Pirmin Zurbriggen, vallesano, classe 1963, quattro coppe del mondo generali di sci alpino, oro olimpico a Calgary in discesa libera e tante medaglie ai mondiali, uno dei più grandi campioni di sci della storia ha accolto alla vigilia dei Giochi Olimpici di Milano - Cortina i colleghi Francesco Muratori e Mauro Triani di Strada Regina nel suo hotel a Zermatt per parlare di spiritualità e sport. Domande che insieme come redazioni di ComEc abbiamo pensato e affidato ai colleghi andati in Vallese per raccogliere la testimonianza personale del grande ex campione di sci.
La necessità della fede nella vita sportiva
«Ho cominciato a conoscere la necessità della fede nel mio percorso sportivo molto presto - racconta Zurbriggen- , attorno ai quindici, sedici anni. Quando sei giovane e ti trovi lontano da casa, in gare ad alto livello, ti incontri con situazioni difficili da affrontare. In quel contesto ho capito che quello che i miei nonni e i miei genitori mi avevano detto non mi era entrato da un orecchio e uscito dall’altro: ho capito che la fede poteva essere una grande forza, anche per alleggerire quella pressione che questo ambiente porta con sé. Pensiamo alle selezioni, al fatto che ti devi qualificare, che devi assumerti dei rischi. La fede in tutto questo per me è stata una forza mentale, una sorta di preparazione psicologica per vivere gli eventi più importanti. Era la ragione per cui riuscivo a dormire bene, anche con le Olimpiadi o i Mondiali davanti: perchè non crolla il mondo se non riesci a vincere una gara, non è che la sconfitta cambia la tua vita». Oggi come oggi il mondo dello sport competitivo si avvale di preparatori mentali, anche di consiglieri spirituali se pensiamo al ruolo dei cappellani di non poche squadre olimpiche, presenti ai Giochi. Quando Pirmin Zurbriggen gareggiava non era affatto così, bisognava affidarsi ai valori trasmessi dalla propria famiglia.
«Credo che i Giochi Olimpici abbiano alla base un simbolo molto bello: il fuoco. Esso rappresenta la pace, l’energia, la possibilità di fare qualcosa insieme, ovunque tu provenga, qualsiasi sia il tuo livello. È qualcosa di potente anche sul piano spirituale: un legame tra chi sta vivendo la stessa esperienza».
Riguardo alla competizione e al competere, nella tradizione cristiana che è dietro al motto delle moderne olimpiadi, padre Didon (articolo in spalla) sottolineava che l’avversario in realtà è colui che mi aiuta a migliorare. Così Zurbriggen spiega: «Gli altri non sono avversari da battere. Tutti nello sci cercano di dare il massimo, di essere i migliori, ma se pensi solo a battere l’altro non hai capito cos’è lo sci. Lo sci è il rapporto tra te, l’attrezzatura e la condizione della neve. È lì che devi dare il meglio. E solo al traguardo capisci se sei stato il più forte o meno. Alcuni di quelli che sono stati i miei avversari sportivi oggi sono i miei migliori amici. Questo dimostra che quello che conta non viene dall’esterno ma da dentro: ed è fondamentale capirlo».
Zurbriggen spiega poi cos’è questa sorta di stato di mindfulness, consapevolezza di sé e della realtà attorno, che unisce l’atleta al proprio corpo, spirito, agli altri e alla natura circostante.
«Quando ho iniziato a sciare la mia motivazione principale era l’amore per la natura: volevo sentirla, viverla, farne parte. Nella natura non sei mai solo, - continua Zurbriggen - perché essa stessa ti fortifica, ti rigenera. La montagna ha un influsso particolare sull’uomo, come ricevere delle onde. Quando entri in sintonia con questo, percepisci quanto è meravigliosa la creazione di Dio. In quel momento sei felice. Quella è la base. Poi arrivano le competizioni, la sfida, ma la base resta sempre lì».
E oggi? Oggi Pirmin, marito e padre di cinque figli, vive ancora un rapporto con lo sport. «Oggi ci sono giovani austriaci, svizzeri e tedeschi che cercano di integrare la fede nello sport. Fanno dei piccoli libretti che distribuiscono ad altri atleti: lo trovo molto bello. È una forza che si diffonde». In fondo ci dice Pirmin Zurbriggen lo sport competitivo «non è solo questione di soldi, di visibilità mediatica o di fama: ci sono valori fondamentali molto più profondi».
(red)
Altre domande e risposte nella puntata del 7 febbraio in onda su RSILa1 alle 18.35
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