Consenso Cookie

Questo sito utilizza servizi di terze parti che richiedono il tuo consenso. Scopri di più

Vai al contenuto
Gio 26 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
Advertisement
  • no_image

    «Giuseppe siamo noi»: essere padri oggi tra silenzio, dolore e libertà

    di Federico Anzini

    Lunedì scorso, 23 marzo, al Centro Pastorale di Lugano, si è tenuto l'incontro conclusivo di un ciclo di serate dedicate a San Giuseppe, dal titolo: «Giuseppe siamo noi. Dialogo tra tre padri». A confrontarsi, il pedagogista e imprenditore sociale Johnny Dotti - fondatore di una comunità familiare che da quarant'anni accoglie minori in difficoltà e il biblista Ernesto Borghi, presidente dell'ABSI. Due voci complementari - moderate dal giornalista Francesco Muratori - per restituire a Giuseppe tutta la sua forza e modernità.

    Un uomo giusto in cerca di equilibrio

    Tutto parte dalla parola che i Vangeli scelgono per Giuseppe: «giusto». Un aggettivo che, spiega Borghi, nell'antichità racchiudeva significati molteplici, convergenti verso un'idea precisa: quella dell'uomo capace di tenere insieme esigenze apparentemente inconciliabili. «Quest'uomo ha cercato un equilibrio tra l'esigenza di non perdere la faccia - una volta scoperto che la promessa sposa era incinta - e nello stesso tempo l'esigenza di non esporre lei, Maria, a una condizione devastante di dileggio». Una giustizia interiore che lo rende capace di anteporre il bene dell'altro alla propria reputazione. La scelta di «prenderla con sé» - e non «per sé», come sottolinea con forza Dotti - rivela il cuore della sua paternità: «La tendenza dell'amore umano è il “per”, che tende al possesso. Invece “con” è la castità, la strada di una conversione continua».

    Un’autorità liberante

    È Dotti a introdurre il concetto più potente della serata: Giuseppe come incarnazione di un'autorità che non coincide né con il potere né con la sottomissione. Il padre autentico non è colui che domina, ma colui che regge. E regge dal di dentro, attraverso la preghiera e il silenzio. Alla dinamica «trauma, sogno, azione» - che scandisce tutta l'esistenza di Giuseppe - Dotti affianca una chiave di lettura pedagogica. Prima viene la realtà che irrompe: la sposa incinta, la fuga in Egitto, il figlio perduto nel Tempio. Colpi che avrebbero potuto spezzare. Invece Giuseppe non reagisce d'istinto né si paralizza: si ferma, entra nel silenzio, elabora. Il sogno - nella tradizione biblica - è lo spazio interiore in cui l'uomo ritrova la direzione, il luogo in cui la voce più profonda riesce finalmente a farsi sentire. E da lì, senza tentennare, l'azione. Non la risposta immediata, non il controllo ansioso del padre che vuole risolvere tutto, ma la capacità di attraversare il trauma senza esserne sommersi, lasciando che dal silenzio e dalla preghiera nasca, ogni volta, il gesto giusto.

    Custodire il mistero del figlio

    La domanda più difficile della serata è anche quella più urgente: che cosa significa essere padre? Borghi la sintetizza in una formula densa: «Il genitore custodisce il mistero del figlio. Non lo conosce fino in fondo, non lo può programmare. Lo custodisce». L'episodio di Gesù dodicenne nel Tempio - ritrovato dopo tre giorni di angoscia - diventa il paradigma di ogni adolescenza: Giuseppe e Maria devono imparare a lasciar andare, anche quando fa male. La protezione vera non è soffocamento: «è custodia e accompagnamento». Il padre, dice Dotti, è «un allenatore, non un giocatore».

