Il 7 marzo si apre ufficialmente la causa di beatificazione di Marco Gallo. La Chiesa lo riconosce Servo di Dio. Un atto formale, si dirà. Ma prima ancora è una domanda lanciata dentro il nostro tempo. Io non credo ai santini. Non ho mai creduto ai santini. Mi mettono a disagio. Li appiccichiamo sulle tragedie come cerotti sulle ferite che non vogliamo guardare. E poi ci sentiamo a posto. Commossi. Assolti. Eppure ci sono storie che non si lasciano liquidare. Storie che non si fanno imbalsamare nella retorica. Storie che ti fissano.
Quella di Marco Gallo è una di queste. Diciassette anni. Una stanza. Un muro. Una frase: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Io quella frase l’ho riletta più volte. Non come si leggono le citazioni da calendario. Ma come si leggono le accuse. Perché è un’accusa. A noi. Ho visto madri urlare davanti a una bara bianca. Ho visto ragazzi spegnersi senza lasciare traccia, consumati da un vuoto che chiamiamo libertà. Ho visto adulti pieni di parole e poveri di senso. E poi leggo di un ragazzo di diciassette anni che, la sera prima di morire, scrive sul muro della sua stanza una domanda che attraversa duemila anni di storia. E mi si ferma il respiro. Non è una frase pia. È uno schiaffo. Viviamo in un tempo che consuma i ragazzi e poi si commuove. Li riempiamo di rumore, immagini, distrazioni. Li educhiamo alla superficie. E quando uno di loro osa fare una domanda vera, lo guardiamo con fastidio. O con una tenerezza condiscendente. Come si guarda un ingenuo.
Fame di verità
Ma che cosa significa, a diciassette anni, rifiutare di cercare tra i morti — nelle abitudini, nelle frasi fatte, nelle ideologie — e pretendere il Vivo? Non è devozione. È rivolta. Io non ho conosciuto Marco Gallo. Non ho stretto la sua mano. Ma conosco quell’età. Conosco il peso delle domande quando ti cadono addosso prima che tu abbia imparato a difenderti. Conosco la solitudine di chi non si accontenta. So quanto sia più facile ridere, distrarsi, uniformarsi. Lui no. Non ha fatto gesti clamorosi. Non ha guidato rivoluzioni. È andato a scuola. Ha studiato. Ha vissuto la sua adolescenza come milioni di altri ragazzi. Ma mentre molti cercavano distrazioni per non sentire il vuoto, lui cercava il senso. In concreto. Organizzava aiuto per studenti in difficoltà. Portava amici dagli anziani disabili. Li coinvolgeva. Li provocava. Non li lasciava comodi. Capite la violenza di questo gesto? In un mondo che insegna a competere, lui insegnava a servire. Frequentava la Scuola di Comunità. Andava a Messa. Si confessava. Meditava il Vangelo. Non per abitudine. Per fame. Fame di verità. E la verità, quando la prendi sul serio, ti cambia il modo di stare al mondo.
Una vita vissuta con il Vangelo come "questione decisiva"
Ho conosciuto ragazzi che si vergognano di dire che credono. Ho conosciuto adulti che riducono la fede a rito sociale. Ho visto una cultura che tollera tutto, tranne la radicalità. Marco era radicale. Senza urlare. Senza propaganda. Radicale perché coerente. Poi, una mattina del 5 novembre 2011, un incidente stradale ha interrotto tutto. Asfalto. Lamiera. Silenzio. Fine della cronaca. Inizio dell’imbarazzo. Perché la morte di un giovane è sempre uno scandalo. Ma diventa ancora più scandalosa quando quel giovane aveva osato interrogare la vita. E allora sì, la Chiesa apre la causa. Lo chiama Servo di Dio. E qualcuno sorriderà. Dirà: un altro santino. Un’altra storia edificante. Ma fermatevi. Non è santo perché è morto giovane. È morto giovane, e basta.
La domanda è un’altra: come ha vissuto quei diciassette anni? Li ha vissuti come se la vita fosse seria. Come se Cristo fosse vero. Come se il Vangelo non fosse un’opinione tra le altre, ma una questione decisiva. Questo è intollerabile per il nostro tempo. Perché se un ragazzo dimostra che si può vivere così, cade l’alibi. Cade la scusa del “non si può”, del “sono giovani”, del “più avanti”. No. Lui ha scelto adesso. La sua morte è una tragedia. Ma la sua vita è una provocazione. Che cosa ne facciamo di una domanda così? La incorniciamo? La trasformiamo in slogan? La svuotiamo finché non disturba più? O abbiamo il coraggio di prenderla sul serio? Diffido dei sistemi che addormentano le coscienze. Diffido del potere quando si traveste da consolazione. Diffido anche della religione quando diventa tranquillante. Qui non vedo tranquillanti. Vedo un ragazzo che ha rifiutato l’anestesia.
Una ferita che non si rimargina
C’è una differenza enorme tra credere per abitudine e credere per scelta. La prima è comoda. La seconda è una ferita aperta. In quella stanza Marco non stava ripetendo una formula. Stava combattendo. Con il tempo che gli era dato. Con i limiti della sua età. Con le paure che ogni adolescente conosce e che noi adulti fingiamo di aver dimenticato. La sua storia non è solo spirituale. È politica. Interroga il modo in cui cresciamo i nostri figli. Che cosa offriamo loro? Intrattenimento o senso? Carriere o verità? Sicurezze prefabbricate o libertà di cercare? Non so se diventerà santo. Non è questo il punto. Il punto è che la sua breve esistenza mette a nudo la nostra lunga distrazione. Un ragazzo ha scritto una domanda su un muro. La mattina dopo è morto. Ma quella domanda è ancora qui. Non consola. Non addolcisce. Ferisce. E forse la santità, prima di essere un’aureola, è proprio questo: una ferita che non si rimargina.
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