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Monte Tamaro, la Diocesi di Lugano apre l'anno pastorale con duecento giovani e famiglie

di Federico Anzini

Il sole ha tenuto fino alla fine. Sabato 12 settembre la Diocesi di Lugano ha aperto l'anno pastorale all'Alpe Foppa, a 1'530 metri sul Monte Tamaro: più di duecento persone fra bambini, giovani, famiglie e nonni, salite a piedi dal posteggio della telecabina o con la cabinovia di Rivera, per una giornata chiusa alle 15.00 dalla Santa Messa presieduta dall'amministratore apostolico della Diocesi di Lugano, il vescovo Alain de Raemy. A organizzare, la Pastorale giovanile e la Pastorale familiare diocesane.

Volti che non si vedono spesso insieme

Si sono mosse le parrocchie e gli oratori, la pastorale familiare e quella giovanile, l'Ospitalità di Lourdes. Chi era lassù lo ha detto con semplicità: si sale anche per ritrovare facce conosciute, gente della diocesi che durante l'anno non si incrocia mai. I ragazzi sono arrivati in continuità con l'estate appena finita — il GREST, le colonie, i pellegrinaggi — e hanno trovato un appuntamento diocesano che assomigliava più a un ritrovo fra amici che a un programma.

A mezzogiorno, davanti alla statua della Madonna, la preghiera dell'Angelus. Poi il pranzo al sacco, con il fondovalle aperto sotto gli occhi fra Sopraceneri e Sottoceneri. Nel pomeriggio è arrivato «Mago Magone», al secolo Fra Adriano, che mescola giochi di prestigio e catechesi; e c'è stata la possibilità di pregare, in modo guidato, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, la rocca di porfido costruita da Mario Botta fra il 1992 e il 1996.

La Diocesi di Lugano apre l'anno pastorale al Monte Tamaro © catt.ch

Un nonno, un nipote, un'eredità tradotta

L'omelia è partita dalla prima lettura, il Siracide, e si è trasformata in una storia di famiglia. Il libro, ha raccontato de Raemy, lo scrisse un nonno in ebraico attorno al 180 prima di Cristo, un maestro autorevole a Gerusalemme, insegnando che «rancore e ira sono cose orribili». Cinquant'anni dopo il nipote lo tradusse in greco: proprio nella lingua di quella cultura ellenistica che al nonno stava stretta.

«Ha saputo [...] trasmettere l'eredità del nonno», ha osservato il vescovo, e ha allargato il discorso a chi lo ascoltava: i nonni «ci raccontano un po' di più dei genitori perché hanno un po' di più di esperienza e dunque sono sempre una lezione di vita».

Vegetariani, fazioni, una sola appartenenza

Dalla seconda lettura è uscito un tema attualissimo. Paolo scriveva a una comunità che litigava sul cibo, sostiene de Raemy, fra chi riteneva che la fedeltà al Dio d'Israele passasse dal non mangiare carne e chi no. «Sono cose che forse oggi sentiamo anche un po'», ha detto: il modo di nutrirsi, il rapporto con la natura, il fumare o non fumare, «e si può talvolta opporsi» all'altro.

Il correttivo, per l'Apostolo e per chi lo commentava, sta altrove: «Nessuno di noi vive per se stesso, neanche per il suo gruppetto». Anche dentro la Chiesa, ha ammesso il vescovo, esistono fazioni e c'è chi pensa di trasmettere meglio degli altri, «ma siamo tutti del Signore e questo bisogna ricordarlo l'uno all'altro».

Le cifre della vendetta diventate cifre del perdono

Sul Vangelo — Pietro che chiede quante volte perdonare, fino a sette — de Raemy ha ricordato che Pietro la Bibbia la conosceva: sette e settanta volte sette erano le misure della vendetta di Caino e di Lamec. Gesù, ha spiegato, ribalta il conteggio: «Quello che erano le cifre della vendetta diventano le cifre del perdono». Non un obbligo, piuttosto «una sfida [...] quella di amare a tal punto».

La bellezza del paesaggio ha fatto il resto. Indicando le montagne e il fondovalle, il vescovo ha ripreso il Salmo: quanto dista l'oriente dall'occidente, tanto Dio allontana le nostre colpe. Dietro le ultime cime che si vedono ce ne sono altre, e altre pianure, e non si arriva a misurarle. «È il più grande bene che ci fa il Signore».

Dal 1985 alla strada per Seoul

La statua davanti alla quale si è pregato a mezzogiorno è lì per una catena di gesti. Giovanni Paolo II la benedisse allo stadio di Cornaredo il 12 giugno 1984; i giovani della diocesi la portarono in quota l'anno successivo. Attorno a quel bronzo il vescovo Eugenio Corecco, alla guida della Chiesa ticinese dal 1986 al 1995, costruì un appuntamento fisso con le nuove generazioni: nel giugno 1994, con la malattia ormai avanzata, salì lo stesso, e sul Tamaro c'erano quasi mille giovani.

Il maltempo aveva fatto saltare la giornata nel 2023 e nel 2025 l'apertura si era spostata sul Monte Cardada. Quest'anno l'Alpe Foppa ha ripreso il suo posto, e la Pastorale giovanile guarda già oltre: la Giornata mondiale della gioventù di Seoul, dal 3 all'8 agosto 2027, sul tema «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!», prima GMG in un Paese a maggioranza non cristiana.

Restano la semplice convivialità del pranzo consumato sull'erba e una misura imparata guardando lontano: le montagne che non si riescono a contare. Quarant'anni dopo la prima salita, chi è ritornato a casa dal Tamaro guarda la propria quotidianità portando con sé quel modo di contare: non quante volte si è stati feriti, ma quante volte si può ancora ricominciare ad amare prima l’altro.

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