Alcuni giovani del Collegio Papio di Ascona e della Pastorale Giovanile diocesana sono da poco rientrati da un campo estivo missionario in Angola, tenutosi dall’8 al 19 luglio, con al centro il progetto dell’associazione ticinese Elilongiso. «Imparare ad imparare», questo è il significato del nome nella lingua Mbundu e che l’associazione nata nel 2009 dall’iniziativa di Rita Pedrazzini Aegerter e di don Matias Nicolau Hungulu, sacerdote Fidei Donum di origine angolana e operativo presso la parrocchia di San Francesco a Locarno, ne ha fatto la propria missione.
L’esperienza in Angola ha coinvolto nove persone tra giovani e accompagnatori. «Abbiamo percorso quasi tutta l’Angola sulla costa atlantica tra Luanda fino a Namibe passando per Lubango e Benguela», ci racconta don Rolando Leo, assistente spirituale di Pastorale Giovanile e del Collegio Papio, che ha accompangato il gruppo. «Lo scopo è stato quello di visitare alcune congregazioni religiose e seminari e un orfanotrofio – continua – nonché di incontrare un paio di vescovi delle diocesi per riuscire a comprendere i progetti di sviluppo e di auto sussistenza agricola che qua e là la Chiesa promuove con insistenza, oltre alle numerose scuole che la Chiesa organizza in collaborazione con lo Stato che stipendia i docenti. Questo sodalizio è frutto di un concordato che ha avuto luogo tre anni fa e che senz’altro favorisce la crescita della Formazione e dell’educazione delle nuove generazioni».
È ciò che don Matias, che ha a sua volta seguito il gruppo ticinese a nome dell’associazione, sta facendo a Kawinga, una missione nell’Angola profonda vicino a N'gola, diocesi di Namibe, nel Sud del paese, dove «i giovani hanno soggiornato in condizioni molto semplici ma ospitati con grande cordialità dalle famiglie del villaggio», ci spiega don Rolando. E prosegue sottolineando che «anche l’esperienza dell’essenziale li ha colpiti molto (per esempio il doversi arrangiare con un po’ d’acqua per lavarsi e accontentarsi di poche ore di luce, consumando il pasto serale con gioia a lume di candela); suggestivi sono stati gli incontri con le tribù Masai e Ganeka».
Diversi dei giovani ticinesi presenti al viaggio missionario hanno voluto esprimere qualche parole per cercare di dare un significato ed una testimonianza all’esperienza vissuta. Alex, 20 anni, afferma di essere rimasto «davvero colpito dalla resilienza e dal calore delle persone, nonostante le sfide che affrontano quotidianamente: la creatività e l’adattabilità che ho visto sono davvero ammirevoli». Anche Ivo, 39 anni, parla di sentimenti forti vissuti, difficili da esprimere a parole, tanto che il viaggio ha risvegliato qualcosa di nuovo in lui; ma sono soprattutto le persone che lo hanno colpito, la loro gioia: «gli sguardi e i sorrisi di quei bambini mi hanno fatto capire che lì avevo tanto da imparare e così tanto da condividere». Inoltre Ivo ci tiene a ricordare che il paese è davvero povero in tutto, ma «non manca l’amore, la condivisione», tanto da aver voglia di ritornarci.
