmeno in politica. Il popolo è sovrano. Mai il singolo. Abbiamo quindi la stoffa dei campioni dello spirito di squadra.  Da cristiano, sono convinto che la fede è il nostro miglior allenatore! Anche per il gioco delle sfide del nostro tempo.
Possa la nostra Confederazione diventare una sempre miglior “Nati” nel mondo. Senza complessi. Senza superbia. E mai fuori gioco!
Buona festa confederale a tutti!

* Amministratore apostolico della diocesi di Lugano 

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