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Chiesa cattolica in Ticino: diagnosi e futuro secondo il vescovo emerito Grampa

di Gino Driussi

“La Chiesa cattolica in Ticino. Diagnosi e prognosi per il futuro” era il titolo della conferenza tenuta martedì 21 aprile alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano da mons. Pier Giacomo Grampa, vescovo emerito di Lugano.

Nell’introdurre la serata, Fernando Lepori, presidente onorario dell’associazione «Biblioteca Salita dei Frati» ha fatto notare come in Svizzera l’appartenenza religiosa sia in netto calo: secondo gli ultimi dati dell’Ufficio federale di statistica, il 35 per cento della popolazione si è dichiarato senza appartenenza religiosa, mentre i cattolici romani sono il 32 per cento e gli evangelici riformati il 21 per cento. Da parte sua, mons. Grampa, dopo aver ricordato i suoi collaboratori don Sandro Vitalini e mons. Ernesto Storelli, ha precisato di non voler fare una lezione accademica, ma piuttosto parlare dell’esperienza di uno che ha visto passare la vita della Chiesa per più di 7 decenni e che ha imparato “che il Vangelo non si difende con le corazze, ma con la verità detta bene”.

Cattolici in calo

In ogni caso -  ha osservato il conferenziere – anche in Ticino le cifre sono abbastanza eloquenti: se sotto l’episcopato di Aurelio  Bacciarini (1917-1935)  i cattolici erano il 96 per cento della popolazione, ora sono scesi al 60 per cento. Calano i battesimi, le vocazioni, la partecipazione alla messa e il grande problema sta nella trasmissione della fede. Come aveva affermato papa Francesco già nel 2019, non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca. Si è diffusa l’idea pratica che si possa vivere bene anche senza Dio, che l’uomo sia autosufficiente.

Nel suo intervento, mons. Grampa, con la sua consueta verve, si è dilungato in particolare sul Concilio Vaticano II (1962-1965), che in questa situazione costituisce una vera e propria bussola e la cui applicazione non si è ancora completamente verificata. Un Concilio che non ha pronunciato nessun anatema, ma non per questo meno importante, come sostengono i suoi detrattori. Dopo averne ricordato le quattro Costituzioni (“Lumen gentium” sulla Chiesa come popolo radunato da Cristo, “Sacrosanctum Concilium” sulla liturgia, “Dei Verbum” sulla Parola e “Gaudium et spes” sul rapporto della Chiesa con il mondo), il conferenziere ha messo in guardia contro tre fraintendimenti: quello secondo cui il Concilio è una rottura, quindi si fa ciò che si vuole, quello che afferma che il Concilio non ha detto nulla di nuovo, quindi si torna come prima, e infine la logica secondo cui basta il minimo necessario, il resto è facoltativo, il modo più elegante, secondo il vescovo emerito, per svuotare il Vaticano II senza dichiararlo.

Rimettere Cristo al centro

Nell’ultima parte della sua articolata relazione, mons. Grampa si è chiesto che cosa resta da fare in un’Europa dove il cristianesimo non muore perché il mondo è cattivo, ma muore quando la Chiesa smette di generare incontri reali con Cristo. Si tratta di rimettere al centro innanzitutto Cristo, poi la Parola, la liturgia (come fonte, non come rito), la coscienza e la dignità e infine la missione. Perché alla fine – ha concluso il presule – “l’unica vera domanda è quella dei Magi: “dov’è Colui che è nato?”. E il Vangelo non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di essere vivi”.

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