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«La liturgia tocca il cuore del mistero di Cristo»: Leone XIV e Aram I, insieme per la pace

Nell'udienza generale del mercoledì, il Pontefice ha avviato un nuovo ciclo di catechesi dedicato alla «Sacrosanctum Concilium», la Costituzione sulla Liturgia del Concilio Vaticano II, illustrando le ragioni per cui la preghiera della Chiesa non è un semplice rito, ma il luogo in cui Cristo continua ad agire nel mondo. Sul sagrato era presente anche Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa apostolica armena, in un contesto di dialogo ecumenico che ha arricchito l'udienza e che si è concluso con un appello comune per la pace in Libano e in Medio Oriente.

La liturgia: non un rito, ma un mistero vivo

Leone XIV ha aperto la catechesi affrontando un rischio ricorrente: quello di ridurre la liturgia a una questione di forme esteriori, di rubriche e di riti. I Padri conciliari, ha spiegato il Papa, avevano un'intenzione più ampia quando elaborarono la «Sacrosanctum Concilium», approvata nel 1963 come primo documento del Vaticano II.

«Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo» ha dichiarato Leone XIV davanti ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. «La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita.»

Una prospettiva che rovescia il punto di vista consueto: la liturgia non è qualcosa che la Chiesa «fa», ma qualcosa che la Chiesa «riceve». È il momento in cui il popolo di Dio si lascia plasmare da Cristo.

Cristo, presenza reale nell'azione liturgica

Il Papa ha poi sviluppato il nucleo teologico di questa visione. «Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce» ha affermato il Pontefice. «Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell'Eucaristia.»

Leone XIV ha citato sant'Agostino per chiarire la profondità del mistero eucaristico: celebrando l'Eucaristia, la Chiesa «riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve», ossia il Corpo di Cristo, «dimora di Dio per mezzo dello Spirito». Per il Pontefice, la messa non è una commemorazione del passato, ma un evento che trasforma il presente.

«Lex orandi, lex credendi»: pregare è credere

Un passaggio rilevante della catechesi ha riguardato il rapporto tra forma rituale e identità della fede. Richiamando il principio patristico — lex orandi, lex credendi, «la legge della preghiera è la legge della fede» — Leone XIV ha sottolineato come ogni gesto liturgico, ogni silenzio, ogni parola proclamata contribuisca a formare il volto della comunità credente.

«La ritualità della Chiesa esprime la sua fede e al tempo stesso plasma l'identità ecclesiale» ha spiegato il Papa. «La Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una vera epifania della Chiesa in preghiera.»

Non una liturgia chiusa in sé stessa, tuttavia: Leone XIV ha precisato che la partecipazione dei fedeli all'azione liturgica è «al tempo stesso interiore ed esteriore», e che «la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un'esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione».

Un ospite di rilievo: Aram I sul sagrato

Nella mattina del 20 maggio era presente un momento di particolare significato ecumenico. Al fianco di Leone XIV era seduto Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa apostolica armena, accompagnato da una delegazione.

Il Papa lo ha accolto con cordialità: «Sono molto lieto di accogliere Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa apostolica armena, insieme all'illustre delegazione che l'accompagna» ha detto Leone XIV. «È un'importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione delle nostre Chiese.»

La presenza del Catholicos ha un valore simbolico di rilievo: la Chiesa apostolica armena è una delle più antiche del mondo cristiano, parte delle Chiese orientali non calcedoniesi. La sua partecipazione all'udienza pubblica settimanale — non a un incontro privato — indica la direzione che Leone XIV intende imprimere al dialogo ecumenico.

Un appello per la pace: Libano e Medio Oriente

L'incontro non si è limitato ai gesti simbolici. Il Papa e il Catholicos hanno rivolto un appello comune sulla situazione in Libano e in Medio Oriente, «ancora una volta tornati alla violenza e alla guerra». In inglese, Leone XIV ha invitato i presenti: «Preghiamo per la pace.»

Prima di congedarsi dai fedeli polacchi, il Pontefice ha ricordato l'anniversario dell'enciclica Dominum et Vivificantem di Giovanni Paolo II: «Chiediamo allo Spirito di Dio di risvegliare le coscienze umane con i suoi doni, di distoglierle dall'ingiustizia, dalla violenza e dalla guerra e di rinnovare il volto della terra.»

Leone XIV sembra voler riprendere il percorso avviato dal Vaticano II là dove era rimasto incompiuto: non come operazione nostalgica, ma come risposta alle esigenze del tempo presente. La liturgia come luogo di unità — tra le confessioni cristiane, tra i vivi e i morti, tra la terra e il cielo — si configura così anche come fondamento spirituale dell'impegno per la pace. Pregare insieme è già, in qualche misura, ricominciare a costruire il mondo.

fonte: agenzie/catt.ch

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