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Gino Bartali, il nuovo libro che svela la fede del campione tra sport e coraggio

di Cristina Vonzun

In occasione del Giro d’Italia che oggi, martedì 26 maggio, parte da Bellinzona in una tappa che ha il profumo dell’impresa con l’arrivo a Carì, piace dare voce ad una novità editoriale presentata giovedì al salone del libro di Torino, ad 80 anni esatti dall’ultima maglia rosa conquistata da Gino Bartali e nell’800 anno dalla morte di San Francesco, un santo a cui Bartali era molto devoto. In «Un uomo per bene. Lo spirito carmelitano e francescano di Gino Bartali» (Edizioni Francescane 2026), Sergio Meda, già firma della Gazzetta dello sport, restituisce ai lettori e agli appassionati di ciclismo il ritratto intimo di un campione che accanto alla vittoria in 3 Giri d’Italia (l’ultimo in rosa fu quello del 1946), 2 Tour de France, 4 Milano Sanremo e 3 Giri di Lombardia - ma in mezzo ci fu la seconda Guerra mondiale, altrimenti chissà cosa avrebbe vinto ancora - ha orientato la sua vita ai valori cristiani. Si scopre così l’eredità carmelitana e francescana di Bartali. Proclamato nel 2013, dopo la morte, «Giusto delle nazioni» per la sua azione coraggiosa durante la II Guerra mondiale a favore di perseguitati ebrei in Italia, soleva ripetere : «Il bene si fa ma non si dice». Un campione che riuscì a non farsi strumentalizzare dal fascismo e fu capace di presentarsi davanti a Mussolini con l’allora vietato distintivo dell’Azione Cattolica. Compì imprese clandestine pericolosissime, durante la guerra, su e giù dalle colline toscane e umbre, con nella canna della bicicletta e sotto il sellino documenti d’identità contraffatti che permisero a tanti italiani di origine ebraica di salvarsi. Bartali e sua moglie offrirono anche rifugio a famiglie ebree in una loro cantina a Firenze. Fu sempre devoto di Santa Teresina del Bambin Gesù, al punto che a 22 anni si era fatto terziario dell’ordine carmelitano e indossava abitualmente lo scapolare bianco dell’ordine. Restava un laico a tutti gli effetti, calato nell’agone quotidiano fatto di allenamenti, corse, sfide e della vita di tutti i giorni. Rimase fedele per sempre a quello scapolare tanto da chiedere di essere sepolto indossandolo. Bartali era anche molto legato ai santi Francesco e Chiara dei quali conservava alcune reliquie. «Le medaglie più importanti non sono quelle che si mettono sulla camicia sportiva, ma quelle che si portano nell’anima», diceva. Perché è vero, se molte medaglie di Gino Bartali raccontano le imprese ciclistiche, altre, per lui quelle più importanti, dicono di un Oltre in cui credeva e che ha dato un senso e una pienezza alla sua vita, per lui più grande dei tanti trofei vinti.

Alcuni scatti della partenza del Giro d'Italia a Bellinzona

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