    Il padre deponente e il peso del fallimento

    Borghi introduce una categoria grammaticale illuminante: il verbo deponente, che ha forma passiva ma significato attivo. È la postura di Giuseppe e del padre autentico: «appare passivo, ma è sempre in azione». Non il padre padrone, non il padre assente: il padre che sa stare nella tensione tra il fare e il cedere. Il momento più toccante della serata arriva quando Dotti parla, senza retorica, dei figli che non ce l'hanno fatta: tre suicidi in quarant'anni di accoglienza in comunità. Il silenzio in sala è totale. «Non è che il padre non incontra il fallimento. La vita non è un film americano con lieto fine. La vita è un dramma meraviglioso». Il fallimento non nega la paternità: è il luogo in cui il padre impara il proprio limite. «Il mio io da solo non è capace di amare», ammette Dotti. E il silenzio che segue una perdita diventa la forma più alta di preghiera.

    La comunità: il contesto dimenticato

    Uno dei temi che emerge con forza nel dibattito è quello della comunità come condizione necessaria della paternità. Non si può essere padri soli. Non si può educare senza un tessuto di relazioni che sostenga, integri, aiuti. «Non c'è padre, non c'è madre, se non dentro la comunità. Oggi siamo in una società di individui e funzioni, non c'è più la comunità», sentenzia Dotti. Soprattutto nell’adolescenza, lo zio, il vicino, l'insegnante appassionato sono figure fondamentali che oggi sono sempre più rare, sostituite da specialisti e tecnici. Dotti lancia una provocazione alla Chiesa stessa: «Uno dei grandi temi della nostra Chiesa è di riprendere questi percorsi di relazione tra le famiglie, di darsi una mano, di non aspettarsi sempre solo uno specialista». La famiglia non è un'isola: ha bisogno di un arcipelago.

    La disabilità come sfida alla paternità

    Due episodi raccontati da Dotti, forse i più scomodi, ruotano attorno alla disabilità. Suo figlio, in età scolare, sfiora con il punteggio QI la soglia della "deficienza". La scuola spinge per la certificazione. Dotti si oppone e il figlio, anni dopo, illustra un suo libro con disegni. Una capacità emersa negli anni a seguire che nessun insegnante aveva saputo intravvedere. «Non sarei stato in grado di tenere quel punto senza Giuseppe. Perché passi attraverso il dolore - non puoi evitarlo - ma lo attraversi». L'altra storia è quella di un ragazzo disabile accolto in comunità a cinque anni, oggi cinquantenne, che ha lavorato tutta la vita invece di accettare la pensione statale. «Questo è prendere sul serio il figlio - dice Dotti - perché è figlio di Dio». La disabilità, in questa prospettiva, non è un limite da gestire con lo specialista giusto: è una provocazione alla paternità, l'ennesimo trauma che chiede - come in Giuseppe - silenzio, sogno e azione.

    La libertà come legame: il paradosso finale

    La serata si chiude su un paradosso che è anche una speranza. Nella modernità la libertà è spesso intesa come assenza di legami: slegarsi, emanciparsi, non dipendere da nessuno. Dotti la capovolge: «La libertà è un legame consensuale con qualcuno che ti libera. Il padre è liberato dal figlio. Il figlio è liberato dal padre. Non c'è libertà sopra il legame, ma dentro il legame». È questa la profondità educativa che entrambi i relatori indicano come eredità della figura di Giuseppe: non il padre che spiana la strada al figlio, ma quello che cammina accanto a lui il tempo necessario, e poi lo lascia andare. Non il padre che dà risposte, ma quello che custodisce le domande. «La profondità educativa è alla fine una preghiera», conclude Dotti: «è il riconoscimento non vergognoso della propria precarietà». Giuseppe non parla mai, nei Vangeli. Eppure, proprio nel suo silenzio, dice tutto quello che un padre dovrebbe essere: presente senza sopraffare, autorevole senza dominare, fedele senza possedere. La figura di Giuseppe - padre adottivo, artigiano pellegrino, uomo giusto che scelse l'amore sopra la legge - suggerisce che si può vivere dentro le domande più difficili con dignità e umiltà e, alla fine, con letizia.

    News correlate

    News più lette