Riportiamo integralmente, di seguito, altre testimonianze:
Anojah, 30 anni: «Sono partita per curiosità, volevo conoscere un paese nuovo, in modo un po’ alternativo. Avevo voglia di conoscere le persone e prendere contatto con la loro realtà. Ho un unico rimpianto: non aver imparato meglio il portoghese prima di partire! La prima cosa che mi ha colpita è il fatto che in molte zone di Kawinga, il paese in cui si sta costruendo la scuola, non vi è accesso all’acqua pulita. L’acqua viene trasportata dal fiume (ma non è pulita) o dalla città di N’gola. Molti si ammalano a causa dell’acqua non potabile. È un tema che mi sta molto a cuore, essendo io attiva in questo settore. Ho notato sin dai primi giorni di permanenza che gli angolani sono sempre allegri, grati e speranzosi anche se nella loro vita ci sono molte preoccupazioni e molti problemi. A Luanda, la capitale, due ragazzini di strada sono venuti alla missione presso la quale eravamo alloggiati per farsi una doccia. Se non fosse stato per i loro piedi impolverati e le loro ciabatte a pezzi, non mi sarei resa conto che vivevano in strada. I loro volti e i loro occhi infatti erano luminosi e non disperati. Questa mia impressione si è più volte riconfermata durante il resto del viaggio. Sul volo di ritorno ero seduta accanto ad una signora sulla quarantina di Luanda, con la quale mi sono confrontata su questo tema (e su tutto ciò che mi era piaciuto dell’Angola). Anche lei mi ha confermato che gli angolani sono proprio così, molto resilienti. Perciò mi porto a casa la resilienza e l’allegria».
Chiara (28), Davide (31) e Fabiana (19): «In Angola abbiamo vissuto un’esperienza emozionante, impegnativa e profonda che ha favorito la nostra crescita personale e lo sviluppo di una nuova consapevolezza. La semplicità e l’accoglienza della famiglia allargata di don Matias e la ricchezza degli incontri vissuti, sono stati il filo conduttore di questo viaggio. Abbiamo avuto l’opportunità di assaporare una vita piena grazie all’assenza delle comodità quotidiane, al ritrovato contatto con la natura e alla bellezza della vita comunitaria cristiana. Per vivere a pieno l’esperienza crediamo che la preparazione del viaggio sia un pilastro fondamentale del cammino missionario, così da poter attribuire il giusto significato agli incontri ed evitare di viverli con superficialità. Infatti, è importante accogliere le richieste di sostegno e la speranza in noi riposta con umanità e spirito di fratellanza. È fondamentale saper ascoltare i bisogni e le volontà delle popolazioni locali, evitando di imporre idee o soluzioni preconfezionate e importate dalla Svizzera. Il rispetto delle necessità locali e la conoscenza approfondita della cultura, degli usi, dei costumi e del contesto deve poter guidare il desiderio di aiutare. Bisogna anche essere coscienti che ci vuole tempo per vedere dei cambiamenti. Per simboleggiare questa vicinanza alla comunità locale abbiamo piantato un albero, segno di voler costruire un legame profondo con la comunità di Kawinga. Ad ogni modo oggi torniamo a casa più maturi, ricordando i sorrisi stupendi, l’accoglienza travolgente degli abitanti di Kawinga, gli occhi enormi dei bambini, l’entusiasmo nei canti, i paesaggi sconfinati, con la responsabilità di dover aiutare, con la consapevolezza che ogni piccolo gesto conta e la speranza che altri missionari decidano di intraprendere questo viaggio alla scoperta della realtà angolana».
Carlo, 18 anni: «Il tempo trascorso nella missione mi ha colpito dritto allo spirito. Ciò che ringrazio di questa esperienza e di tutti coloro che ci hanno permesso di viverla a pieno è di avermi aperto gli orizzonti del fatidico mondo in cui alloggeremo non per molto. Il sovrastarsi del passato su un presente ormai a loro illecito mi ha cambiato, portando con me un’aberrante consapevolezza dei poveri giovani angolani che vivono per sopravvivere, come animali, sotto gli occhi di una società statale con gli occhi serrati e una Chiesa che cerca di tenerli sotto le sue ali. Ma l’unico contributo che ho potuto dare a questa esperienza è stata la mia tranquillità».
Don Rolando conclude con la prospettiva di un progetto dal Ticino che verrà implementato grazie ai ponti che si creeranno (si sta pensando ad un container, a medicine e lavagne per la scuola da portare, nonché ad una consulenza per creare energia elettrica attraverso pannelli solari nel villaggio con la scuola). Inoltre, ci ricorda che sarà previsto un nuovo soggiorno con gli studenti per l’estate prossima.
(red/dp)
Leggi anche il nostro articolo con un approfondimento sul progetto Elilongiso.
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